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 2011  agosto 20 Sabato calendario

PARTI SOCIALI TIMIDE IDEE

N el recente convulso accavallarsi di annunci, fenomeni e disinneschi della crisi finanziaria, non tutti i soggetti collettivi, politici come socioeconomici, sono riusciti a capire e difendere le proprie filosofie di sviluppo e al limite i propri interessi.
In particolare un soggetto è apparso in grande difficoltà: il mondo che chiamiamo «forze sociali», quell’insieme cioè delle organizzazioni che rappresentano i diversi interessi imprenditoriali, sindacali, categoriali. Non si è vista traccia di una loro idea, iniziativa, proposta, mentre il governo era obbligato a inventare e correggere una molteplicità di ipotesi e di interventi. Eppure erano state le forze sociali a segnalare l’urgenza di muoversi; era stato il presidente dell’Abi Mussari a redigere un drammatico documento volto ad attirare l’attenzione del governo sul rischio che le banche italiane (il vero quotidiano raccordo tra vicende finanziarie e continuità dell’economia reale) entrassero in avvitamento, risultassero troppo deboli nel mercato azionario, potessero addirittura attirare la perversa tentazione di qualche circuito internazionale di comprarne qualcuna a prezzi stracciati. Appello sacrosanto non solo per gli interessi settoriali delle banche, ma per l’interesse di tutta l’economia italiana. Forse per rispetto a quest’ultima considerazione, o forse per acquisire maggiore potenza mediatica e d’opinione, Mussari ha chiesto la firma prima di Confindustria (che sempre primeggia in tale potenza) e poi delle altre forze sociali, arrivando in poche ore a un appello siglato da una trentina di organizzazioni.
A quel punto non era più un appello specifico e finalizzato, ma una più generica proposta di patto sociale (con l’idea di ripetere l’indimenticato mitico ’92-93) e una esplicita richiesta di un confronto con il governo. Richiesta subito esaudita, e tutti abbiamo visto in foto grandangolo la gloria vuota di un tavolo, anzi di un tavolone, dove la maggioranza viveva solo l’orgoglio di esserci ma non la responsabilità di fare una proposta o di assumere un impegno. Per i ritratti a destra nella foto, cioè i ministri, la cosa è stata senza effetti negativi visto che proposte e impegni sono poi arrivati da Francoforte e dintorni; ma per le forze sociali si è profilata subito l’inesistenza. Il premier ha offerto tavoli su tavoli, anzi «un agosto di tavoli», ma neppur essi si son visti; il governo ha deciso quel che poteva e va oggi al dibattito parlamentare in un grande silenzio delle forze sociali. Si è avuta notizia solo delle già conosciute diffidenze della Uil; di una ordinaria dialettica tra Confindustria e commercianti sull’innalzamento dell’Iva e della sacrosanta ira di Mussari per l’inconcludenza cui è stata destinata la sua iniziativa.
Una débâcle, per chi aveva l’ambizione di ripetere il mitico ’92-93. Una débâcle che sarà difficile rimontare durante il dibattito parlamentare visto che il gioco delle parti politiche e delle loro componenti sarà il più prevalente. Sarà invece bene che le forze sociali, se non vogliono finire nell’ombra dell’indistinto, facciano tesoro della lezione di queste settimane cominciando a mettere in chiaro e condividere almeno le cose che «non si devono più fare». Più precisamente, non si dovrebbe andare in truppe numerose ma senza specificità di obiettivi; sognare patti a tanti firmatari; vivere di tavoli e di richieste di tavoli; pensare che i patti e i tavoli siano lo strumento opportuno per nascondere interessi e lobbismi specifici, che è meglio contrattare in piena luce; privilegiare l’opinionismo generico alle battaglie sulle cose reali; delegare le strategie di movimento politico alle proprie organizzazioni (forse ce n’è una sola) che hanno fatto dell’opinionismo la loro cifra d’azione. Queste le cose da non fare, poi ce n’è una da fare, cioè discutere e riflettere insieme su quale sviluppo e su quale idea di composizione sociale si può e si deve spendere energia e potere da parte delle forze sociali. Se si pensa al ruolo di tessuto intermedio che le forze sociali hanno avuto e hanno, non si può ad esempio accettare una manovra che va contro i due processi che hanno fatto la storia italiana degli ultimi cinquant’anni, cioè la moltiplicazione delle imprese e la cetomedizzazione, senza che le forze sociali abbiano espresso un qualsiasi parere. Si ricordino che sono forze di sistema e come tali devono comportarsi, fuori dagli arroccamenti corporativi e lontano dalla tentazione di apparire, su tavoli o giornali.