Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 18 Giovedì calendario

LA TASSA DEL NOBEL E I 40 TENTATIVI MANCATI

Almeno una quarantina di tentativi nella storia. Versioni più o meno edulcorate, più o meno locali, più o meno efficaci. Molte delle quali, in realtà, rimaste lettera morta. Centinaia di studi accademici. Migliaia di dibattiti. Almeno un risultato James Tobin, economista americano e premio Nobel nel 1981, l’ha ottenuto: la tassa sulle transazioni valutarie che propose nel lontano 1972, e che in realtà mai ha visto la luce, negli ultimi quarant’anni ha suscitato dibattiti appassionati. Ha fomentato grandi battaglie, a partire da quelle dei «no-global» dai quali lui stesso prese le distanze. Ha ispirato molti interventi fiscali "cloni". Ma quarant’anni dopo, e a nove anni dalla sua morte, siamo ancora allo stesso punto: al dibattito. Al nulla di fatto.

La proposta del premio Nobel era semplice: tassare tutte le conversioni "spot" di una valuta in un’altra, versando i proventi alla Banca Mondiale per sostenere i Paesi poveri. Il suo obiettivo era di ridurre la volatilità sui mercati valutari: dato che il prelievo fiscale avrebbe inciso maggiormente su chi compra e vende con un orizzonte temporale di breve termine, perché la tassa si applica ad ogni operazione effettuata, Tobin era convinto che questo avrebbe scoraggiato la speculazione mordi e fuggi. Forse aveva ragione: esistono decine di studi che ne dimostrano teoricamente l’efficacia, ma anche decine che ne provano l’inutilità. In realtà, però, nessuno sa se una tassa del genere possa veramente ridurre la speculazione e la volatilità: perché non è mai esistita.

Sta di fatto che ad ogni crisi finanziaria, con il suo strascico di speculazione e volatilità, c’è qualcuno che ri-propone la Tobin Tax. Non è la prima volta. E non sarà l’ultima. Anzi: molti Stati hanno già provato autonomamente a fare qualcosa di simile. Per esempio la Svezia, nel lontano 1984. Stoccolma introdusse una tassa dell’1% su ogni compravendita di azioni (non di valute, come suggeriva Tobin). Nel 1986 la tassa fu addirittura raddoppiata e tre anni dopo ne fu introdotta una simile sul mercato obbligazionario. Ma le entrate per lo Stato furono deludenti (50 milioni di corone l’anno, contro i 1.500 milioni preventivati) e i volumi di negoziazione sui mercati scesero. Morale: nel gennaio 1991 la Svezia tornò sui suoi passi e abolì la tassa.

Ma è negli ultimi vent’anni che le iniziative si sono moltiplicate. Un recente studio dell’Università di Sussex mostra che dagli anni ’90 almeno 35 paesi di tutto il mondo hanno in vario modo provato a tassare le transazioni finanziarie: dall’Argentina (intervenuta nel marzo 2000 con un’imposizione dello 0,6% su azioni, bond e futures) al Brasile (con varie tasse simili), dalla Finlandia (con un’imposta introdotta nel 1997 solo sulle azioni) allo Zimbabwe. Ma si tratta di un universo vario, solo lontanamente assimilabile all’idea che James Tobin ebbe nel 1972.

In Europa il dibattito si è fatto però più intenso nel 2001, tanto che qualche anno più tardi il parlamento belga ha approvato la cosiddetta "Spahn Tax": un prelievo sui flussi finanziari il cui ricavato sarebbe andato a finanziare progetti infrastrutturali nel terzo mondo. La norma sarebbe però entrata in vigore solo se tutti gli Stati europei l’avessero approvata. Morale: è finita in cavalleria. Iniziativa simile, arrivata molto prima, era stata quella del Canada: il Parlamento nel 1999 aveva varato una risoluzione per chiedere alla comunità internazionale l’introduzione della Tobin Tax. Ma la comunità internazionale respinse la missiva. Così, tra le iniziative del presidente venezuelano Chavez e quello brasiliano Lula, arriviamo alla proposta attuale franco-tedesca: nuova crisi, vecchio dibattito.