Massimo Gramellini, La Stampa 20/8/2011, 20 agosto 2011
IL NOMINO DELLA ROSA
Giunge notizia, ma confidiamo in una smentita, che Umberto Eco si accinga a pubblicare la versione riveduta e corretta del suo megaseller «Il nome della rosa». Un po’ come succede per i grandi successi musicali che vengono riproposti dopo qualche tempo in chiave acustica. Lo spirito della replica sarebbe di rendere il libro accessibile ai lettori più giovani. Restringendo i riferimenti eruditi nei 140 caratteri di un messaggino Twitter? Spostando la scena dalla biblioteca di un monastero a un Internet point? Facendo parlare Adso, Guglielmo e Bernardo come Aldo, Giovanni e Giacomo? Tutti noi Eco-ammiratori (so per certo anche Adso, Guglielmo e Bernardo) ci auguriamo di no. Non foss’altro per non creare un precedente. Perché il passo successivo sarebbe la riedizione de «I promessi sposi» con la censura dei paesaggi lacustri, analizzati fino allo spasimo da generazioni di studenti sbadiglianti, e la trasformazione dei «bravi» in vampiri e di Renzo Tramaglino in un emulo lessicale del Trota.
Eco è troppo intelligente per non sapere che la ragione profonda del successo del «Nome della Rosa» consistette proprio nella patina di cultura alta che lo avvolgeva, consentendo ai lettori dei gialli Mondadori di esibire il suo thriller colto per darsi un tono in società. Tolta la patina, svanirebbe la magia. E la magia, in un libro, è tutto. A renderci ottimisti è l’ultima parte della notizia. La nuova versione snella sarebbe di 550 pagine. Più dell’originale. Conoscendo Eco, potrebbero essere tutte di note.