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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

LA SPIA E IL FUTURISTA. QUELLA DANZA SENZA VELI

Che cosa avevano in comune Mata Hari e Filippo Tommaso Marinetti? Niente, è il caso di rispondere. Una volta, però, si incontrarono a Milano. Lo scrittore che inventò il futurismo e auspicava la distruzione di musei e biblioteche, visse una passione non culturale con Margaretha Geertruida Zelle, nota come Mata Hari. Lei, semplicemente, danzò nuda per lui e per coloro che nella sua casa di via Senato, allora sui navigli milanesi, progettavano di immettere adrenalina nella società. Sia Filippo Tommaso che Mata avevano fascino da vendere, anche se di natura opposta. Lui era, e sarebbe rimasto, un uomo di cultura; lei come ballerina incantava, e ottenne lodi da Massenet e Puccini: l’espressione più alta della sua arte, tuttavia, prese forma tra un’alcova e l’altra, trasformandola in una delle più celebri spie della storia.
Quell’incontro? Sappiamo che Mata Hari venne a Milano e riuscì a danzare per poche sere alla Scala (il giudizio di Tullio Serafin: «sa ciò che vuole e sa come ottenerlo», non bastò per rinnovarle il contratto). Le vere ragioni della presenza non sono state del tutto chiarite. C’è una tesi — si deve a Richard Skinner, Mata Hari. La femme fatale e i suoi amanti (Excelsior 1881) — che parla della relazione con Giovanni Pratesi, nipote del compositore Romualdo Marenco. Costui, dal 1892, decise di dedicarsi alla coreografia ed era sempre in viaggio. Eccolo a San Pietroburgo e a Berlino, a Parigi è di casa; e qui, agli inizi del ’900, furoreggia proprio Mata Hari, giunta dalle Indie orientali olandesi, bella, divorziata e di larghe vedute morali. Tra i due scatta la scintilla e quel furbacchione di Pratesi, forse per levarle gli ultimi indumenti, le promette una scrittura alla Scala; anzi per lei creerà il balletto Bacco e Gambrinus (5 rappresentazioni dal 4 gennaio 1912), dove sarà Venere. Per tal motivo Mata Hari giunge a Milano alla fine del 1911 e, per evitare pettegolezzi causati dall’andirivieni in albergo, Pratesi — allora abitante in via Senato con moglie — la sistema da un vicino: Marinetti.
O forse la maliarda «volle incontrare» il letterato di moda che Le Figaro aveva reso celebre in tutto il mondo con il Manifesto pubblicato nel 1909? Non dimentichiamoci, per restare nell’ambito dello spettacolo e della musica, che una sera del marzo 1915 in casa del padre del futurismo si ritroveranno Stravinskij, Djagilev e Prokof’ev. Giordano Bruno Guerri, autore di Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario (Mondadori 2009), è di tale avviso e pensa che Mata Hari fosse già una spia che usava «le sue spiritose caviglie parlanti» per ottenere confidenze e favori. In tal caso Pratesi diventa il mezzo: fu lui, insomma, la copertura. E perché danzò nuda? La prima ragione la possono capire tutti, e non è il caso di farne chiose. La seconda — sottolinea ancora Guerri — perché «aveva dimenticato a Parigi i veli». E aggiunge, quasi a conferma della tesi cauta, che Filippo Tommaso ammetterà poi conoscenza e frequentazione, non la relazione. Sarà, ma lo scintillante letterato non era uomo da lasciarsi scappare l’occasione con una donna che era «lieta di essere valutata da questi futuristi straricchi di forza creatrice». Una massima che si legge nel libro di Skinner illumina il pensiero della danzatrice in materia: «Il sesso senza amore può essere un’esperienza priva di significato, ma l’amore senza il sesso è una perdita di tempo». Del resto, Marinetti con le ballerine era a suo agio. È nota la relazione con Isadora Duncan, con la quale passò un ultimo dell’anno — forse del 1909, forse del 1910 — a Parigi nello studio di Rodin, affittato e «nebbiosamente drappeggiato di altissime tende di velluto perlaceo lilla viola fumo». E poi, come si fa a credere a Filippo Tommaso che in Mafarka il futurista (1910) aveva appena scritto: «Non vi è di naturale e di importante che il coito, il quale ha per scopo il futurismo della specie»?
Dopo l’avventuretta milanese Mata Hari rientra a Parigi, dove le danze diminuiscono e gli amanti si moltiplicano: passerà da un alto ufficiale all’altro e finirà, all’alba del 15 ottobre 1917, al castello di Vincennes, davanti al plotone di esecuzione. Fu comunque magnifica anche in quel frangente: si fece battezzare, due suore l’aiutarono a vestirsi, indossò un cappello di paglia di Firenze e i guanti. Le cronache riferirono che, poco prima della scarica dei fucili, inviò baci ai soldati che stavano mirando. Fu veramente una spia? La domanda attende ancora la definitiva risposta.
Marinetti, invece, troverà requie soltanto nel fascismo. Dopo aver combattuto guerre vere e battaglie culturali, porterà la feluca di accademico d’Italia e infine aderirà alla Repubblica sociale di Mussolini. Morirà a Bellagio, sul lago di Como, nell’attuale hotel Excelsior, il 2 dicembre 1944. Aveva appena scritto sul quaderno della figlia la sua ultima pagina, il Quarto d’ora di poesia della X Mas.