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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

LO SCERIFFO DI NOTTINGHAM

«Per favore, non chiamatela Robin tax: piuttosto, è l’ennesimo abuso dello Sceriffo di Nottingham». Gli operatori di Borsa, soprattutto quelli stranieri, sembrano più colpiti dalla fantasia creativa del governo italiano che dalla fuga degli investitori dalla nostra Borsa. Era stato già difficile fargli capire come fosse possibile che il «Contributo di solidarietà» riguardasse solo l’1% dei contribuenti italiani quando le calette sarde erano piene di yacht, ed ecco arrivare il colpo di grazia: il rincaro della Robin tax sul settore energetico. L’energia è forse l’unico settore che macina non solo profitti e dividendi per soci e investitori, ma soprattutto che investe decine di miliardi di euro in opere e tecnologie da cui dipende il futuro energetico del Paese, la vita di centinaia di imprese dell’indotto e quindi la salvezza di migliaia di posti di lavoro.

Per il mercato finanziario, già deluso da una manovra confusa e senza spazi per la crescita, l’ennesimo rincaro della Robin Tax sulle imprese energetiche – energie alternative comprese – è stato insomma un segnale chiarissimo: l’Italia si muove sul mercato senza bussola, senza sapere cioè su quali settori puntare per sostenere l’economia tanto nel breve termine quanto nel lungo periodo. E allora, la parola d’ordine è vendere: prevedendo minori utili, la Borsa ha falcidiato i prezzi delle società quotate, dall’Enel a Terna, da Snam Rete Gas fino ai titoli delle municipalizzate grandi e piccole. Il timore è che l’esborso per l’aumentato carico fiscale – il Governo prevede di incassare con la nuova aliquota almeno 1,8 miliardi nel 2012 e circa 900 milioni per i due anni successivi – possa far diminuire il monte dividendi, abbassando il valore della cedola per i soci. Del resto, non potendo trasferire i maggiori oneri fiscali sulle tariffe finali, le aziende hanno poche alternative: o tagliano gli investimenti, o tagliano la remunerazione degli azionisti. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: un colpo di scure sulle capitalizzazioni di Borsa.

Il paradosso, insomma, è che l’operazione rischia di trasformarsi in un boomerang, visto che il Governo controlla la quota di maggioranza di Eni, Enel, Snam e Terna e che le utility locali sono una delle poche risorse di entrate per le asfittiche casse dei Comuni che le controllano. Per le imprese energetiche, insomma, si profilano tempi molto duri: maggiori tasse a parte, non solo saranno costrette a indebitarsi sul mercato a un prezzo più alto per effetto dell’aumento degli spread, ma rischiano persino di subire il declassamento di rating, con un effetto spirale che potrebbe davvero mettere in fuga qualunque investitore.