Stefano Bartezzaghi, la Repubblica 20/8/2011, 20 agosto 2011
L’ESTETICA DEL “MI PIACE”
C’è almeno un punto su cui George Orwell, Aldous Huxley e gli altri autori delle più cupe e angosciose immaginazioni sul futuro hanno sbagliato, e non di poco. Il luogo comune delle utopie alla rovescia, o distopie, vuole infatti che l´eguaglianza tra gli uomini (ottima cosa) sia ottenuta per riduzione di ogni diversità e tarpatura di ogni psiche (spavento). In quei mondi fittizi le manifestazioni di individualismo sono sintomi della peggior malattia, stigmi del peccato originale, prove del crimine più efferato: il pensiero personale.
Quel che è successo, o che sta succedendo, è l´esatto contrario. Il Potere, la Rete o qualsiasi altra istanza a cui assegnare il compito di Grande Formattatore del Reale e del Virtuale non ci chiede affatto di rinunciare a opinioni, gusti, orientamenti personali. Al contrario, ci invita a formulare la nostra opinione. Il suo messaggio principale è: «Di´ che ti piace prima di tutti i tuoi amici» (opzione ubiqua in tutta la Rete).
Il gusto, non certo il pensiero, è infatti il vento che dispiega e gonfia le vele del personalismo. Dall´adesione ideologica alla concupiscenza, alla semplice preferenza, al capriccio finiamo per aderire ai nostri gusti, a indossarli e anzi a incarnarli. Le nostre bacheche Facebook si riempiono di messaggi del genere: «A XY piacciono le melanzane alla parmigiana e Rainer Maria Rilke». La bizzarria degli accostamenti a volte è violenta; ma a essere bizzarra è già la cosa in sé. Roland Barthes, il finissimo critico e scrittore, giocò a «mi piace / non mi piace» nel 1975: elencò gusti («... il sale crudo, i romanzi realisti, il pianoforte, il caffé, Pollock...») e disgusti («... Vivaldi, telefonare, i cori bianchi, i concerti di Chopin, le serate con persone che non conosco...») per un libro intitolato Roland Barthes di Roland Barthes. Il gioco, allora, era riservato a pochi privilegiati: un semiologo raffinato, che si era conquistato il diritto di scrivere un libro a proposito di sé stesso. O anche il comico Woody Allen, con le sue famose «cose per cui vale la pena vivere» che, avendo raccolto un vasto pubblico di simpatizzanti attorno al proprio narcisismo, diventarono le «cose che vale la pena di mettere in un film». Una volta per decidere di dichiarare i propri gusti occorreva essere o diventare perlomeno gente come Lucio Dalla («La musica andina, che noia mortale»), Franco Battiato («Non sopporto i cori russi / la musica finto rock /la new wave italiana il free jazz punk inglese. / Neanche la nera africana»), Nanni Moretti (Sachertorte, scarpe, quartieri di Roma, Alberto Sordi, Lina Wertmüller...). Ora basta un blog o un profilo Facebook.
In moltissimi altri ambiti è consentito, incoraggiato, sollecitato o anche francamente richiesto il nostro intervento personalizzante. I bibliofili segnavano la proprietà della loro copia applicando l´ex-libris («Dai libri di»). Oggi esistono siti che personalizzano direttamente il testo, per esempio inserendo il nome di un bambino in una favola o quello di un adulto in una storia d´amore. Il vecchio «It´s you!», il dito puntato delle rockstar dal palco verso persone ognuna delle quali si sentirà la Prescelta, diventa così una reale possibilità. L´evoluzione degli apparecchi di riproduzione e registrazione hanno già fatto diventare un gioco da mano sinistra la produzione di compilation personalizzate di canzoni (quelle che un tempo prendevano ore e inficiavano il ripasso pomeridiano dei liceali). Ma ora esistono anche siti che a richiesta aggiungono nomi o modificano canzoni, procurando (a costi altini) l´equivalente in formato mp3 di una serenata.
È il trionfo della personalizzazione: aNobii mostra le nostre biblioteche personali e le incrocia con quelle altrui, per scoprire affinità tra lettori; social network affini esistono per la musica, il cinema, l´arte. Possiamo scegliere la colonna sonora di un videogioco, il carattere di lettura di un e-book, la successione dei capitoli di un libro come ci componiamo un menu al ristorante.
Nel mondo degli oggetti scegliamo non più l´abbinamento dei colori, ma anche la scritta sulla maglietta; non più il modello d´auto, ma anche il motivo decorativo del tettuccio. Valentino Rossi ha iniziato a decorare la sommità del casco a causa delle riprese televisive dall´alto, e noi lo imitiamo. Dal monogramma sulla camicia, il dominio della personalizzazione possibile si è esteso sino alle scarpe, su cui ora un´azienda salentina può stampare qualsiasi foto che gli venga mandata via Internet.
Non sarà forse inutile specificare che la carica negativa dell´utopia è tutt´altro che scongiurata dal topos in cui viviamo. La folla solitaria si è forse riappropriata di qualcosa? Con pennarelli, acqua ossigenata, forbici i ragazzi personalizzavano quelle borse e quei blue-jeans che oggi i loro figli acquistano già scarabocchiati, smacchiati, strappati nei punti giusti. Ad accorgersene per tempo è stato Walter Siti, con il memorabile incipit di Troppi Paradisi: «Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un´intelligenza che serve per evadere. Anche questa civetteria di mediocrità è mediocre, come i ragazzi di borgata che indossano a migliaia le T-shirts con su scritto "Original"; notano la contraddizione e gli sembra spiritosa».
È come se si fosse risolta una contraddizione in termini, e si fosse quadrato il circolo dell´«artigianato industriale» o della «personalizzazione di serie». Una volta l´oggetto poteva essere modificato, ora viene prodotto già con la gamma delle sue variegature possibili. Inoltre, quando (quasi sempre) ciò avviene con un computer, ogni scelta personalizzante che compiamo ci iscrive automaticamente a un profilo composto dalle nostre preferenze, quindi in una categoria di consumatori.
Mentre viviamo il privilegio di scegliere lo standard a cui iscriverci, ci potremmo allora chiedere se i gusti che esprimiamo siano davvero nostri, o se invece non siano noi. E se quanto pensiamo lo pensiamo davvero o pensiamo di pensarlo. La risposta, almeno qui, è libera.