La Stampa - TuttoLibri 20/8/2011, 20 agosto 2011
«GRISHA MI DISSE: NON FARE LA VEDOVA TRISTE»
Il diario di lettura di Beatrice Monti della Corte corrisponde al diario di una vita. Alla cronaca attualissima di un’avventura appassionante e tuttora perdurante. Il primo contatto - fisico - con i libri di cui dice di avere memoria risale agli anni dell’impero italiano. Ai giorni in cui «ne ricordo ogni tramonto…» - il papà, direttore degli uffici culturali imperiali, la portava con sé nelle spedizioni in Africa. «Raggiungevamo cavalcando i castelli di Gondar» racconta l’amazzone di allora che, per reggersi bene in sella, doveva stringere tra le ginocchia e la groppa del cavallo certe pagine che suo padre compilava con i nomi dei re di Francia, sicuro di aver escogitato il metodo più efficace per impartire alla figlioletta le basi della storia d’Europa e dell’arte equestre.
L’aneddoto è pervaso da quella commistione di ironia, nostalgia, levità, cavalleresca nobiltà che costituisce lo spirito del miglior Gregor von Rezzori, il marito scrittore di Beatrice dedito fino alla fine a quell’ Anecdotage , «divertimento narrativo alla De Quincey», notava l’autore stesso, che intitola la versione inglese della sua ultima opera. L’attesa è magnifica nella traduzione italiana (di Andrea Landolfi, Guanda), e Greisengemurmel , «rimuginio di vegliardo», nell’originale tedesco. Un libro in cui lei, «B.», appare come una costante, stupenda presenza.
L’attesa di incontrarla era magnifica. L’aspettativa grandissima. L’idea di raggiungere Donnini, in Valdarno, lungo la strada che da Firenze porta alla favolosa tenuta sulle colline toscane suscitava la trepidazione e il timore di un incontro vis-à-vis con un personaggio letterario uscito da un romanzo per raccontarsi. Dell’illuminata Baronessa del Chiantishire, la vedova di «Grisha», la creatrice e presidente - o anima fervida e intelligente - della Fondazione Santa Maddalena avevo letto e sentito raccontare molto. Della fascinosa nobildonna figlia di una principessa armena e di un conte di stirpe lombarda. La moglie e per oltre trent’anni la musa del suddito più irresistibile dell’impero austro-ungarico. La bambina cresciuta nelle colonie di un altro impero. La precoce «golden girl» - tale la disse Bruce Chatwin - della generazione intellettuale riunita a Capri nel dopo guerra.
A Capri approdò da giovane orfana.
«Mia madre, la fragile armena fuggita da Istanbul su una nave da guerra francese nel ‘22, morì quando avevo sei anni. Mio padre si risposò: con una matrigna degna dei fratelli Grimm, diceva Grisha. Possedeva però una casa ad Anacapri».
E qui lei conobbe Moravia e la Morante «Litigavano sempre. Lavoravano schiena contro schiena chini su due opposte scrivanie».
Norman Douglas.
«Mangiavo il gelato seduta sulle sue ginocchia. Forse perché sembravo un ragazzetto».
Vitaliano Brancati.
«Era poco simpatico, con quella sua moglie sempre imbronciata».
Sibilla Aleramo.
«Che si diceva avesse per amante un giovane poeta…».
Curzio Malaparte.
«Che per primo mi disse “è ora di mettersi a lavorare!”. E mi spedì a Milano a seguire le sue pubblicazioni. Mi affidò alla signora Guarnati, che si occupava di libri d’arte: amica di De Pisis, amante di Giò Ponti, mi sembrava vecchissima…».
Lei invece «ragazza dorata», di lì a poco sarebbe diventata tra le più grandi galleriste italiane. «Vestale dell’epifania artistica americana», pioniera «della New York art scene…» scrisse von Rezzori che allora, erano gli Anni 60, non era ancora entrato in scena… «Non era ancora comparso, ma mi stava dando la caccia. Conosceva il personaggio, la gallerista. Erano gli anni in cui, alla Galleria dell’Ariete di Milano, compravo e esponevo le opere di Rothko, Rauschenberg e De Kooning, Bacon, Burri e Tàpies.... Artisti contemporanei ancora ignorati dal pubblico italiano. Ci incontrammo nel 1965, a Gargnano, nella villa dei Feltrinelli che festeggiavano i dieci anni della casa editrice. Lui era ospite di Inge, io ero arrivata in compagnia di un fidanzato, lo scultore Andrea Cascella. “Votre nom était écrit dans mon cœur depuis longtemps” mi disse con un inchino quando mi raggiunse sul lungolago dov’ero scesa a giocare con il mio cane. Chissà a quante altre l’aveva già detto…».
