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 2011  agosto 20 Sabato calendario

Dalla culla alla tomba: torna il welfare del Duce - Non è affatto vero, come è stato sostenu­to, che la manovra finanziaria di mezzo ago­sto non abbia un padre

Dalla culla alla tomba: torna il welfare del Duce - Non è affatto vero, come è stato sostenu­to, che la manovra finanziaria di mezzo ago­sto non abbia un padre. Ce l’ha e come. E non è un padre molto simpatico. Si chiama statalismo. È l’erede di quella «economia mista» realizzata dal fascismo e transitata e sopravvissuta nell’Italia repubblicana. Dopo una brevissima parentesi liberista ­legata al nome di un grande economista, Al­berto De Stefani - il fascismo abbandonò la politica di «restaurazione finanziaria» che aveva fatto proprio uno dei miti della «destra storica», il pareggio del bilancio, che il mini­str­o De Stefani poté orgogliosamente dichia­rare raggiunto il 2 giugno 1925. Il nuovo obiet­tivo del fascismo era la «trasformazione dello Stato» (l’espressione è di Alfredo Rocco) e, con essa, la costruzione di un regime lontano dallo spirito dell’Italia liberale: un regime di tipo autoritario che facesse leva sul «consen­so » delle masse garantito da strutture che as­sicuravano la «fascistizzazione»del Paese at­traverso il controllo della vita e delle attività, lavorative e intellettuali, del cittadino. La meta venne raggiunta non solo attraver­so inte­rventi sulla struttura istituzionale e or­ganizzativa dello Stato, ma anche passando attraverso la politica economica, finanziaria, sindacale. Fra il 1925 e il 1929 il fascismo get­tò­le basi per la costruzione del cosiddetto Sta­to corporativo, che ebbe, come presupposti e capisaldi, la liquidazione del sindacalismo autonomo, la legge sulla disciplina dei rap­porti collettivi di lavoro (o legge sindacale), l’istituzione delle corporazioni, la «Carta del lavoro», l’istituzione della magistratura del lavoro, ma anche una legislazione sociale che riguardava l’infanzia,il mondo femmini­­le, la famiglia. Il corporativismo fu, comunque, il grande tema degli anni trenta. Se ne discusse come dottrina economica, ma anche come modali­tà di organizzazione dello Stato capace di ri­s­pondereallesfideinnescatadallagrandecri­si del 1929 e alle conseguenze della recessio­ne sull’economia europea. Nacque l’idea di creare uno «Stato nuovo» fondato sui sinda­cati o, addirittura- come sostenne Ugo Spiri­to con la proposta di una «corporazione pro­prietaria » - costruito sull’identificazione fra individuo e Stato propria del comunismo so­vietico. Sempre più lontano - e, anzi, ad esso con­trapposto- dallo spirito dello Stato liberale, il fascismo, durante gli anni Trenta, accentuò la presenza della mano pubblica nell’econo­mia naz­ionale creando una miriade di azien­de autonome ed enti pubblici. Si poté parla­re, addirittura e non senza ragione, di «Stato imprenditore».Nel 1937,con la trasformazio­ne dell’Iri, creato quattro anni prima per argi­nareicontraccolpidellagrandecrisi, inistitu­zione permanente, lo Stato, di fatto, divenne proprietario di un impero industriale, che, al­la vigilia del conflitto mondiale, grazie alle fi­nanziarie di settore, controllava il 90% della flotta mercantile, il 75% della produzione di ghisa, il 45% di quella siderurgica ed era pre­senteneisettoridellatelefonia, dellacantieri­stica, dell’industria meccanica, dell’indu­stria elettrica. Contemporaneamente alla trasformazio­ne in Stato imprenditoriale, il fascismo realiz­zò di fatto uno Stato assistenziale, che segui­va la vita del cittadino, per così dire, «dalla cul­la alla tomba», attraverso le organizzazioni giovanili, il dopolavoro, l’opera maternità e infanzia e via dicendo.Ed è questa-l’idea del­lo Stato assistenziale e dello Stato imprendi­tore - la vera eredità lasciata all’Italia postfa­scista. Un’eredità pesante e negativa. Lo sta­talismo e l’interventismo statale sono, chec­ché se ne voglia dire, la negazione del liberi­smo economico e del liberalismo politico. La manovra economica di ferragosto, anziché interventi strutturali in chiave liberale, ha pri­vil­egiato la leva fiscale e la protezione di inte­ressi corporativi, come,per esempio,la dife­s­a delle pensioni di anzianità e il rifiuto di in­nalzare l’età pensionabile. E non è cosa bella. Né, tanto meno, utile.