Avvenire 18/8/2011, 18 agosto 2011
TOBIN TAX: PERCHÈ SI, PERCHÈ NO
PERCHÉ SI
RISANARE TASSANDO CHI SPECULA
Per i suoi sostenitori, la Ttf rappresenterebbe innanzitutto un fondamentale segnale di cambiamento: la politica riaffermerebbe il suo primato sulla finanza. Inoltre, dopo anni di deregulation finanziaria che hanno prodotto la crisi, la Ttf metterebbe un freno non tanto all’investimento dei piccoli risparmiatori, che ne sarebbero interessati solo marginalmente (0,05% del valore della transazione), quanto all’azione di chi specula sui mercati con centinaia, anche migliaia di negoziazioni effettuate ogni giorno in tempi brevissimi grazie ad appositi software. In terzo luogo, il gettito della Ttf (si stimano 200 miliardi di euro solo in Europa) darebbe ossigeno alle finanze pubbliche, provate dalla crisi e dalle manovre di austerity, e a politiche sociali e di cooperazione internazionale. (A.D.T.)
PERCHÉ NO
IL RISCHIO È LA FUGA DI CAPITALI
Chi si oppone alla tassazione delle transazioni finanziarie afferma che la Ttf sarebbe di difficile attuazione, se non addirittura inattuabile: per renderla davvero effettiva occorrerebbe un’intesa a livello mondiale, cioè che tutti i Paesi la introducessero allo stesso modo e nello stesso momento, dunque un’utopia o quasi. Se venisse introdotta solo in un’area, inoltre, ad esempio nella sola Unione europea, si produrrebbero distorsioni nella concorrenza fra sistemi e mercati finanziari, col rischio di uno spostamento – per non dire una fuga – di capitali verso i Paesi che non la applicano (è vero però che esistono già forme di Tobin tax, come la Stamp Duty nel Regno Unito, che non hanno impedito alla Borsa di Londra di essere uno dei maggiori centri finanziari del pianeta). (A.D.T.)