Marco Imarisio, Corriere della Sera 18/8/2011, 18 agosto 2011
IL DELITTO IMPERFETTO DELLA SEGRETARIA
Nada Cella è un nome che grida vendetta a Dio e agli uomini. Se un postulato della criminologia teorizza l’inesistenza del delitto perfetto, la morte violenta della segretaria di Chiavari non fa che confermarlo, trattandosi di un omicidio così vistosamente imperfetto, così grossolano, che c’è voluta una gran dose di imperizia da parte di investigatori e magistrati per renderlo un mistero ancora insoluto a distanza di 15 anni.
La mattina del 6 maggio 1996 Nada Cella arriva al lavoro in bicicletta, come sempre. Ha 25 anni, da pochi mesi è stata assunta come segretaria nello studio del commercialista Marco Soracco, al secondo piano in un palazzo della Chiavari vecchia. È figlia unica di Bruno e Silvana. Famiglia unita, umile e perbene. «Segni particolari: brava ragazza» titolerà il settimanale Oggi dopo la sua morte e si tratta di una sintesi efficace. Quel lunedì, ore 9, Nada apre a una persona che suona al citofono. L’assassino percorre il corridoio, entra nell’ultima stanza a destra, un bugigattolo arredato con una scrivania e una sedia. È lo stesso Soracco a chiamare il 113. Lavorava nella stanza accanto, non ha sentito e visto nulla.
Ma qualcosa è successo, qualcosa di molto brutto. Nada è agonizzante, ha il viso e il torace completamente coperti di sangue. È stata colpita alla testa almeno 15 volte, con un oggetto pesante e aguzzo, mai più ritrovato. Muore in ospedale dopo una breve agonia. I giornali se ne occupano soprattutto per sottolineare le analogie con il delitto di Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma nel 1990, anche lei in ufficio. Con l’ottimismo che è sempre diretta conseguenza della logica e di una apparente evidenza dei fatti, un investigatore si lascia scappare: «La soluzione è vicina, pochi giorni e saprete tutto».
La scena del delitto viene subito stravolta, come peggio non si potrebbe. I barellieri che cercano di aiutare Nada ne detergono il corpo martoriato, e questa non è certo una colpa. I primi inquirenti giunti sul posto concedono invece alla madre e alla zia di Soracco, preoccupate per il decoro dell’immobile, il permesso di pulire le strisce di sangue lasciate dalla ragazza sul ballatoio e in alcune parti dello studio. Gli interrogatori vengono condotti con molta calma, non c’è accordo sull’eventualità di intercettare subito le conversazioni telefoniche degli inquilini, alcuni prelievi del Dna non vengono concessi per cavilli giuridici. Alla fine del 1998 il caso viene archiviato, con il silenzio dovuto alle vicende gestite male, ma proprio male. Il commercialista Soracco, principale indiziato e indagato quasi di default, viene scagionato. Dalle indagini non emerge neppure uno straccio di movente.
Bruno Cella muore di crepacuore nel luglio del 1999. Era alla guida della sua Cinquecento, diretto al cimitero dove è sepolta Nada. Silvana diventa una frequentatrice quasi abituale del Palazzo di giustizia. A ogni cambio di procuratore, di magistrato, chiede la riapertura delle indagini. Non si rassegna all’assenza di qualunque risposta su una morte così atroce e immotivata, ed è difficile darle torto. Chiavari non è Roma, dove l’eco del delitto Cesaroni, e quello dell’Olgiata, poi risolto a sorpresa un anno fa, si disperdono nel mare grande della metropoli. Chiavari è uno stagno, al confronto. È una piccola città dove tutti si conoscono, dove quella morte senza colpevoli aleggia ancora. Come un pensiero nero, come un rimorso.
Ci deve essere anche questo, dietro ai tanti tentativi di riaprire il caso di Nada Cella. Una implicita ammissione di colpa, una cattiva coscienza.
Nel novembre 1999 vengono disposti accertamenti su Sergio Truglio, muratore reo confesso dell’omicidio di una prostituta serba. Nel 2005 l’allora procuratore capo Luigi Carli riprende il fascicolo, partendo dai diari della ragazza. Nel 2006 il pubblico ministero genovese Silvio Franz indaga per il delitto due muratori albanesi coinvolti in un’inchiesta sul racket della prostituzione, che abitavano in un appartamento vicino allo studio di Soracco. Niente. Adesso tocca a Francesco Brancaccio, un magistrato giunto da poco a Chiavari dopo essersi occupato del caso Parmalat. Nessuna novità, ma solo la fede nelle nuove tecnologie dello studio sul Dna.
Dal disastro delle indagini si sono salvati tre capelli, due dei quali muniti di bulbo, che non appartengono alla vittima. Ci sono le macchie di sangue sul vestito, c’è un’impronta sul muro dell’ufficio, e quel poco che resta del sangue non lavato dalla candeggina. Le tracce sono flebili, certo, come le speranze. Ma è giusto provarci. Anche questa nuova indagine, come tutti gli altri tentativi di riaprire il caso, servirà almeno come risarcimento postumo alla povera Nada e al suo papà. Lo Stato, ogni tanto, adotta vie tortuose per chiedere scusa.