L.Gra., La Stampa 20/8/2011, 20 agosto 2011
LA SCOMMESSA DI CHAVEZ: RIMPATRIARE 221 TONNELLATE DI LINGOTTI VENEZUELANI
C’è una storia a latere, che vale la pena di raccontare, nel dramma dell’oro che rincara mentre l’economia globale affonda: l’istrionico presidente del Venezuela Hugo Chávez ha deciso di far rientrare nel suo Paese le 211 tonnellate di lingotti d’oro che il suo Paese ha comprato nel corso dei decenni con i proventi del petrolio e ha via via ammassato in forzieri esteri sparsi fra Europa e Stati Uniti.
Se le si potesse vendere tutte al prezzo di ieri, quelle 211 tonnellate d’oro varrebbero quasi 8,9 miliardi di euro. Ovviamente è un prezzo teorico, perché un tale afflusso sul mercato tutto in una volta abbatterebbe il valore di scambio, ma serve a dare un’idea.
Perché Chávez vuol riportare a casa l’oro sparso all’estero? Perché i Paesi occidentali si sono giocati la credibilità di custodi imparziali delle riserve auree altrui con una serie di sanzioni e di sequestri cautelari imposti negli scorsi anni per motivi politici. Qui non è in discussione la bontà o meno delle ragioni per cui Gheddafi e tanti altri nemici dell’Occidente prima di lui si sono visti sottrarre i fondi dai depositi esteri dove li avevano sistemati, ma in ogni caso c’è stato un costo da pagare: le banche occidentali non sono più affidabili. Chávez non è tecnicamente un dittatore, è stato eletto attraverso elezioni, la cui legittimità però è stata a più riprese contestata dagli Stati Uniti assieme ai suoi metodi di governo. E nella prospettiva di futuri scontri con gli Usa, il Venezuela di Chávez non vuol vedersi sottrarre i lingotti di soppiatto.
E perché mai quei lingotti sono all’estero, anziché trovarsi a casa loro in Venezuela? È un fatto che affonda le sue radici nella storia. Il commercio dell’oro è sempre stato problematico, perché al costo della materia prima si deve sommare, se c’è anche il trasferimento fisico del lingotto, il costo del trasporto, della protezione armata, dell’assicurazione eccetera. Questo è vero per ogni bene trasportato, ma è particolarmente vero per un bene prezioso come l’oro. Di conseguenza, nella storia si è teso a non far seguire alla compravendita di oro il trasferimento fisico dei lingotti. Se per esempio la Banca d’Italia doveva cedere dei lingotti alla Banca d’Inghilterra, li teneva sempre nei suoi forzieri, ma li spostava su uno scaffale dove c’era scritto «Inghilterra». Solo a lunghe scadenze le banche facevano una perequazione e mandavano qualcuno a ritirare qualche lingotto.
Anche il Venezuela nei decenni ha comprato molto oro, ma per la maggior parte senza portarselo a casa; lo ha lasciato in custodia a enti affidabili come la Banca d’Inghilterra (che da sole ne ha 99,2 tonnellate) e il resto per lo più in banche private britanniche come Barclays, Hsbc e Standard Chartered. Adesso la fiducia non c’è più e tutto l’oro deve andare in Venezuela.
Ma come si fa? Mike Cundy, direttore della sicurezza di G4S (logistica del commercio aureo), dice che «questo trasporto verso il Venezuela sarà il più grande degli ultimi decenni e forse il più grande di sempre». In teoria si potrebbero caricare le 211 tonnellate su due Jumbo jet e mezzo, ma il costo dell’assicurazione sarebbe proibitivo. L’esperto valuta che la soluzione meno costosa sia frazionare il carico in 40 parti, da trasportare non in aereo ma via nave. Navi con poderose scorte armate, per proteggerle da pirati e terroristi. Un trasporto epico, degno delle flotte dell’oro spagnole del Cinque e Seicento, ma con l’Atlantico percorso in senso inverso.