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 2011  agosto 21 Domenica calendario

FRANCESCO GILIOLI LA STAMPA

DUMENZA (VARESE) Ma quale patriota e patriota. È un ladro. Buono però. Perché non si è tenuto il bottino e a noi ha regalato la fama». Bruno B. si aggira per il municipio di Dumenza in canotta e pantaloncini corti. A Vincenzo Peruggia, il più illustre tra i suoi concittadini, concede l’onore delle armi. «Secondo me ha rubato la Gioconda per farci un po’ di soldi, non ci è riuscito ed è finito in carcere. Ma grazie a lui in tutto il mondo parlano di noi».

Questa é una storia incredibile, affascinante e misteriosa, di quelle che ispirano romanzi d’avventura e registi di fiction. 100 anni fa, il 21 agosto 1911, Vincenzo Peruggia, emigrante italiano originario di Dumenza, paesino di 1500 anime in provincia di Varese, ai confini con la Svizzera, ruba la Gioconda dal museo parigino del Louvre. Stacca il quadro dalla parete e indisturbato se lo porta a casa. Per due anni la Gioconda rimane nascosta sotto il tavolo della sua cucina, in una modesta stanza ammobiliata in Rue de l’Hopital Saint Louis. La polizia francese vi effettua un sopralluogo, senza esito. Solo nell’autunno del 1913, due anni dopo il furto, Peruggia contatta un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, cui propone la consegna del capolavoro in cambio di 500.000 lire a titolo di rimborso spese. L’incontro avviene a Firenze e Peruggia finisce in carcere. Ci resta poco: viene condannato a un anno e 15 giorni, pena ridotta in Appello a 7 mesi e 8 giorni. «Non sono un ladro - si difende davanti ai giudici ho preso la Gioconda per riconsegnarla all’Italia. È stato un gesto patriottico».

Tornato libero, il ladro-patriota fa il suo dovere in guerra, quindi rientra a Dumenza e si sposa. Si arrangia facendo il boscaiolo ma i soldi non bastano. Ha un altro colpo di genio. Chiede un nuovo passaporto utilizzando il secondo nome, Pietro e omettendo il primo, Vincenzo, che gli ha riservato fama e guai. Rientra a Parigi, aggirando il divieto di ingresso in Francia e si riappropria del mestiere di decoratore. Nel 1924 nasce la sua unica figlia, Celestina. Ma nel 1925 Vincenzo Pietro si ammala e in pochi giorni muore.

Finisce la vita terrena, decolla il mito: dell’operaio italiano, cervello fino e mani svelte, capace di rubare il capolavoro più famoso al mondo. A Dumenza la sua storia alimenta leggende. In questo comune a 450 metri sul livello del mare, a pochi chilometri dal Lago Maggiore, sono in molti a ritenere che la Gioconda, quella vera, non abbia mai ripreso la via del Louvre. «Secondo me l’originale è ancora qui in zona - insinua Matteo Pugni - chi lo sa, magari è riuscito a nasconderla a Dumenza e a spedire in Francia il falso. Nessuno lo saprà mai. In ogni caso sono orgoglioso di lui perché ha fatto qualcosa per l’Italia». La leggenda del Peruggia abile falsario oltreché ladro di talento affascina anche i turisti. Il milanese Renato Tosi trascorre le sue estati in questa valle. «Io sono convinto che la Gioconda sia ancora qui, nascosta sotto un tavolino e ai francesi sia stata restituita una copia. sarei contento. Certo, sarebbe stato più affascinante se l’avesse rubata circondato da poliziotti, alla Arsenio Lupin. Il fatto che se la sia messa sotto il braccio dimostra l’imbecillità dei francesi».

L’unica figlia di Vincenzo Pietro Peruggia, Celestina, ne ha sempre difeso il decoro. È morta da pochi mesi. Il figlio, Silvio, è orgoglioso del nonno. «Voleva fare qualcosa di eclatante contro il fatto che Napoleone aveva trafugato tante opere d’arte dall’Italia. Scelse la Gioconda perché era maneggevole, considerate le sue ridotte dimensioni. Lo considero un patriota. Nel caso specifico non sapeva, data la sua poca cultura, che la Gioconda non era stata rubata».

Il sindaco di Dumenza, Corrado Nazario Moro, sa di essere seduto su una miniera d’oro, ma celebrare un ladro, pur se patriota, comporta qualche imbarazzo. Per questo il centenario del furto della Gioconda non sarà festeggiato con la banda e il gonfalone. Anche l’idea di dedicare una via al ladro della Gioconda non è andata a buon fine. «Non abbiamo organizzato alcuna commemorazione. Non ci è sembrato il caso. Non mi vergogno di quello che ha fatto Peruggia ma non ne sono neppure orgoglioso. Un furto è un furto. Non abbiamo elementi per valutare se sia stato un atto di patriottismo. A puro scopo provocatorio avevamo chiesto al Prefetto di poter dedicare una via al Peruggia. Ma il Prefetto ci ha negato l’autorizzazione, per cui non è stato possibile procedere in quella direzione».

