Varia 21/8/2011, 21 agosto 2011
SERGIO BOCCONI CORRIERE DELLA SERA
Loro hanno comprato. C’è chi ha voluto dare un segnale di fiducia nella società e chi anzitutto ha approfittato dei «saldi folli» in Piazza Affari per arrotondare le partecipazioni e abbassare il prezzo di carico delle azioni in portafoglio.
Così Leonardo Del Vecchio, patron della multinazionale Luxottica, ha acquistato alla fine di luglio azioni Generali e ha superato il 2%. Il group ceo del Leone, Giovanni Perissinotto, l’11 agosto ha investito nella «propria» compagnia con uno shopping di 20 mila azioni. L’imprenditore francese Vincent Bolloré nelle ultime settimane ha comprato in due riprese titoli Mediobanca passando così dal 5,18 al 5,46% nel capitale e nel patto della banca d’affari. E ancora, Francesco Gaetano Caltagirone, autore a Trieste di un lento rastrellamento, il 10 e 11 agosto ha speso 6,5 milioni circa e rilevato in tutto 600 mila azioni della prima società di assicurazioni d’Italia, i cui titoli proprio in quei giorni toccavano i minimi dell’anno, arrotondando la quota oltre il 2,2%. Infine, Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, ha comprato nei giorni scorsi 50 mila titoli della controllata Snam Rete Gas impiegando 165 mila euro.
Acquisti che diventano subito noti perché la comunicazione è obbligatoria: si tratta di imprenditori o top manager che siedono nei consigli di amministrazione e quindi devono rendere pubblico ogni loro movimento sui titoli o che con le ultime operazioni hanno superato la soglia della «visibilità» Consob, pari al 2%. Ma è possibile si tratti solo di ciò che emerge di un iceberg forse di dimensioni non trascurabili: in «Pazza Affari» c’è anche chi guarda il cartellino del prezzo e si rende conto che la merce esposta vale di più.
Anzi, che siamo di fronte a situazioni quasi paradossali. Quando la francese Lactalis ha lanciato l’Opa su Parmalat molti hanno pensato: prima o poi doveva accadere, visto che la grande azienda alimentare aveva in pancia, grazie alle «battaglie» di Enrico Bondi con le banche di tutto il mondo, 1,5 miliardi di liquidità. Insomma, comprarla costava più o meno quanto c’era in cassa.
E che dire della Danieli, azienda del made in Italy tecnologico: ha debiti per 300 milioni e cassa e titoli per 1,4 miliardi. Dall’inizio dell’anno ha perso il 40% e in Borsa vale 580 milioni circa: quasi un terzo del suo «tesoretto» di liquidità. Ed è solo un esempio: nel nostro listino, ci sono compagnie di assicurazioni che ormai valgono meno dei propri immobili, gruppi industriali che si possono comprare a un prezzo inferiore a quello dei loro impianti, banche che hanno appena raccolto sul mercato mezzi freschi ma quotano meno di prima. Così fra i signori delle polizze il caso più significativo è quello delle Generali, titolo fra i preferiti del parterre italiano da parte degli investitori internazionali: prima della grande crisi iniziata nel 2007 valeva in Borsa 42 miliardi. Venerdì ha chiuso in controtendenza con un piccolo guadagno ma la capitalizzazione supera ormai di poco i 18 miliardi. Ciò significa che il Leone di Trieste, che ha asset investiti che equivalgono più o meno a un terzo del Pil italiano, non quota nemmeno come gli immobili, in portafoglio per 25 miliardi. E Fonsai? La compagnia di Salvatore Ligresti ha certo una situazione ben diversa, con oltre 2 miliardi di debiti, conti in rosso profondo, e una ricapitalizzazione d’emergenza che ha portato in cassa circa 800 milioni: oggi quota poco più di 600 milioni, comprese le risparmio non convertibili, e ha un patrimonio immobiliare di 3,3 miliardi a valore storico e investimenti per 37 miliardi.
Fra le banche ci sono poi casi che spiccano in modo particolare. Come UniCredit, che ha interessi in 22 Paesi e una rete in 50 mercati. Ha perso da inizio anno oltre il 40% e solo venerdì più del 5%: il titolo vale meno di un euro e l’istituto, che ha rafforzato il patrimonio a più riprese per 7 miliardi complessivi, capitalizza 17,9 miliardi. Nel 2007 quando ha avviato la fusione con Capitalia valeva da solo circa 70 miliardi, mentre la banca romana era sui 17-18. Come diverse grandi banche può vantare un tesoro artistico difficile da valutare ma di sicuro pregio, visto che il catalogo è di 60 mila opere. Lo stesso si può dire di Intesa Sanpaolo, che al momento della fusione nel gennaio 2007 valeva 67 miliardi e che nei mesi scorsi ha ricapitalizzato per 5: venerdì, dopo aver ceduto un altro 5% che porta la perdita da gennaio a oltre il 41%, quota 17,8 miliardi . Metà circa della sola Banca Intesa di allora. I suoi capolavori, opere che vanno da Caravaggio a Boccioni, possono essere battuti all’asta a pochi spiccioli? E che dire del Banco Popolare? Ha ricapitalizzato per 2 miliardi e oggi ne vale due. La sua controllata Creberg, da sola, ne «costa» 1,4. Dove sono finiti i soldi incassati e le altre banche del gruppo?
