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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

IL TG UNO? CAPISCO CHI È ANDATO VIA - AAA

professionista cerca lavoro onesto conoscenza lingue. Fermo posta Roma centrale”. L’annuncio uscì su La Stampa a pa gina 12. Il mittente era Demetrio Volcic, celebre corrispondente per l’Europa centro-orientale della Rai da Praga, Vienna, Bonn e poi ancora Mosca. Nel settembre 1994 scelse questo modo per lasciare la direzione del Tg1, dove era stato nominato un anno prima. “Sapevo che la mia stagione in Rai era alla fine. La conferma era una nota in cui il mio nome compariva in fondo a una lunga lista. Dirigenti che come oggi sono destinati alla soffitta di via Mazzini, la mazzetta dei giornali ma senza telefono. Ho pensato che proprio non mi andava. Così sono andato all’ufficio stampa e ho deciso di fare quel piccolo annuncio al quale peraltro hanno risposto solo degli alberghi, offrendomi il posto da portiere”. Volcic è stato il giornalista che ha raccontato gli anni della guerra fredda e il bipolarismo tra Usa e Urss, la stagione di Solidarnosc il sindacato polacco di Lech Walesa, da Bonn raccontò il passaggio dai socialdemocratici ai cristianodemocratici e l’era Kohl, poi tornò nella Mosca di Mikhail Gorbaciov. Fu Paolo Murialdi, allora consigliere di amministrazione Rai, a proporgli la direzione del telegiornale. Volcic subentrò all’interinato di Albino Longhi (il direttore precedente era stato Bruno Vespa diventato inviato speciale).
I politici telefonavano per dare le loro direttive di linea?
Non mi è mai accaduto quando ero corrispondente e neppure da direttore. Una telefonata di questo tipo me la fece Giuliano Ferrara allora neo-ministro. Era domenica ed ero di riposo. Mi parlò a lungo ma non capii cosa volesse dirmi. Forse ero ingenuo, forse stupido o magari un po’ arrogante ma non ho mai decifrato i suoi messaggi. Per quanto riguarda il direttore generale Gianni Locatelli, si parlava di come mettere la pubblicità e di non sforare sui programmi. Non della linea politica.
Sicuro?
Se ci sono state, non mi sono mai arrivate. La politica rimaneva fuori dal giornale. Anche perché era in pieno atto la disgregazione dei partiti tradizionali Dc in testa. Ricordo un particolare fatto. Mino Martinazzoli, allora segretario dello scudo crociato. Lo conobbi durante una trasmissione. Prima di salutarci gli dissi che c’era un suo tirapiedi che di tanto in tanto mi sussurrava: “Direttore ieri sera il giornale non è piaciuto”. Sa cosa mi ha risposto Martinazzoli? Lo mandi pure a quel paese. Io sono capitato nella “Rai dei professori”, nata per rilanciare la più grande azienda culturale del Paese ma anche per esprimere la rottura degli equilibri interni e con il sistema dei partiti. Ne facevano parte persone come Elvira Giorgianni Sellerio, lo stesso Paolo Murialdi, e poi un ottimo Feliciano Benvenuti, avvocato di Venezia che tutti chiamavano “il doge”.
Nella Rai dei professori non c’era quindi spazio per le richieste dei politici?
Nel periodo in cui sono stato direttore la politica aveva un approccio prudente. Certo non come oggi. Inoltre chi lavorava e apparteneva a un gruppo di partito prima apparteneva al gruppo Rai. Non so poi se i miei predecessori avessero avuto qualche consegna. La mia parola d’ordine non era depoliticizzazione ma departitizzazione.
Chi ha rimosso la Rai dei professori?
La nuova gestione Berlusconi, sciogliendo il Consiglio di amministrazione e nominando Letizia Moratti presidente. Rimodellarono il Cda a immagine di Berlusconi iniziando a cacciare i giornalisti. Anche l’attuale direttore generale Paolo Garimberti allora se ne andò.
Non è che per caso ricorda solo gli aspetti migliori di “quella” Rai?
In parte sì perché mi piaceva. In ogni caso i giornalisti non venivano censurati dalla politica.
A proposito di censura cosa pensa del Tg1 che nei giorni scorsi non ha mandato in onda la frase-shock di Gianni Letta: “Tutto è precipitato”?
Cosa s’immaginava che facesse? Si può ancora parlare di giornalismo quando si è così schierati? Quando la tv pubblica è nelle mani dei partiti può succedere anche questo.
Più in generale, dal suo punto di vista, oggi che Rai è?
(Lunga pausa in silenzio). È una domanda molto difficile, alla quale rispondo con l’ordine con il quale scelgo i canali. La sequenza è questa: guardo il sommario del Tg3, poi per divertirmi un po’ passo al telegiornale di Emilio Fede, attendo il sommario del Tg1 se non è troppo truculento poi giro su Mentana che è sempre il più chiaro, anche se per noi anziani forse parla un po’ troppo in fretta. Infine passo a una rete cinese dove scorrono le notizie in inglese e scopro come l’Italia sia molto peggio di quanto dica il presidente del Consiglio.
E guardando l’attuale Tg1
cosa pensa?
(Altra lunga pausa). Sono molto solidale con le due colleghe (Busi e Ferrario ndr) che hanno lasciato il giornale.
Ricorda gli ascolti del suo Tg?
Certo. Ci siamo trovati in concorrenza con il Tg5 diretto da Enrico Mentana (già caposervizio al Tg1), il giornalista più talentuoso della sua generazione che è riuscito a mantenere questa sua capacità fino a oggi. Era un testa testafradinoiconunamediadel30 per cento di ascolti. Il Tg5 era più leggero nel senso che il direttore poteva scegliersi la redazione e non doveva ereditare un gruppo storico. Mi spiego meglio con un esempio: se davanti a Saxa Rubra fosse avvenuto un incidente e fossero morte 20 persone io non avrei avuto un giovane giornalista per poter registrare l’accaduto. In ogni caso il testa a testa con il Tg5 è stato piuttosto serrato. Noi siamo andati in leggero vantaggio quando la Rai venne considerata di “opposizione” a Berlusconi (o dava l’impressione di farla). Con l’arrivo del mio successore Carlo Rossella, il giornale venne alleggerito di molto, intendo come contenuti, superando il Tg5.
Si sente ancora con qualche collega-amico della Rai?
Certo. Sono loro che devono dire se sono miei amici, comunque io adoro la redazione sportiva.
Può spiegare la teoria per cui per aprire un Tg è meglio una vacca che un politico?
Lo disse il presidente di tutte le televisioni russe in occasione di una visita in Italia. Lui allora si stupì che i rappresentanti politici avessero così tanto spazio quindi mi illustrò la sua teorie per cui se devi parlare di una casa meglio mostrare uno che la costruisce. Allo stesso modo se devi parlare di latte meglio mandare in onda l’immagine di una vacca che lo produce piuttosto che la faccia di uno che te lo promette.