Ivo Romano, La Stampa 20/8/2011, 20 agosto 2011
Only in America, il suo slogan. Solo in America. Perché forse è solo lì che un ex galeotto può diventare protagonista, far soldi a palate, entrare nella storia dello sport e rimanerci per sempre
Only in America, il suo slogan. Solo in America. Perché forse è solo lì che un ex galeotto può diventare protagonista, far soldi a palate, entrare nella storia dello sport e rimanerci per sempre. Don King è ancora lì, anche se non più così in alto, perché superato da antichi rivali e nuove leve, a 80 anni suonati, il traguardo che taglia oggi, uno dei tanti di un’esistenza spericolata e vincente, controversa e dorata. Capelli elettrici, gioielli a profusione (il caratteristico «bling-bling» dei figli del ghetto che ce l’hanno fatta), sorriso da orso cattivo, eloquio poco forbito eppure più che eloquente: il più grande promoter della storia del pugilato. Il ring, la sua vita. I pugni, la sua fonte di gloria e ricchezza. Annusò l’odore dei soldi, ci si tuffò con ardita furbizia. Per chiudere col passato e aprirsi le porte del futuro. Un passato da allibratore illegale, perfino da omicida, beccato due volte. La prima quando sparò e uccise uno dei tre uomini che cercavano di rapinare una delle sue sale scommesse, la seconda quando picchiò a morte un debitore. Gli andò bene, in entrambi i casi. Legittima difesa, nel primo. Omicidio colposo e il perdono del Governatore dell’Ohio, nel secondo. Violento lo era, avvezzo al malaffare pure. Ma anche geniale, come dimostrò col suo ingresso nel mondo della boxe. Ingresso dalla porta secondaria, per poi diventare il numero uno. Convinse Muhammad Ali a fare un’esibizione di beneficenza, a Cleveland, la sua città. Fu la chiave che gli aprì la porta del successo. Quel che aveva tra le mani, lo tramutava in oro, come un Re Mida del ring. Ali si affidò alla sua abilità, lui fece in modo che non avesse a pentirsene. Roba sua, alcune sfide da leggenda: la sfida Ali-Foremann Zaire, passata alla storia come «The Rumble in the Jungle», come pure il match finale dell’epica trilogia Ali-Frazier, il famoso «Thrilla in Manila». Se Ali fu il suo primo grande assistito, altri ne sarebbero arrivati, a decine. Impressionante la lista dei suoi campioni, per forza di cose incompleta: Joe Frazier, George Foreman, Larry Holmes, Wilfredo Gomez, Salvador Sanchez, Mike Tyson, Ray Leonard, Roberto Duran, Julio Cesar Chavez, Evander Holyfield, Bernard Hopkins. Oltre 500 mondiali organizzati, più di 100 pugili cui ha fatto guadagnare almeno 1 milione di dollari, ben 7 dei 10 eventi più visti in payper-view: solo brandelli di un libro dei record spesso come un mattone. Ha regalato onori e quattrini, qualcosa se l’è preso indietro. Perché le origini non si dimenticano. Ex allibratore, non poteva diventare il più onesto degli uomini. Se lungo è l’elenco di chi ha condotto in alto, lo è quasi altrettanto quello di chi gli si è rivoltato contro. Ne ha denunciato qualcuno, ha ricevuto valanghe di denunce. Con una mano elargiva, per poi infilare l’altra nel portafogli altrui. Se l’è cavata, spesso. Con Tyson si accordò, dopo che Iron Mike gli aveva chiesto svariati milioni di dollari di danni. Con l’ufficio delle tasse se la cavò, per miracolo: lui assolto, il suo assistente condannato. Tante luci, altrettante ombre. Don King compie 80 anni, difficile che voglia tirare le somme. Lui va avanti. Non è più il re del ring, gli resta poco in mano, in termini di campioni: giusto Cory Spinks e il giovane Devon Alexander. Altra cosa, i rivali, da Arum a de la Hoya, da Goosen a Di Bella. Lui si gode il passato e il presente che gli piace. L’elezione di Obama, innanzitutto: «La cosa più bella dopo Martin Luther King». Only in America, of course. "IL COLORE DEI SOLDI Allibratore e omicida, ma geniale: portò il ring nel cuore dell’Africa"