Niente via, ma forse un museo. In Via XX Settembre al civico 29 della frazione Trezzino sorge la casa natale di Vincenzo Peruggia.

«Se i familiari vorranno trasformarla in museo l’amministrazione non si opporrà - assicura il sindaco non ne vedo il motivo». Potrebbe sorgere un piccolo Louvre proprio al centro della Val Dumentina, terra di cuochi, pittori e ladri-patrioti.

F.GIL LA STAMPA
Mauro della Porta Raffo, storico, scrittore, giornalista. E’ di Varese e della vicenda di Vincenzo Pietro Peruggia conosce tutti i dettagli. «Secondo me la Gioconda non è a Parigi, ma in qualche scantinato a Dumenza. Al Louvre hanno spedito un falso. Peruggia era un genio e non l’ingenuo che è stato dipinto».

Lei alimenta leggende «Io ho una mia idea, ho fatto degli studi e ho capito come sono andate le cose. Il suo piano era geniale ed è perfettamente riuscito. Ha rubato la Gioconda. L’ha tenuta due anni a Parigi per poterne effettuare diverse copie. Quando è stato pronto ha contattato l’antiquario fiorentino, mettendo in conto di essere arrestato, tanto sapeva che sarebbe uscito presto, poi ha vissuto, bene, con i proventi della vendita delle copie».

Ma la Gioconda, quella originale, è stata riconsegnata al Louvre...

«Se fossi il direttore del museo ordinerei una perizia molto accurata. Ma ammettiamo che quello del Louvre sia l’originale. Peruggia è stato comunque un genio. Le copie hanno acquistato un enorme valore, soprattutto se messe in commercio da lui».

La sua vita è stata avventurosa ma è finita presto, nel 1925.

«E no. Non è andata affatto così. Ha finto di morire nel ’25, si è procurato un certificato di morte falso e ha continuato a vivere, e bene. L’uomo morto nel 1947 in Alta Savoia con addosso i documenti del Peruggia in realtà era lui. Viveva in albergo, mandava i soldi a casa alla figlia, se la godeva. Del resto anche lui veniva dal Varesotto,da dove sono usciti tutti i più grande cabarettisti italiani: Boldi, Pozzetto, Iacchetti, persino Dario Fo. E il loro maestro è stato Peruggia».

