Nadia Caprioglio, La Stampa 20/8/2011, 20 agosto 2011
«Vi ricordo, signori, che il 22 agosto va all’asta il giardino dei ciliegi. Pensateci!..». È il giardino dei ciliegi il punto di coagulazione dell’ultima, omonima, opera di Cechov, l’abbagliante velo bianco attraverso cui si vede tutta la storia, il giardino eternamente bianco sotto i fiori bianchi della primavera e sotto la neve d’inverno
«Vi ricordo, signori, che il 22 agosto va all’asta il giardino dei ciliegi. Pensateci!..». È il giardino dei ciliegi il punto di coagulazione dell’ultima, omonima, opera di Cechov, l’abbagliante velo bianco attraverso cui si vede tutta la storia, il giardino eternamente bianco sotto i fiori bianchi della primavera e sotto la neve d’inverno. Una «commedia», come la definì l’autore stesso, crepuscolare e luminosa che mette in scena un giardino d’un tenero biancore, un prezioso giardino d’altri tempi dove, all’alba, «un alberello bianco, piegato» ricorda l’ombra materna. Quattro movimenti, quattro spaccati di tempo reale, uno per atto e per stagione, recitano il lungo addio al giardino dei ciliegi così come ognuno dei protagonisti l’ha amato: per Ljuba ha la grazia gioiosa dell’infanzia, ma è anche il luogo in cui il suo bambino è annegato all’età di sette anni; per Lopachin, figlio di contadini, vale oro, ma bisogna abbatterlo, dividerlo in lotti per costruirci dei villini: bellezza sterile, tesoro da sfigurare, ognuno porta dentro di sé il proprio giardino dei ciliegi e per tutti l’avvenire si prefigura sulle rovine della sua bellezza. Ljuba comprende la propria vita soltanto quando, al ritorno da Parigi, dopo cinque anni ritrova il giardino intatto, con i suoi alberi bianchi che sembrano fantasmi. «Di qui guardavo il giardino: era come adesso, bianco, tutto bianco, e la felicità si svegliava con me ogni mattina. Oh, giardino mio! Dopo l’autunno, grigio, piovoso, dopo il gelo dell’inverno eccoti di nuovo qui, giovane, allegro. [...] Tutte quelle macchie bianche di fiori, il cielo così azzurro...». I fiori del giardino sono senza prezzo, ma anche senza valore alla vigilia della Prima Rivoluzione russa del 1905, quando l’aristocrazia ormai in fuga cede il passo alla più intraprendente borghesia: la piena fioritura di maggio, immersa nella nebbia leggera, lascia spazio ai tronchi nudi e neri che l’ascia comincia ad abbattere sotto un chiaro sole d’ottobre. Anton Cechov aveva una passione tipicamente russa per le piante: quando acquistò la piccola tenuta di Melichovo, in provincia di Mosca, provvide accuratamente a rimboschirla e nel suo giardino di Jalta piantò migliaia di fiori e arbusti, di cui si interessava anche quando era lontano. A lui si deve il più bel giardino della letteratura russa, nel racconto Il monaco nero del 1894. A differenza del Giardino dei ciliegi , tutti i colori di questo racconto, fin dal monaco del titolo, sono cupi, così come è tetro l’umore del protagonista, Andrej Kovrin, ospite nella tenuta di Pesockij, suo ex-tutore, per curarsi una malattia nervosa. L’enorme casa dalla facciata scrostata, con colonne e leoni, è immersa in un «antico parco, tetro e severo» che si estende fino al fiume, «su una riva argillosa, ripida, a picco sulla quale crescevano pini con le radici scoperte simili a zampe pelose»: il classico parco romantico, che produce l’effetto di profonda malinconia, «una malinconia da far venir voglia di scrivere una ballata». Immancabili alcuni elementi che sottolineano la vita illusoria della natura: l’acqua del fiume con i suoi riflessi, le brume delle nebbie, le ombre, il tramonto. Inoltre troviamo il culto degli alberi vecchi, molto diffuso in Russia. Anche Puškin, in una delle sue liriche liceali dedicate ai giardini di Carskoe Celo apprezza «la vetusta lanugine degli alberi» e Turgenev, conoscitore dei maggiori parchi d’Europa, "Lo scrittore acquistò una piccola tenuta in provincia di Mosca e provvide a rimboschirla accuratamente Turgenev scriveva all’amico Annenkov: «Non conosco nulla al mondo più incantevole dei nostri vecchi giardini»" scrive all’amico Pavel Annenkov in una lettera del 1872: «Non conosco nulla di più incantevole dei nostri vecchi giardini: non c’è luogo al mondo con un tale profumo e un tale grigio verde-dorato». Nelle vicinanze della casa padronale, nascosta dagli alberi, il parco, secondo l’abitudine russa, lascia spazio a una parte recintata destinata a fiori e piante ornamentali: «rose meravigliose, gigli, camelie, una varietà di tinte di tulipani, cominciando dal bianco candido a finir al nerofumo» si affiancano a spalliere di alberi da frutto, un pero che aveva la forma di un pioppo piramidale, querce e tigli come palloni, meli che formano ombrelle e arcate, susini intrecciati in monogrammi, viscioli, cespugli d’uva spina e di ribes, il tutto in un’atmosfera di fatica e di lotta contro la natura che accomuna il lavoro dei padroni e dei contadini. Il giardino agreste arricchito di alberi da frutto corrisponde allo spirito dei piaceri semplici dei suoi proprietari e dei visitatori. Ancora Puškin, in Epistola a Judin , descrive con nostalgia Zacharovo, la tenuta della nonna, e ricorda la casetta che si affaccia sul giardino ridente dove «Flora s’accompagna a Pomona, per far dono di frutti e fiori insieme». Dalle finestre della casa di Pesockij la visuale si schiude su viali diritti, fitti e oscuri, mentre più lontano le linee serpeggianti dei sentieri destinati alle passeggiate suddividono il parco in tanti paesaggi distinti, dando l’illusione di uno spazio senza confini. I viali relativamente stretti formati da fitti filari, per lo più di tigli, erano uno dei tratti più caratteristici dei giardini delle tenute russe e ne costituivano la bellezza. Viali dritti, non potati, che servivano da tranquillo rifugio per gli uccelli e proiettavano un’ombra scura senza trasparenza. L’Europa non conosceva i muri di tigli dei giardini russi, tanto che tali viali fitti assumevano un alto valore simbolico: Viali oscuri è il titolo di un racconto di Ivan Bunin che dà il nome a una raccolta del 1943 pubblicata nell’emigrazione e segnata da un’intensa nostalgia per la Russia. Bunin vede nel «viale di tigli oscuri» un simbolo della Russia che fu: un vecchio giardino regolare lasciato libero di crescere che è andato oltre se stesso, nel quale si evidenzia la vittoria della natura sul principio della regolarità razionale. In fondo, come scrive Aleksandr Blok il 1˚ aprile 1919 nel proprio diario, un bel giardino con i fiori di campo e la bardana non ha forse più fascino di un brutto parco con i vialetti battuti?