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 2011  agosto 18 Giovedì calendario

BANCHE E BORSE SULLE BARRICATE. NO ALLA TOBIN TAX

In una delle ultime volte che dal cilindro europeo e mondiale il mago di turno ha tirato fuori il «coniglio» Tobin Tax, il nostro ministro dell’economia Giulio Tremonti è stato chiarissimo. Tassare le transazioni finanziarie, disse all’inizio di settembre di un anno fa, è «affascinante sul piano etico, politico e anche tecnico. Ma o la fanno tutti i paesi del G20 oppure diventa una specie di suicidio». E di suicidarsi, oggi, banche, case d’affari e borse non hanno granché di voglia, visto che sul piano politico, grande coesione non se ne vede. L’Olanda è contraria alla proposta franco-tedesca, la Svezia chiede che la misura sia condivisa ovunque nel mondo. Anche Londra, che con Gordon Brown fu una grande sostenitrice della tassa, ora pone precisi paletti: «Qualsiasi tassa - dicono da Downing Street - deve essere applicata a livello globale altrimenti le transazioni non faranno che spostarsi laddove non saranno tassate».
La stessa cosa che sostengono gli operatori finanziari. Deutsche Boerse, la piazza tedesca, sostiene come tale tassa «non sia adeguata a rafforzare nel tempo la sicurezza e l’integrità dei mercati finanziari». Piuttosto costituisce «un incentivo a spostarsi verso nicchie di mercato non coperte dalla tassa». Insomma, trattasi di «un regalo ai mercati e ai prodotti finanziari non regolamentati». Dello stesso tenore le banche cooperative tedesche (non le casse di risparmio, che si dicono favorevoli) e i colleghi inglesi e irlandesi. Tra gli operatori, però, prevale lo scetticismo sulle reali possibilità che il balzello teorizzato nel 1972 dal premio Nobel James Tobin per frenare la speculazione sulle valute, prenda davvero piede, così come abbia efficacia contro la speculazione. «Mi sembra un diversivo rispetto a problemi più importanti del settore finanziario, come la regolamentazione dei derivati e degli opachi mercati “over the counter”», commenta Mario Spreafico, responsabile degli investimenti in Italia di Schroders.

Meglio prevenire scatti in avanti, comunque. Ed ecco l’Afme, l’associazione che riunisce le banche di investimento europee dire che «una tassa sulle transazioni sarebbe un freno alla crescita economica». E rivendicare il ruolo dell’industria finanziaria che «non deve essere vista come una fonte addizionale di entrate tributarie, ma come una parte essenziale di un’economia stabile e sostenibile». In Borsa finora l’effetto-annuncio della tassa anti-speculazione (verso cui l’attuale e il futuro presidente della Bce, Trichet e Draghi, si sono sempre mostrati assai scettici) è stato piuttosto limitato. La Borsa di Londra, è vero, chiude in rosso (-0,5%), ma è più che altro l’effetto dei timori legati alla salita della disoccupazione. Francoforte, chiude a -0,77%, ma pesa il rallentamento del Pil. Chi trema, per ora, sono i titoli delle Borse a loro volta quotate. Le azioni di Deutsche Boerse cedono il 5%, quelle di Nyse Euronext (New York-Parigi) il 4,7%, la londinese Lse (che controlla anche Borsa Italiana) il 2,8%.

Si attendono dettagli sul dove, come e quanto della tassa. Che, con poche eccezioni (come Corrado Passera che un anno fa si dichiarò a favore di «una microimposizione che non distorca il mercato») non piace ai banchieri ma convince molti economisti a cominciare da un altro Nobel come Joseph Stiglitz. Le ipotesi più gettonate parlano di un balzello tra lo 0,01 e lo 0,05% sul valore della transazione, per un gettito che, a livello mondiale potrebbe essere - a seconda dei calcoli - tra i 400 e i 600 miliardi di dollari. In uno studio la Cgil a gennaio calcolò che l’Italia, con un prelievo dello 0,05%, avrebbe maggiori entrate per 3,89 miliardi di euro. Le previsioni non furono però rispettate in Svezia, dove l’esperimento nato nell’84 fu chiuso nel ’91. L’Fmi dice che la Tobin Tax non è risolutiva per i mercati: calano i volumi, scende la liquidità e cresce la volatilità. Ma si può fare. Del resto il balzello, soprattutto dalla fine degli Anni 90, torna ciclicamente alla ribalta come panacea anticrisi. Fino a qualche anno fa, però, col ricavato i teorici della «Tobin» volevano aiutare i paesi poveri. Ora l’Occidente si aggrappa all’ex «tassa da comunisti» per salvare se stesso.