Chiara Paolin, il Fatto Quotidiano 18/8/2011, 18 agosto 2011
“DI TIVÙ B. NON CAPISCE NIENTE”
Lei lo sa cos’è il garbino? Ecco: se sa cos’è quello, capisce anche tutto il resto”. Enrico Vaime tecnicamente è un autore: radio, tivù, teatro, libri. In realtà è la mente caustica che ha elaborato mezzo secolo di cultura italiana per giungere all’amara considerazione che niente cambia, ma qualcosa a volte peggiora, in Italia. A guardare la Rai, l’idea viene, e Vai-me non si tira indietro nel denunciare lo stato dell’arte: irritante e molesto.
Sarebbe l’effetto garbino?
Esatto. In Romagna, dove mi trovo, lo conoscono bene. Quel vento forte, fastidioso, caldissimo, che scende da nord e non fa mai accadere nulla per giorni e giorni. Col garbino non piove, ma non ci si può nemmeno godere il mare. Uno è li che aspetta e dice: ma quando passa? Io sono qua a Riccione da giorni e sento solo ripetere: ma quando passa?
Lei mi prende in giro, non parliamo del garbino.
Vabbé, lei è molto furba. Parlo in generale delle cose che nel nostro Paese vorremmo eliminare, modificare, trasformare, e invece restano sempre uguali. Vale anche per la Rai.
Quindi secondo lei non è vero che C’era una vola la Rai, e ora non c’è più. È tutto come prima?
Guardi, io c’ero, e la gente s’è sempre lamentata. Sbuffavano. Che noia questo, che brutto quello.
Un momento. Lei scriveva programmi come Quelli della domenica (con Villaggio, Cochi e Renato), Canzonissima (Mina, Walter Chiari, Paolo Panelli): la gente impazziva.
Insomma, sì, qualche entusiasmo c’era. Ma a volte ci classificavano troppo leggeri, altre volte stupidini, oppure incomprensibili, perfino snob. La verità è che agli italiani non va mai bene niente.
Ma com’era lavorare alla Rai negli anni Sessanta: un privilegio?
Un’avventura. Poteva capitarti di tutto. Io entrai nel 1960, per concorso pubblico: formula pericolosissima, che venne subito abolita per evitare altri ingressi nefasti.
Con quel metodo entravano brutti ceffi.
Eh certo, certa gente che te la raccomando. Tipo Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Enzo Tortora, roba così.
Mamma mia.
Appunto che poi hanno evitato accuratamente di rifarli, quei benedetti concorsi pubblici. Siamo pazzi a metterci in casa persone informate dei fatti? Soggetti che si credono messi lì per occuparsi di cultura, spettacolo e informazione in totale autonomia? Per carità, non sia mai.
Quand’è che la Rai ha abdicato alle sue libertà?
Credo verso la fine degli anni Settanta, lì c’è stato il cambio di gestione. Perché dalla direzione affidata ai tecnici si è passati rapidamente alla politica, ai partiti. E poi, più tardi, alla sottopolitica e alle frattaglie partitiche.
Non è stato il modello commerciale a cambiare le regole?
Mah, insomma, coi soldi si può sempre ragionare. Con l’arroganza del potere no. Se adesso un direttore di rete se lo sceglie direttamente una segreteria di partito o il consiglio d’amministrazione di una banca, di che vogliamo parlare?
Lei è ancora dentro la tivù. Ha fatto tutto l’inverno una rassegna notturna su Rai1 per raccontare la Rai del passato insieme a Maurizio Costanzo, e ha una rubrica mattutina su La7 che ricomincia a settembre. Non può essere apocalittico e integrato al tempo stesso.
Certo che posso, finché ci riesco. Questo è il tempo delle contraddizioni. Perché il miglior talento televisivo di oggi, Fiorello, fa la radio? Perché lui, che è il Vianello dei nostri giorni per versatilità e intuito, non va in video?
Ce lo dica.
Perché Fiorello non vuol parlare con un sottosegretario di governo quando decide la scaletta o gli ospiti del suo programma.
Allora non è vero che tutto è uguale a prima: adesso in Rai è un po’ peggio di prima.
Da quando Berlusconi è entrato in tivù è mutato il contesto. Silvio capisce di televisione quanto un salumaio: basta vendere, il resto mancia.
Ma nel 1985 lavorò per lui scrivendo Risatissima: c’erano Boldi, Banfi, Columbro, Carlucci, Fenech. Molto berlusconiano.
Forse, se non fosse arrivato lui, ci saremmo beccati un Murdoch qualsiasi. È il sistema dei media che ha fatto un salto globale, però la combinazione italiana è stata davvero nefasta: una gran disinvoltura moderna nell’investire soldi e una tradizione antica nel marcare politicamente il territorio.
E l’opposizione?
Non mi piace parlare degli assenti.
D’accordo, ma allora chi salverà la Rai? Lei faceva una trasmissione radiofonica già predittiva negli anni Ottanta (Black Out) e poi ha scritto un libro dal titolo Non contate su di me. Che fa, si disimpegna?
C’è poco da fare ormai, mi creda. Tutti i geni e gli intelligentoni sono già al loro posto , ma mancano le figure operative, quelli che fanno davvero bene le cose perché ne sono capaci, non perché qualcuno ha procurato loro una poltrona.
Hanno appena fatto fuori Paolo Ruffini da Rai3.
Se dico che bisognerebbe investire sui professionisti lei avrà delle convulsioni?
A La7 pare lo stiano facendo. Crozza, Lerner, Formigli, Saviano, Mentana.
Mi attengo all’ultimo citato. Mentana ha dimostrato che fare un buon tg e sollevare gli ascolti non è poi impossibile.
Invece il Tg1 perde colpi.
Quelle sono situazioni macabre , preferirei non parlarne. Alla fine, sono sempre in vacanza.
A Riccione.
Ci vengo da cinquant’anni.
Che allegria.
Ma qua sto benissimo, è pieno di amici miei, ringiovanisco a vista d’occhio. E poi, scusi, dove dovrei andare: a Formentera?
Troppo giovanile?
Macché, sono tutti geometri.
Però magari lì il garbino non c’è, e le cose accadono veramente.
Niente da fare, io resto fedele nei secoli. Voglio stare qui e vedere se succede finalmente qualcosa. Il vento girerà, prima o poi.