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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

L’ARTE RICATTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

In ogni discorso sulle arti contemporanee e sull’arte in generale (se esiste) va coinvolta la condizione attuale della nostra cultura: rapporti fra teorie estetiche e ruolo dei critici, organizzazione e promozione di «eventi», pubblico di élite e pubblico di massa, modernità, postmodernità, mutazioni tecniche e sociali dei prodotti artistici.
In queste pagine, lo spunto per la discussione lo ha dato un pamphlet di Jean Clair, L’hiver de la culture, in uscita in autunno in Italia, recensito da Vincenzo Trione con un certo implicito assenso all’inizio e un giudizio finale piuttosto negativo: i gusti e le idee di Jean Clair suonerebbero «come un ritorno all’ordine troppo anacronistico». Ma Jean Clair ha accettato e anzi rivendicato le accuse che gli sono rivolte, rispondendo così a Trione: «Di fronte a me vedo solo un inaccettabile imbarbarimento estetico. Mi creda, non ci resta che essere reazionari».
Ha ragione o ha torto Clair sull’arte e la società contemporanea? Non credo che la questione sia questa. L’errore è credere di dover dire sì o no a tutte le affermazioni generali e a tutti i giudizi di Clair su autori contemporanei. Fare critica (e non teoria estetica) vuol dire scendere nel concreto, evitando perfino di dare un solo giudizio sull’intera produzione di un autore, distinguendo invece le cose riuscite da quelle fallite e vedere se le une sono più numerose delle altre. Eviterei di usare in arte categorie politiche o semplicemente ricattatorie come destra e sinistra, avanti o indietro, progressista, rivoluzionario o reazionario e conservatore. L’autodefinizione di «reazionario» da parte di Jean Clair è un’alzata di spalle che vanifica un delirante feticismo del progresso storico delle arti, secondo cui il «nuovo» va sempre compreso (valorizzato) e mai giudicato (respinto, se è il caso, perché scadente).
Più che arte o non arte, vecchio e nuovo, comincerei a usare nella critica categorie come noioso, poco interessante, stupido, tecnicamente banale, furbo o furbastro, irrilevante ecc. Di fronte a libri, film, quadri, installazioni ecc. si può essere presi da quel tipo di meraviglia di cui parlò una volta Walter Benjamin: la meraviglia che un certo prodotto sia riuscito a trovare un autore disposto a concepirlo, realizzarlo e firmarlo. Quando si ha a che fare con le arti contemporanee, questo tipo di meraviglia è la più frequente.
Anche per un tipo di autori come Cattelan o Kounellis ciò che conta è la valutazione critica, non aprioristica, delle singole opere. Solo per fare un esempio, mi limito alle due di Cattelan qui riproposte. La prima, il Papa colpito e abbattuto da un meteorite, è una buona e suggestiva battuta di spirito (un po’ demagogica). La seconda, quel pupattolo con la faccia dell’autore che sbuca fuori dal pavimento del museo, è solo sconsolante e potrebbe essere interpretata così: l’artista ci comunica che la sua faccia di gesso riesce sempre, in un modo o nell’altro, a spuntare fuori, anche bucando il pavimento, perché l’arte è incoercibile, qualunque cosa sia, a condizione che noi continuiamo, convenzionalmente, a chiamarla arte…
Sarebbe interessante estendere la discussione a tutta l’arte dell’ultimo secolo, un’arte, va ricordato, nata per essere tutt’altro dall’arte precedente. Nel Novecento le opere o antiopere geniali non sono state molte e negli ultimi decenni prevale una sovrapproduzione di «innovazioni» apparenti o vani «insulti al pubblico», un pubblico peraltro ormai addestrato dai critici a ingoiare tutto, purché ci sia lì un pedagogo pronto a spiegare «che cosa significa».
Ci sono due modi prevalenti di esercitare la critica: leggere le opere come sintomi sociali e storici o soprattutto come valori estetici e morali. Questi due modi sono spesso mescolati. Ma la confusione può dare risultati cattivi se si scambia un sintomo per un valore. In una cultura tutto, anche una guerra, è indubbiamente sintomo di qualcosa, senza per questo essere un valore.
Almeno a partire dagli anni Trenta, la critica cominciò a sentirsi paralizzata dalla paura di sbagliare e terrorizzata dall’idea di passare per nemica della modernità. Una tale critica, devota, didattica, apologetica, non ha certo giovato alla qualità intellettuale e tecnica di ciò che continuiamo a chiamare arte dopo aver sputato mille volte sull’idea di arte. Anche veri grandi artisti come Picasso non si sarebbero messi troppo a scherzare e a riposo se avessero dovuto confrontarsi con critici meno ossequiosi, e forse Pollock e Warhol non sarebbero diventati il mito che sono.
A meno che non si tratti di allusioni e citazioni (Marino Marini che allude a Donatello, Francis Bacon che cita Velázquez) non vedo come si possa, dopo le avanguardie del primo Novecento, interpretare l’arte moderna in continuità e analogia con l’arte classica. Kandinskij, Malevic, Mondrian, Klee, Rothko non erano continuatori di Tiziano e neppure di Van Gogh. Il surrealismo, forse la più influente delle avanguardie, non voleva fare arte o preservarne il valore, voleva sabotare l’arte rivoluzionando l’idea «borghese» di società e cultura.
L’istituzione e l’ideologia dell’arte sono state messe radicalmente in discussione un secolo fa e credo che questa eredità scettica e anarchica, spesso distruttiva, non vada dimenticata: oggi dovrebbe essere fatta propria dai critici in un confronto serrato e spietato con gli artisti. Considerando lo stato di confusione delle arti contemporanee, non darei per scontato che un artista sia sempre e comunque un artista, per natura, per professione o per grazia di Dio: a meno che non dimostri di esserlo con le sue singole opere.