Si potrebbe continuare ancora a lungo: Mediobanca capitalizza 5,4 miliardi, metà della raccolta della controllata Chebanca; Fiat, che venerdì ha perso oltre il 4%, vale in Borsa 4,8 miliardi, la metà dei suoi impianti; l’Eni capitalizza ormai poco più di 50 miliardi mentre le sue riserve di petrolio ne valgono circa 300. Più o meno come l’intero listino di «Pazza Affari».
Sergio Bocconi
VITTORIO PULEDDA LA REPUBBLICA
MILANO - Quattro settimane da incubo. Per Piazza Affari e per la Borsa di Francoforte, che in un mese sono arrivate sul filo di lana nel traguardo della gara a ritroso che le ha portate a bruciare un quarto della loro capitalizzazione. La conseguenza più diretta è che mentre nei negozi si prepara il cambio di stagione, a Piazza Affari è ancora tempo di saldi. Le più tartassate sono banche (Intesa meno 29,5%, Unicredit meno 26,5) anche se negli ultimi trenta giorni i tracolli più drammatici li ha vissuti la Fiat spa, che ha perso circa il 40% (e solo poco meglio ha fatto l´Industrial).
Ma a parte la cronaca recentissima, uno sguardo alle capitalizzazioni mostra che lo shopping virtuale a Palazzo Mezzanotte offre più di una tentazione. Solo un anno fa ad esempio Benetton group valeva in Borsa 964 milioni; ora quasi per lo stesso prezzo (988 milioni) vengon via il gruppo di Ponzano Veneto più Basicnet, Stefanel e Antichi Pellettieri. Con poco meno di tre miliardi, un ipotetico Paper de´ Paperoni che avesse mano libera sul listino potrebbe mettere insieme un bel polo integrato di cemento e costruzioni: Impregilo, Buzzi e Italcementi insieme costano 2.943 milioni, con uno "sconto" di circa 600 milioni rispetto a dodici mesi fa.
Niente a che vedere, certo, con i tracolli del settore finanziario: che dire ad esempio del gruppo Fonsai-Milano assicurazioni, che insieme valgono 1.214 milioni di euro (dopo aver appena fatto un aumento da 800 milioni) mentre un anno fa da sola Fonsai ne valeva 1.184? Ora per poco meno di tre miliardi nel carrello della spesa virtuale troverebbero posto Unipol, Fonsai, Milano assicurazioni, Bpm e Popolare di Spoleto, mentre un anno fa insieme valevano 5 miliardi e trecento milioni. Curiosità: Bpm capitalizza 656 milioni, la metà dell´aumento di capitale massimo che Bankitalia ha chiesto, da realizzarsi in teoria entro l´anno.
Ancora banche e ancora dolori: Mps vale in Borsa un po´ meno di 5 miliardi, poco più della metà di quanto aveva pagato a suo tempo per Antonveneta. Molto più di recente, Rocca Salimbeni ha realizzato un aumento da 2,1 miliardi; ma in compenso rispetto ad un anno fa il tesoretto in mano ai suoi azionisti si è ridotto: la banca valeva 5.257 milioni nell´agosto 2010, ne vale 4.880 ora. Del resto Ubi si è praticamente dimezzata in termini di capitalizzazione (da 4,8 miliardi ai 2,3 di ora) nonostante abbia a sua volta appena realizzato un´iniezione di mezzi freschi. Pochi hanno retto all´onda d´urto (Mediobanca ha ceduto solo il 5% rispetto allo scorso anno); in compenso il Banco popolare è sprofondato: mille milioni in meno di capitalizzazione, nonostante un aumento di capitale da due miliardi, realizzato a inizio gennaio).
Meglio - e in proporzione incommensurabilmente meglio - vanno invece le cose nel settore del made in Italy, della moda, lusso e dintorni. Campari non è lontana dai massimi storici, alcune società piccole hanno raddoppiato le quotazioni in un anno (Aeffe) altre sono andate bene (come Damiani). E per una stella che si appresta a lasciare il listino (domani parte l´opa di Lvmh) un´altra società vi è approdata da poco, Salvatore Ferragamo. Sfidando i marosi di Borsa, il gruppo fiorentino tuttora è in rialzo del 10% rispetto al prezzo di Ipo (mentre Prada, che si è quotata in Cina, è un soffio sotto: 38,25 dollari di Hong Kong contro i 39,5 dell´Ipo). Resta il fatto che ad eccezione di Ferragamo e di Luxottica (a sua volta in lieve rialzo rispetto ad un anno fa) lo shopping virtuale avrebbe buon gioco a portare a casa molti marchi, stavolta non tanto per i cali di Borsa quanto per le dimensioni notoriamente ridotte del settore: con 1,8 miliardi si metterebbe insieme a Piazza Affari un polo della moda/lusso costituito da otto società; aggiungendo Ferragamo si arriva a 3,4 miliardi e si superano i 12 solo aggiungendo anche Luxottica, mentre con quasi tre miliardi si metterebbero insieme Tod´s e Geox (quest´ultima ha perso circa il 40% in tre mesi).