Francesco Alberti, Corriere della Sera 20/8/2011, 20 agosto 2011
STRAGE DI BOLOGNA, SVOLTA NELL’INCHIESTA INDAGATI 2 TEDESCHI
BOLOGNA — I colpevoli ci sono già, condannati in via definitiva perché ritenuti gli esecutori materiali, coloro che misero la bomba alla stazione: gli ex terroristi Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini. Ma il libro insanguinato della strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti, 200 feriti) non si può dire del tutto chiuso. Dopo 31 anni, la Procura ha aperto un’inchiesta bis, iscrivendo nel registro degli indagati altre due persone, i terroristi tedeschi Thomas Kram, 63 anni, e Margot Frohlich, 69, legati al gruppo internazionale di Carlos, in carcere a Parigi. La decisione del procuratore Roberto Alfonso e del pm Enrico Cieri rappresenta il punto d’arrivo di un filone d’indagine aperto nel 2006 sulla base di una serie di nuovi documenti giunti dalla Germania e dalla Francia alla commissione Mitrokhin. Ancora presto per dire quali saranno gli sviluppi. Gli inquirenti si chiudono a riccio: «Si doveva dare un nome alle persone oggetto delle indagini, il resto lo vedremo...». Il fatto è che Kram e la Frohlich non sono personaggi qualsiasi: entrambi presenti a Bologna il giorno della strage, è attorno ai loro nomi che ha preso corpo, senza però mai trovare una concretezza giuridica, l’ipotesi della cosiddetta «pista palestinese», secondo la quale la bomba fu messa dal Fronte di Liberazione per la Palestina come ritorsione per l’arresto da parte dell’Italia di uno dei suoi massimi dirigenti. Una tesi sostenuta, oltre che da Fioravanti e dalla Mambro, anche da molti esponenti del mondo politico, soprattutto di centrodestra.
L’iscrizione nel registro degli indagati, anticipata ieri da Il Resto del Carlino, ha colto di sorpresa l’Associazione dei parenti delle vittime: «Non ce l’aspettavamo — dice il presidente Paolo Bolognesi —, ma l’impressione è che non ci siano sviluppi significativi. La magistratura farà il suo lavoro, ma per noi gli esecutori restano Fioravanti e gli altri». Obiettivo dei familiari è arrivare ai mandanti: «Abbiamo pronto un dossier per la Procura che parte dalle carte della strage di piazza Della Loggia a Brescia e che dimostra che Fioravanti e gli altri erano inseriti in un contesto di terrorismo nero». Lettura opposta nel Pdl: «L’intera strategia della tensione va riletta» afferma il parlamentare Lucio Malan. E il finiano Enzo Raisi, che premeva da anni per la riapertura dell’inchiesta, parla di «miracolo».
Anche per il giudice di Cassazione, Rosario Priore, che si occupò dell’indagine, «la pista palestinese merita di essere seguita per ricostruire le relazioni tra il terrorismo italiano, le cellule rivoluzionarie tedesche, alcuni Paesi dell’Est e il gruppo internazionale che faceva capo a Carlos».
GLI AMICI DELLO «SCIACALLO» IL MISTERO DELLA PISTA A SINISTRA -
BOLOGNA — Come un fiume carsico, che c’è e un attimo dopo scompare. Come una voce in sottofondo: ossessiva e irraggiungibile. La cosiddetta «pista palestinese», mix oscuro di trame e terroristi, patti inconfessabili e indagini con troppi buchi neri, sta camminando da 31 anni al fianco di quel boato che distrusse la stazione di Bologna, sporcando per sempre la coscienza di un Paese e lasciando sul terreno 85 morti e 200 feriti. Un’ombra spesso invisibile, per molti infondata, per altri invece volutamente occultata, che da quella mattina del 2 agosto 1980 pesa sulla verità storica e giudiziaria della strage. Una verità scolpita nel 1995 dalla Cassazione, che ha indicato nella pista nera degli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini gli esecutori materiali della mattanza (loro si sono sempre dichiarati innocenti) e in Licio Gelli, Francesco Pazienza, oltre che negli ex ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, i burattinai dei tanti depistaggi. Non basta certo la semplice iscrizione nel registro degli indagati di Thomas Kram e Margot Frohlich, terroristi tedeschi dal macabro curriculum, legati a doppio filo a Carlos, «lo Sciacallo», al secolo Ilich Ramirez Sanchez, per anni terrore dei servizi di sicurezza mondiali e ora detenuto in Francia, ad intaccare sentenze cementate in tre decenni. Però che qualcosa cambi, se non altro imponendo prospettive e chiavi di lettura finora tenute in disparte, è innegabile.
