Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 17/8/2011, 17 agosto 2011
RITIRO DALL’IRAQ SEMPRE PIÙ DIFFICILE
Il dramma degli arabi è questo: nelle ultime 48 ore in Medio Oriente possiamo scegliere, tragicamente, tra i missili Scud lanciati da Gheddafi, i cannoneggiamenti navali di Assad a Latakia e le stragi in Iraq, 74 morti in una serie di attentati con kamikaze e autobombe che riportano l’incubo di al-Qaeda nella vita degli iracheni e in primo piano il nodo politico e militare del ritiro delle truppe americane.
Dalla caduta della statua di Saddam in Piazza Paradiso a Baghdad nella primavera del 2003 sono passati più di otto anni e l’Iraq non soltanto non è pacificato ma si è trasformato per Washington in una sorta di paradosso inestricabile: se gli Stati Uniti se ne vanno, terroristi e insorti sunniti - ma anche i radicali sciiti di Muqtada al-Sadr - possono cantare vittoria e ritrovare vigore; se restano, come sarà probabile, daranno ai gruppi armati una buona ragione per continuare la loro campagna di destabilizzazione.
Come in Afghanistan, anche in Iraq entrare con gli stivali sul terreno è stato molto più facile che andarsene e forse qualcuno ha già dimenticato che questa guerra è costata oltre 200mila vittime civili, secondo stime al ribasso, alcune migliaia di marines uccisi e qualche milione di profughi, molti di questi rifugiati nella confinante Siria, il poligono della repressione alauita.
Gli iracheni vorrebbero che i soldati americani levassero le tende ma allo stesso tempo li tirano per la giacca della mimetica. E questo è un altro paradosso, perché il Governo del primo ministro Nouri al-Maliki, uno sciita che si dichiara indipendente ma è sponsorizzato da Teheran, sa perfettamente di avere a disposizione forze di sicurezza assai poco leali, infiltrate dai terroristi sunniti e in parte fedeli alle milizie sciite più estreme. Dal marzo scorso guida una fragile coalizione, partorita dopo nove mesi di frustranti negoziati, che tiene insieme i due gruppi settari rivali, sciiti e sunniti, e i curdi, il gruppo etnico che con il petrolio nel Kurdistan punta a fare corsa a sé.
Gli Stati Uniti, secondo gli accordi del 2008, circondati da mistero e segretezza, schierano 48mila soldati e dovrebbero ritirarli entro fine anno: da mesi sono in corso trattative per mantenere almeno 10mila uomini, truppe scelte per addestrare gli iracheni e pronte a intervenire sul campo. L’Iraq è ancora un’espressione geografica che neppure lontanamente ricorda la macchina da guerra di Saddam: non ha un’aviazione per difendere lo spazio aereo e neppure una marina per proteggere i terminali sul Golfo, senza contare che i confini sono un colabrodo.
Gli americani dunque resteranno per tenere in sella un Governo nato dalle loro pressioni e da quelle insistenti di Teheran che ovviamente appoggia l’asse sciita con Baghdad.
E qui c’è un altro paradosso. Spinto dagli iraniani il Governo del premier al-Maliki, alleato riluttante degli americani, sostiene il regime di Bashar Assad, espressione della minoranza alauita amica dell’Iran. La caduta di Assad può entusiasmare i democratici di ogni latitudine ma apre la strada alla rivincita dei sunniti a Damasco, una prospettiva che non può piacere alla maggioranza sciita al potere a Baghdad. Ecco come il cerchio sanguinoso e settario del dramma arabo si stringe intorno alle strategie occidentali e ai traguardi della democrazia.