Michelangelo Cocco, il manifesto 18/8/2011, 18 agosto 2011
IL MICRO-BLOG CHE FORA LA GRANDE MURAGLIA
La «bomba chimica» alle porte di una metropoli di 6 milioni di abitanti è stata disinnescata dalla protesta popolare. Il governo ha ceduto alle pressioni dei manifestanti e chiuso la «Fujia», una fabbrica di paraxilene (PX) nella quale i dimostranti vedevano una terribile minaccia per Dalian, città portuale nella Cina nordorientale.
La mobilitazione dei cittadini era cominciata lunedì 8 agosto, quando il passaggio del ciclone Muifa aveva danneggiato la diga eretta dalle autorità a protezione dell’impianto, in grado di produrre ogni anno 700 tonnellate di PX, utilizzato in vernici e materie plastiche. L’allarme della popolazione era stato lanciato attraverso i weibo, i micro blog dell’internet cinese: la rottura della barriera può aver causato la fuoriuscita (circostanza smentita dalle autorità) della sostanza chimica altamente tossica.
Entrata in funzione due anni fa, la «Fujia» - riferisce l’agenzia di stampa Xinhua - ogni anno paga all’amministrazione di Dalian tasse per 2 miliardi di yuan (217 milioni di euro). Per questo domenica scorsa il segretario locale del Partito comunista (Pcc) Tang Jun e il sindaco Li Wancai avevano provato a calmare i dimostranti, riuniti dalle 10 del mattino davanti alla sede del governo, promettendo di spostare lo stabilimento. Ma la folla, decine di migliaia di persone come testimoniano i video pubblicati anche su YouTube (www.youtube.com/watch?v=vk0K3w69cSY), non si è accontentata di garanzie giudicate troppo vaghe. Tantissimi (e organizzati) i giovani, che indossavano magliette con l’immagine di una bomba con la miccia accesa e l’invito «PX out!». «Amo Dalian, odio il veleno» e «Fuja vattene!» alcuni tra gli slogan più gettonati. Armati di macchine fotografiche digitali e telefonini, hanno «postato» sui weibo le immagini della protesta. Alle 4 del pomeriggio, con il pacifico assedio in piazza del Popolo che non accennava a smobilitare, al sindaco non è rimasto che annunciare l’immediata chiusura della «Fujia».
Li Chengpeng, blogger e scrittore divenuto popolare (sui micro blog lo seguono oltre 2 milioni di persone) per le sue inchieste sul terremoto del 2008 nel Sichuan, ha commentato così il successo del movimento di protesta: «Ha vinto Dalian, non perché abbiano vinto i funzionari o la pubblica opinione, ma perché era necessario mantenere la stabilità». Per il Global Times, uno dei giornali più progressisti tra quelli in lingua inglese, che tuttavia si guarda bene dall’esaltare la protesta di massa, «l’incidente ha dimostrato che le richieste della gente vengono considerate seriamente dal governo cinese. Sia il pubblico che l’esecutivo hanno iniziato ad adattare a un periodo più democratico sia il loro linguaggio sia le loro azioni».
Da proiettile a boomerang
«Il treno è andato a sbattere contro qualcosa. La nostra carrozza si è ribaltata. I bambini stanno piangendo. Per favore, Venite ad aiutarci! Fate presto!». L’sos viene lanciato alle 20:47 del 23 luglio scorso da un passeggero del treno D 301 che sul suo weibo si firma Yangjuan Quanyang. Non passerà alla storia solo come l’inizio del trauma nazionale legato alla scoperta della vulnerabilità dell’alta velocità, ma anche come l’incipit di una catena di proteste che - partite anch’esse dal web - hanno costretto il governo a una serie di clamorosi passi indietro.
In poche ore il messaggio di Yangjuan, una studentessa sopravvissuta allo schianto col D 3115 (un altro «bullet train») è stato ritrasmesso 100 mila volte e, nelle settimane successive, ha ricevuto 10 milioni di risposte su Sina weibo e 20 milioni su QQ weibo. «Chiunque avrebbe potuto essere su quel treno» ripetevano i blogger, sconvolti dal bilancio delle vittime (40 morti e 200 feriti) e dalle immagini delle carrozze precipitate dal ponte all’ingresso della città di Wenzhou.