L’ipotesi della pista palestinese disegna un film completamente diverso da quello ufficiale. Dallo scenario della pista nera si passa a quella rossa. Dalle cupe atmosfere della strategia della tensione ad uso nostrano si passa ai mille fili che legavano il terrorismo internazionale. Riemerge un’Italia stretta tra i blocchi, costretta ad accordi a lungo tenuti nascosti. In questo film, tutto da provare, la bomba alla stazione diventa allora l’orrido strumento con il quale il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina «punisce» l’Italia per il sequestro di due missili e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh, tra i massimi dirigenti del Fronte. Molto più di uno sgarbo agli occhi dei palestinesi: una violazione smaccata di quel «lodo Moro» che, come hanno rivelato in due distinte interviste al Corriere della Sera Francesco Cossiga e Abu Sharif, all’epoca portavoce e ministro degli esteri del Fronte, prevedeva un’intesa tra il nostro Paese e i palestinesi in base alla quale questi ultimi avrebbero potuto attraversare la Penisola trasportando armi ed esplosivi, ma in cambio si impegnavano a non commettere attentati sul nostro territorio. L’arresto di Saleh, secondo i sostenitori della pista palestinese, avrebbe fatto saltare l’accordo: da qui la strage, commissionata dai palestinesi al gruppo di Carlos, di cui Kram era il braccio destro. Una consequenzialità che Cossiga ha però messo in discussione, sostenendo che la strage fu «un incidente e che l’esplosivo era solo di passaggio da Bologna».
Costruiti gli scenari, l’enorme problema dei sostenitori della pista palestinese è sempre stato quello di trovare riscontri che confermassero tali ricostruzioni. Per anni, mentre la giustizia italiana metteva a fuoco, lentamente e tra mille depistaggi, il ruolo di Fioravanti e della Mambro, erano in molti (nel centrodestra, ma non solo) a non escludere piste alternative. Tutto ruotava attorno a due alberghi di Bologna dove, la notte prima della strage, alloggiarono Kram e la compagna d’armi Frohlich.
Della presenza del primo, a quanto pare, erano in tanti a conoscenza. Lo stesso Kram rivelò anni fa in un’intervista al manifesto: «Non sono io il mistero da svelare. La polizia italiana sapeva in che albergo avevo dormito, la sera prima mi aveva fermato». Eppure per anni l’episodio non venne ritenuto di particolare importanza. La svolta è stata nel 2004 quando planarono sul tavolo della Commissione stragi e di quella Mitrokhin una serie di documenti dalla Germania e dalla Francia. Racconta ora Enzo Raisi, parlamentare finiano che quelle carte ha raccolto e studiato: «Nel 2004 arrivò alla commissione Mitrokhin una nota della magistratura tedesca relativa a Kram, ai suoi legami con Carlos e alla sua presenza a Bologna. La nota era datata 2001 e indirizzata all’allora capo della polizia De Gennaro. Venne girata alla questura di Bologna dove, con nostra grande sorpresa, scoprimmo che esisteva dagli anni Ottanta un voluminoso fascicolo sul terrorista tedesco, di cui la Procura era a conoscenza, ma che aveva preferito archiviare». Nel 2006 Raisi è tornato alla carica: «Era difficile ipotizzare che quei magistrati mettessero in discussione l’esito dello stesso processo svolto da quella stessa Procura. Io però le carte gliele ho portate. E stavolta, grazie all’onestà intellettuale del nuovo capo della Procura, Roberto Alfonso, la loro attendibilità è stata riconosciuta: certo, è solo l’inizio di una nuova storia...». Trentuno anni dopo.