Manuela Dviri, Vanity Fair 24/8/2011, 24 agosto 2011
IN PRINCIPIO FU LO JOCCA
Il Cottage è un formaggio fresco in fiocchi, tipo Jocca, dall’inconfondibile scatola con la foto di una casetta nel verde, che un po’ ricorda il kibbutz, un po’ il sogno (per la gran parte degli israeliani neppur minimamente realizzabile, dato il costo dei terreni edificabili) di una casetta a schiera dove crescere in pace e tranquillità i propri figli. La Tnuva che lo produce, società cooperativa di proprietà dei kibuzim, è un altro simbolo del Paese, di tempi in cui si viveva con poco e di poco: Cottage spalmato sul pane nero (in ebraico lehem ahid), più frutta e verdura di stagione, uova, pollo e poco più. E di lebenia, una specie di yogurt. Poco, ma se lo potevano permettere tutti, così come l’educazione, ottima e gratuita, e la sanità, ottima anche quella. I ricchi, allora, erano pochi. E le tasse sui prodotti di lusso altissime. Altri tempi, Il Paese è cambiato molto. La sua ricchezza è rimasta: creatività, lavoro, intelligenza. Ma sono arrivate anche le bistecche, e i sushi, e i viaggi all’estero, e i croissant al burro per la prima colazione. Ma, soprattutto, è arrivato il liberismo economico. E persino la Tnuva è stata venduta. L’ha comprata l’Apax, un gruppo internazionale di investimenti. Che subito, per fare un rapido guadagno, ha aumentato il prezzo del latticino nazionale. Tanto, si dissero, gli israeliani non rinunceranno mai a comprare il loro amato formaggio fresco, da mangiare la mattina e la sera assieme all’insalata di pomodori e cetrioli tagliati fini, conditi con un goccio di limone, una spruzzata di mentuccia e un filo d’olio. Non si sbagliavano. Le vendite continuarono, anche se il prezzo dal 2007 al 2011 era aumentato di quasi 1’80%. Dopotutto, si trattava di una perdita di pochi shekalim al mese (1 shekl= 5 euro circa), per l’israeliano medio. Niente di che. Ma, come nelle migliori favole, tutto cambiò quando piazza Tahrir, cuore delle rivolte al Cairo, in Egitto (e il sistema Facebook), approdò a Tei Aviv. Andò così: un anonimo signore scrisse su Facebook che ne aveva abbastanza. Che, a quel prezzo, il Cottage non l’avrebbe più comprato. In l50 mila cliccarono «I like» su Facebook, 1 milione di persone non comprarono il Cottage. Le vendite scesero a picco. E le perdite sia per i supermarket sia per i produttori furono enormi, anche perché il formaggio fresco inacidisce rapidamente, questione di una settimana al massimo, specialmente d’estate. La Tnuva, visto il collasso, abbassò il prezzo, ma ormai la frittata era fatta. Il vento della protesta era partito. Dopo, fu la volta della rivolta per il prezzo delle case. Ce ne sono 45 mila libere e quasi sempre vuote, comprate da ricchi cittadini stranieri, ebrei europei a Tel Aviv e Natanya, ebrei americani a Gerusalemme. Tutte nei luoghi migliori: a Tel Aviv vicino al mare, a Gerusalemme, con vista sulle mura di Solimano il magnifico. Il Paese è piccolo e affollato, di terreni edificabili ce ne sono sempre meno, non è certo un caso che 300 mila israeliani, non tutti per ideologia, abbiano scelto di vivere nei Territori, dove le case costano molto meno. Cominciò con una giovane e bella studentessa, molto intraprendente, che non facendocela più a pagare l’affitto, annunciò su Facebook che si sarebbe trasferita, in tenda, nel bel mezzo del costosissimo e scicchissimo viale Rothschild. Il successo dell’iniziativa fu immediato ed esplosivo. Oggi le tende su Rothschild sono 1.200 e non c’è più un buco libero per piantarci una canadese fino alla strada a nome del generale Al-lenby. Il municipio di Tel Aviv fornisce luce e pulizia gratis, e la tendopoli è diventata molto in, visitata dai vip e dalle persone comuni, quasi un nuovo centro della città. Tendopoli simili sono nate anche nelle periferie. È, a pensarci, la stessa protesta degli altri giovani del mondo di ceto medio, dall’Egitto alla Spagna, all’Inghilterra (forse un po’ più ambiziosa perché chiede l’impossibile, chiede che per la prima volta al mondo venga abbassato il prezzo del cibo e quindi della vita). Sono giovani spaventati da un futuro incerto, di grandi ricchezze per pochi e borghesia al limite della povertà per molti, e poi povertà vera e propria per moltissimi. Ogni settimana la protesta aumenta: da decine di migliaia, si è passati a 150 mila, poi a 300 mila persone in piazza la terza settimana (in proporzione, è come se in Italia fossero usciti a protestare due milioni e mezzo di persone). Il premier Netanyahu ha iniziato, finalmente, a temere seriamente per il suo fino ad allora placidissimo governo di centrodestra.
E intanto nella torrida estate mediorientale il dissenso continua: si moltiplicano i cortei contro il carovita, le marce di genitori con carrozzine per il futuro economico dei loro bambini, i sit-in alle pompe di benzina, gli scioperi della fame dei medici, le proteste degli assistenti sociali, tutti insieme in un grande «calderone» di malcontento. «Strana rivolta», ho accennato a uno dei leader di questa estate di fuoco, il fotografo con il quale ho spesso lavorato, Eyal Ofer. «Lottate per il prezzo dei latticini e quello delle case, ma non per la vita dei nostri figli e per un futuro di pace. Che me ne faccio di una casa e di cibo a buon prezzo se non avrò un Paese in cui vivere?». «È l’esatto contrario», ha risposto lui, «cercano di bloccare la nostra rivolta dicendo che siamo solo degli anarchici, degli estremisti. Ma noi vogliamo vivere. Prima bisogna avere di che vivere, e solo dopo si può imparare a vivere in pace con i propri vicini. E poi le dimostrazioni per la pace le abbiamo fatte, in passato, e non sono servite a nulla. E se questa protesta, del tutto apolitica, attraverso l’economia, ci portasse in nuove direzioni, mai provate fino a ora? La rabbia e la delusione di un Paese, comunque, stanno lentamente uscendo allo scoperto, spero che la stessa cosa succeda anche per i palestinesi».
E, a proposito di palestinesi, i nostri vicini, prossimi alla dichiarazione del loro futuro Stato, stanno seguendo con grandissima attenzione questa estate israeliana. E si lamentano degli stessi problemi. Con altri numeri, però. Con 140 mila dollari a Ramallah si può comprare un bell’appartamento di quattro vani in un’ottima zona. A Tel Aviv, non ci si compra proprio niente. Non che questo voglia dire che a Ramallah si sta meglio. Per carità.