Nati in Cina un paio d’anni fa, nelle ore immediatamente successive allo scontro i micro-blog si sono rivelati un eccellente mezzo d’informazione e catalizzatore di soccorsi. Wu Zhiyong, un reporter di Wenzhou tra i primi ad arrivare sul luogo del disastro, ha inviato gli articoli sul suo weibo utilizzando un telefono cellulare: «Come giornalista ho il dovere di diffondere le notizie al pubblico immediatamente e per me i micro-blog rappresentano lo strumento più conveniente». Richiamate dagli appelli telematici, oltre mille persone sono andate a donare il sangue per i feriti dopo la mezzanotte e le immagini della gente in fila per i prelievi, «postate» sui weibo, hanno richiamato altri donatori.
In un paese in cui Twitter e Facebook sono oscurati (anche se la censura è aggirabile con un po’ di denaro e competenze tecniche), Sina weibo (140 milioni di iscritti), e QQ weibo (200 milioni, in maggioranza giovani) si dividono un mercato, in crescita, di oltre 500 milioni di utenti. Le autorità, nei momenti più caldi delle proteste, hanno censurato anche i weibo, bloccando alcune parole chiave. Il Pcc ha i suoi weibo, incoraggia la nascita di micro-blog «amici» e, recentemente, ha invitato tutti gli alti funzionari ad aprirne uno.
Classe media e arrabbiata
La protesta è esplosa poco dopo il disastro e il governo si è ritrovato sul banco degli imputati, accusato di tentare di «insabbiarne» le cause. Il 24 luglio Yiyi, una bimba di due anni, è stata estratta viva dalle lamiere da un soccorritore fuori servizio, dopo che le operazioni di recupero dei feriti erano state dichiarate ufficialmente chiuse. Wang Yongping, portavoce delle ferrovie, in conferenza stampa ha parlato di «miracolo» e giustificato così l’occultamento di alcune carrozze, prima che le cause del disastro venissero identificate: «I soccorritori hanno deciso di interrarle per facilitare il loro lavoro. Che crediate o no a questa spiegazione, io ci credo». L’altro ieri Wang è stato licenziato. Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato - il governo della Repubblica popolare presieduto dal premier Wen Jiabao - è stato costretto ad aggiungere dei membri «indipendenti» alla commissione incaricata di far luce sulle cause dello scontro. I risarcimenti per i familiari delle vittime sono stati aumentati, da 170 mila yuan a 915 mila (circa 100 mila euro). L’andatura dei treni, che aveva eguagliato quella dell’alta velocità giapponese ed europea, è stata ridotta mediamente di 50 chilometri orari, i prezzi abbassati. Tutto per venire incontro alle richieste di un’opinione pubblica inferocita dalla gestione dell’incidente.
Secondo Ivan Franceschini, curatore del volume «Germogli di società civile in Cina», mentre le proteste di Dalian sono più legate agli interessi della classe media, il caso del dopo incidente di Wenzhou ha coinvolto strati più ampi della società. «In questo momento si assiste a una tendenza all’apertura e al pluralismo, seguita a una di chiusura, di gelo da parte del regime - dice Franceschini -. Dalian e Wenzhou, dopo mesi in cui abbiamo visto lo Stato arrestare, bloccare, rappresentano due casi di riscossa della società civile».
Chang Ping, sul South China Morning Post, ha evidenziato il vicolo cieco in cui si troverebbe la classe media, principale beneficiaria della crescita impetuosa degli ultimi anni. «Queste persone non sentono alcuna necessità di opporsi troppo duramente alle arretratezze del sistema, perché ne fanno parte e il loro successo è una prova del fatto che funziona - sostiene il commentatore -. Ma negli ultimi anni hanno visto che il loro sogno di una vita buona e stabile sta diventando difficile da realizzare. Hanno accumulato del denaro e comprato un paio di proprietà, ma hanno scoperto che la fabbrica della loro società è lacerata e l’ambiente distrutto».