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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

LA BELLEZZA PUO’ DIVENTARE UN DIRITTO?

All’antropologo Alexander Edmonds che le chiedeva perché si è voluta rifare il seno, la colf brasiliana Ester ha risposto: «Non l’ho deciso per esibire il mio corpo, ma per sentirmi meglio. Non si è trattato di una semplice vanità. Piuttosto, di una vanità necessaria». La spiegazione riassume il tema del saggio pubblicato dal docente all’università di Amsterdam, Bellezza, sesso e chirurgia plastica in Brasile, che il New York Times ha ospitato sabato scorso e che porta alle estreme conseguenze il mantra del chirurgo più famoso al mondo, Ivo Pitanguy, ora psicologo con il bisturi, ora filosofo della plastica, ma soprattutto quello che ai cinquecento allievi che si sono formati con lui ha sempre ripetuto: «Anche il povero ha diritto a essere bellissimo». Di qui l’azzardo (provocazione?) di Edmonds: «Se le cose stanno così, dobbiamo considerare la bellezza un diritto, che proprio come l’istruzione e l’educazione ha bisogno del supporto delle istituzioni pubbliche?».
La domanda, contestualizzata nel Paese sudamericano dove l’aspetto esteriore può diventare l’unica carta da giocare per fare un salto nella scala sociale, non è del tutto campata in aria se si considera che l’ultimo numero del settimanale statunitense Time ha dedicato un articolo a quanto incide (in positivo) sulla busta paga essere attraenti. «Il che dimostra come la bellezza sia diventata uno strumento necessario per fare carriera», dice Lea Melandri, storica femminista e saggista, fondatrice della libera università delle donne. Lei fa notare l’analogia con quella pubblicità per automobili che pone il lusso come un diritto. «Entrambi oggi sono un capitale, una moneta importante per farsi strada, così necessari che qualcuno parla, appunto, di diritti. Ma non sono cause, sono effetti di una prepotenza, quella della disuguaglianza e del privilegio, e di un pregiudizio mai spento nei confronti delle donne come oggetto sessuale».
Ed è la sottile distinzione ontologica tra uomini e donne come tra essere e apparire, tra anima e corpo, «come se il genere femminile faccia parte naturalmente di quella sottocategoria che deve per forza interessarsi alla bellezza» a lasciar perplessa la filosofa Michela Marzano, autrice di numerosi saggi sul corpo tra cui, per Mondadori, Sii bella e stai zitta. Spiega: «Già l’espressione "diritto alla bellezza" mi fa sorridere e mi innervosisce. Da un lato distoglie dai veri diritti primari che sono in pericolo, dall’altro manipola lo stesso concetto di diritto, evoluzione del dovere, frutto della dittatura dell’apparenza. Non è un caso l’enorme diffusione di curriculum vitae in video: c’è uno sbilanciamento che porta soprattutto la donna, e questa è un’aggravante, a investire sul proprio aspetto per rispondere a un imperativo categorico che toglie libertà di essere come si è».
Il filosofo cagliaritano con il quale Michela Marzano si è in parte formata, Remo Bodei, non esclude a priori l’ipotesi di un diritto a essere belli. Interviene: «Conosco Pitanguy e so quanto si è adoperato per aiutare chi non si poteva permettere i suoi interventi, al pari di Paolo Santoni-Rugiu, che spendeva mesi in Africa per operare le vittime delle mutilazioni facciali. La mia idea è che sia giusto correggere la lotteria naturale che fa nascere uno bello e l’altro brutto, con un labbro leporino o un difetto estetico. Ma ho dei dubbi a parlare di diritto e di vanità necessaria, quella di chi non accetta il passare del tempo e si trasforma in una vetrina ambulante priva di ogni consistenza, la negazione di se stessi, una maschera. Che cosa vuol dire poi diritto? Mi viene in mente quella grande contraddizione che è la Costituzione di Khomeini del 1979, che contemplava il diritto a essere felici».
Anche la collega di Bodei Carola Barbero, autrice di Sex and the City e la filosofia (il melangolo), considera il concetto di vanità necessaria un ossimoro. Ma è possibilista sull’ipotesi che la bellezza possa diventare un diritto: «Nella misura in cui può aiutare gli individui a stare meglio e nella misura in cui i diritti primari fossero soddisfatti». Lei non vuole discutere un diritto, che in quanto tale rimanda al concetto di libertà. Semmai intende spostare l’attenzione sulla questione dell’identità: «Chi diventiamo dopo un intervento chirurgico? John Locke si pose la domanda: se lo spirito di un ciabattino entrasse nel corpo di un principe l’individuo con cui avremmo a che fare sarebbe un principe o un ciabattino? Chi si prepara ad affrontare un’operazione deve essere consapevole che la sua identità non cambierà, resterà sempre il risultato delle sue esperienze».
E invece vuole provocare la psicoanalista Adele Nunziante Cesaro, docente di Psicologia clinica all’Università di Napoli Federico II. «In linea teorica perché no? Se c’è un diritto alla salute, e alla salute mentale, è legittimo un diritto alla bellezza in quanto sentirsi belle e avere un quoziente di autostima più alto può rendere più felici». La pratica, però, è un’altra. «L’autostima è un processo che ha a che fare con la costruzione dell’identità personale e solo in parte si poggia sulla propria immagine davanti allo specchio, ma si forma sui valori, sulla capacità di accettare i dolori e i limiti, la separazione, la morte, le rughe, l’invecchiamento. A me questa pare l’ennesima affermazione di una società che non vuole riconoscere nessun limite in un delirio di onnipotenza generale».
Sul tema ha più di qualcosa da aggiungere Lorella Zanardo, autrice del bel documentario Il corpo delle donne, che è diventato anche un libro Feltrinelli, dove parla di «corpi occultati» dalla chirurgia estetica e denuncia il «dover nascondere le nostre rughe: ennesimo sopruso a cui nessun uomo viene obbligato». Qui propone una riflessione supplementare sul volto. «La nostra faccia, dal verbo fare, siamo noi con la nostra storia. Cambiandola, cambia il nostro messaggio, quello che il nostro viso comunica. Lo vogliamo davvero?».