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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

«UNA MACCHINA DA TENNIS CHE HA IL TERRORE DEL BUIO»

Le pipì prima di una finale Slam: almeno 5-6 («È il nervosismo...»). La colazione preferita: cereali, succo d’arancia, latte al cioccolato, pane condito con olio e sale («Mai il caffè»). Le idiosincrasie: formaggio, pomodoro, prosciutto («Strano per uno spagnolo, eh...?»). Le manie: due bottigliette d’acqua alla sinistra della sedia, una dietro l’altra, rivolte diagonalmente verso il campo («È il mio modo di entrare in partita: mettere ordine in ciò che mi circonda mi aiuta a fare ordine nella testa»). Le paure: buio, tuoni, mare, cani. Le rotazioni medie, al minuto, del dritto: 3.200, una più, una meno. Le donne della sua vita: Ana Maria (madre), Maribel (sorella), Maria Francisca (fidanzata dal 2005).
Rafael Nadal ha aspettato di avere la tessera del club degli Immortali, il trofeo dell’Us Open 2010 (solo 7 tennisti nella storia hanno vinto tutti e quattro i tornei più importanti), per decidere di raccontarci qualcosa in più di sé e del suo mondo, come se prima non si sentisse autorizzato da quello spietato giudice interiore che zio Toni nutre con maniacale intensità di feroce agonismo e gelide critiche da quando era bambino, prima di essere «programmato» (parole sue) per diventare una macchina da tennis da 10 Slam capace di recitare da anni lo stesso mantra: «Continuare a muoversi, non lasciarsi mai andare, sopportare tutto quello che capita, non permettere che una cosa positiva o negativa mi distragga». Venticinque anni di vita (pochi, per un’autobiografia...) sono confluiti dentro «Rafa, la mia storia», romanzo breve tenuto insieme dal racconto punto per punto della finale di Wimbledon 2008 («La mia più grande partita della carriera»), filo conduttore di una storia che comincia a Manacor, Isole Baleari, e finisce a Manacor, perché nulla al mondo è più importante per Rafa del clan (i Nadal, maiorchini da tre generazioni, vivono tutti nella stessa casa a cinque piani, con le porte aperte) e della sua terra, tanto da ritenere impossibile allacciare una relazione con una donna forestiera. Non ci sono, tra i dolori del giovane Rafa, rivelazioni alla Agassi e nemmeno quella brillantezza di scrittura che J.R. Moehringer, premio Pulitzer del Los Angeles Times, ha iniettato con generosità dentro la biografia dell’americano, facendone un piccolo capolavoro di letteratura sportiva, e furbizia. E, probabilmente, non era allo scoop che Rafa mirava quando si è imbarcato in quest’avventura (al divorzio dei genitori, episodio chiave dell’annus horribilis 2009, è dedicato un capitolo in cui si racconta il minimo sindacale), concentrandosi sulle battaglie con Federer ed accennando alla rivalità con Djokovic, che mentre Rafa dettava le sue memorie al giornalista inglese John Carlin vinceva Australian Open, Wimbledon e diventava numero 1 del mondo.
Se qualche accenno di disponibilità in più nello spogliarsi, forse, era lecito attenderselo, il meglio del libro è concentrato nel rapporto — conflittuale, masochistico, straordinariamente intenso — con zio Toni, tennista di discreto insuccesso che ha sublimato le sue proiezioni trasformando il primo dei 13 nipoti di schiatta Nadal nel più forte giocatore del mondo (per un totale di 102 settimane). È pescando nella rabbia per certe piccole e ripetute angherie e nel dolore per non essere mai «abbastanza» (bravo, serio, professionale, modesto, umile, freddo...) ciò che Toni pretende, che Rafael ha trovato la tenacia zen per resistere agli infortuni e scardinare a martellate l’orologio svizzero Federer, risorgendo ogni giorno dal suo personale precipizio interiore («Più sono vicino all’orlo, più divento forte»), quell’umana fragilità travestita da coraggio che nella vita, senza la maschera del campione, lo rende emotivo e insicuro, «un gattino impaurito» secondo Meribel, goloso di Nutella e olive, ultrà del Real Madrid, tenero e affettuoso con Maria Francisca. «Un mammone», in estrema (e crudele) sintesi, per Toni.
In più di un’occasione, quand’era ragazzino, la famiglia (soprattutto la madre: Toni è fratello di Sebastian, papà di Rafa) ha avuto la tentazione di togliergli la tennistica potestà su Rafa, tenero come creta da plasmare ma anche smodatamente ambizioso («Perché non mi ribellavo? Il tennis mi piaceva, e mi piacque ancora di più quando cominciai a vincere»), la combinazione perfetta per la visione grandiosa di Toni che sognò di essere Rafa. È la mente che comanda il corpo, scrive a un certo punto Nadal, convinto di aver capito tutto. C’è anche un’anima, da qualche parte, a cui sarebbe piaciuto giocare qualche game.