Conosceva la sua fama di seduttore?
«Conoscevo la sua prosa di scrittore. Avevo letto Un ermellino a Cernopol , il romanzo che era uscito per la serie Medusa di Mondadori e aveva venduto quarantamila copie. Mi era molto piaciuto».
Von Rezzori lo sapeva. Ammettendo di essere «uno degli stregoni che con le rune cercano di evocare la realtà» si diceva in dovere di prendersi sul serio: «Lo devo a B. Mi ama (ama lo scrittore)». E l’uomo?
«L’uomo sapeva farsi amare. Non era certo un tipo noioso. Era pieno di charme. Irresistibile. Non ho fatto fatica a innamorarmene. Uno degli uomini più intelligenti che abbia mai conosciuto. Pessimista, eppure solare. Cinico, ma luminoso. Mai disposto a cedere ad alcuna cupezza».
È lo stile dei suoi romanzi, un cocktail di serietà e soavità, di profonda consapevolezza e sense of humour… «Bad humour è una grave forma di maleducazione, diceva. Seppe mettermi di buonumore perfino quando, pochi mesi dopo il primo incontro mi colpì il fuoco di Sant’Antonio. Ero tutta un prurito, non volevo farmi vedere da nessuno. Mi spedì un telegramma: “Can I come and share your plague?” Non glielo permisi, ma l’intenzione mi lusingò».
Alla fine gli cedette. Lo sposò a Dallas nel ’67. Donnini non c’era ancora… «Io abitavo a Milano e lui a Roma. La Toscana era a metà strada. E quando il duca di San Clemente ci avvisò che svendevano una tenuta nella terra dei Guicciardini, non esitammo.
La costruzione era una rovina, vi nidificavano le rondini e razzolavano le galline…».
Qui intervenne il suo gusto nel ricreare le case.
«Nel riportarle in vita. Come avevo fatto con il castello cinquecentesco di Lindos, a Rodi, dove abbiamo trascorso tante estati prima che l’isola fosse invasa da turisti e discoteche. Donnini mi parve subito un luogo ideale per lavorare: per pensare e scrivere».
Non per stare in solitudine.
«No. La casa era aperta per gli amici, che vi soggiornavano volentieri. Bruce Chatwin si presentava qui senza preavviso e si stabiliva laggiù, oltre la selva degli ulivi, nella torre medievale dove scrisse alcuni capitoli di Sulla collina nera . Per essere un viaggiatore si dimostrava piuttosto sedentario, ironizzava Grisha».
Come Chatwin, arrivavano Ugo Mulas, David Hockey e Michael Ondaatje. Erich Linder, Claudio Magris e Günter Grass.
«Che non amava Grisha: erano così diversi. Ma trovava sontuoso il suo tedesco».
Indro Montanelli.
«Che aveva chiesto a Grisha di collaborare al Giornale , con piccole storie che mi raccontava mentre ci spostavamo in auto tra Firenze e Milano e che io trascrivevo per lui».
Poi sono stati a scrivere qui Anita Desai e Zadie Smith, Michael Cunningam e Colm Toìbìn, Edmund White e Jamaica Kincaid.
«Quest’anno c’erano Miguel Syjuco, David Mitchel, Aleksandar Hemon, il vincitore del premio von Rezzori di cui tutti ci siamo invaghiti… Per un altr’anno sto inseguendo il giovane argentino Andres Neuman».
Come se Grisha fosse ancora qui… «Nel ’98, quando sapeva di stare per andarsene mi ha detto: “Non voglio che tu diventi una vedova lugubre. Non restringerti”. Restringermi non era nel mio carattere. Così ho tenuto aperte agli scrittori queste stanze».