FABIO GAMBARO LA REPUBBLICA

il 21 agosto 1911, per il direttore del Louvre, fu una pessima giornata. Di quelle che non si dimenticano più. Alle nove di mattina, all´apertura delle porte del celebre museo, i guardiani si accorsero che la Gioconda non era più al suo posto, sul muro di fronte alle Nozze di Cana del Veronese. Poco dopo, in un angolo di una scala di servizio, vennero ritrovate la cornice e la teca di vetro che già allora proteggeva il ritratto di Monna Lisa dai vandali. Iniziava così la storia rocambolesca e misteriosa del furto del capolavoro di Leonardo da Vinci, una storia che si sarebbe conclusa oltre due anni dopo, l´11 dicembre del 1913, quando la tela dal valore inestimabile ricomparve in una stanza dell´Albergo Tripoli Italia di Firenze.
A quel furto eccezionale, Jérôme Coignard ha dedicato un libro accuratissimo, Une femme disparaît, in cui l´intera vicenda viene ricostruita nei minimi dettagli sulla base di tutti i documenti e di tutte le testimonianze disponibili. Con vero talento di narratore, il critico d´arte francese descrive fatti e personaggi, fa luce sulle zone d´ombra e soprattutto propone una lettura suggestiva di tutta la storia. Per Coignard, infatti, furono proprio lo scalpore e lo scandalo suscitati dal furto a rendere immensamente celebre il dipinto leonardesco. «Certo, la Gioconda era già un quadro molto noto, specie tra gli aristocratici, gli artisti e gli amatori d´arte, ma è stato il furto a trasformare il sorriso di Monna Lisa in un´icona internazionale, producendo per la prima volta un interesse di massa per un´opera d´arte. Anche le classi popolari che non erano mai entrate in un museo finirono per interessarsi del quadro di Leonardo», spiega lo studioso francese. «Dopo il furto, l´immagine di Monna Lisa venne riprodotta da tutti i giornali, venne utilizzata per manifesti, cartoline, caricature e persino réclame pubblicitarie. Ispirò spettacoli teatrali e Gabriele D´Annunzio immaginò perfino di farne un film. Insomma, il furto creò una nuova relazione con l´opera, producendo un culto che andava ampiamente al di là delle sue qualità intrinseche. Quella curiosità fenomenale per un quadro scomparso è la dimostrazione che molto spesso c´interessiamo di un´opera per ragioni che non hanno nulla a che vedere con l´estetica. Non è più l´arte che c´interessa, ma il mito».
Se il furto suscitò tanto scalpore - e contemporaneamente polemiche e sospetti (ad esempio, quelli che condussero in prigione per qualche giorno il poeta Apollinaire) - è anche perché agli occhi dell´opinione pubblica quel furto sembrava un´azione impossibile. Un´impresa degna di Arsenio Lupin, il cui nome non a caso venne evocato dalla stampa, che si precipitò a intervistare Maurice Leblanc, l´inventore del ladro gentiluomo. In realtà, spiega Coignard, «rubare la Gioconda fu facilissimo». Il ladro era entrato nel museo alle sette di mattina da una porta laterale. Aveva staccato il quadro dalla parete e tolto la tela dalla cornice, l´aveva arrotolata, nascosta sotto la giacca, uscendo poi tranquillamente dalla scalinata principale del museo, sotto gli occhi della Vittoria di Samotracia. Il tutto non era durato più di mezz´ora. A compiere il furto era stato un imbianchino italiano di trent´anni, Vincenzo Peruggia, emigrato in Francia qualche anno prima, il quale poi nascose il dipinto a casa sua.
Così, mentre la polizia lo cercava dappertutto, immaginando che fosse stato venduto a qualche collezionista d´oltreoceano, mentre certa stampa s´inventava a tutti costi un capro espiatorio (ci fu perfino chi accusò i mercanti d´arte ebrei), mentre qualcuno si rivolgeva addirittura a maghi e sensitive, il capolavoro leonardesco era tranquillamente nascosto in un minuscolo alloggio popolare del quartiere dell´Hôpital Saint-Louis. E lì rimase per più di due anni, fino al dicembre del 1913, quando Peruggia lo portò in Italia per venderlo a un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, in cambio di 500mila franchi. A Firenze però il ladro, che i francesi cercavano inutilmente da due anni, venne immediatamente arrestato e la Gioconda recuperata nella stanza dell´albergo in cui alloggiava.
Come ricorda Coignard, le motivazioni dell´immigrato italiano - che in seguito fu condannato dal tribunale di Firenze a soli sette mesi di carcere - restarono sempre assai confuse: «Durante il processo, egli dichiarò di aver voluto restituire al suo paese uno dei capolavori sottratti da Napoleone durante la campagna d´Italia. In realtà, tutti sanno che la Gioconda fu venduta direttamente da Leonardo al re di Francia Francesco I, quindi non aveva nulla a che fare con le spoliazioni di Bonaparte, che però costituivano per gli italiani un ricordo traumatico». Probabilmente fu proprio per questo che il ladro imbianchino insistette molto sulla valenza patriottica del suo gesto, presentandolo come un atto di rivalsa sull´arroganza dell´impero francese. «Peruggia si rivelò essere un personaggio abbastanza naif, una specie di Candido contemporaneo. Apparentemente aveva agito d´impulso, anche se forse era stato manipolato da un misterioso agente tedesco, come lui stesso lasciò intendere quando uscì dal carcere. Tuttavia, a differenza di Arsenio Lupin, egli non fu certo un ladro gentiluomo e in fondo ancora oggi non sappiamo esattamente perché avesse rubato il dipinto. E soprattutto perché lo tenne in casa per due anni prima di riportarla in Italia».
Le autorità italiane decisero subito di restituire la Gioconda al Louvre, ma prima ne approfittarono per presentarla al pubblico che mai aveva avuto l´occasione di vederla da vicino. La tela venne così esposta a Firenze, Roma e Milano, attirando ovunque grandissime folle. Il primo giorno alla Galleria degli Uffizi sfilarono cinquantamila persone. A Roma, ad ammirare il celebre dipinto vennero il re Vittorio Emanuele III e la regina madre. A Milano, il quadro fu esposto alla Pinacoteca di Brera, prima di ripartire per la Francia il 30 dicembre del 1913. «In Italia, lo spettacolare successo popolare della Gioconda fu il primo esempio di fruizione di massa di un´opera», chiosa l´autore di Une femme disparaît, per il quale, se il furto assunse una valenza simbolica tanto forte, è soprattutto perché si trattava di un´opera eccezionale: «In questi casi conta la forza unica dell´opera, la sua presenza straordinaria. Se non ci fosse stato il fascino enigmatico del quadro, il successo non sarebbe durato, a poco a poco Monna Lisa sarebbe tornata nell´ombra. E anzi tanta pubblicità avrebbe potuto perfino ucciderne l´immagine, banalizzandola e desacralizzandola».
Si pensi ad esempio ai famosi baffi che qualche anno dopo Duchamp sovrappose proprio al sorriso della Gioconda, nel tentativo di sfregiare provocatoriamente il simbolo della tradizione artistica rinascimentale. «Un gesto di trasgressione che, alla luce di tutto quello che era accaduto negli anni precedenti, è in fondo un exploit abbastanza relativo», conclude Coignard, aggiungendo: «In realtà, grazie alla pubblicità del furto, la Gioconda era diventata un simbolo a cui chiunque poteva affiancare qualsiasi tipo di rivendicazioni, senza però scalfirne il valore. Un valore unico. In fondo, se ancora oggi la Gioconda è l´opera d´arte più famosa al mondo, è perché dietro al suo mistero c´è qualcosa che non si trova altrove». Il mistero di un sorriso che nessun ladro potrà mai portarsi via.