Andrea Nicastro, Corriere della Sera 17/8/2011, 17 agosto 2011
RATON, IL TORO ASSASSINO CHE È DIVENTATO UNA STAR - C’è
José Tomas, il matador più famoso di questi anni. E poi c’è Ratón, il toro ammazza uomini. La sua è una storia al contrario.
Non ha bisogno d’essere difeso dagli animalisti, se la cava da solo, il gigantesco Ratón. Lui entra nell’arena non per essere sacrificato, ma per uccidere, riempire gli spalti e fare «contatti» su YouTube e sulla sua pagina web. Più incorna, dilania, carica, calpesta, travolge e più si garantisce il diritto a non diventare bistecca. Merito della logica del «tutto fa spettacolo», dell’assuefazione alla morte da videogioco o da film, che ha anestetizzato la paura del rischio che si corre davanti ad una bestia di mezza tonnellata.
Ratón ormai ha 10 anni, parecchi per un animale d’allevamento. Una mucca arrembante o un torello da 200 chili prendono mille euro per correre tra le case inseguendo la gente o per caricare nell’arena improvvisati toreri della fuga. Ratón ne prendeva 10 mila e da tre giorni decine di feste paesane se lo contendono al rialzo. Perché? Perché Ratón ha ucciso ancora.
Questa volta è toccato a un ventinovenne di Xàtiva (Valencia) il 14 agosto. Come decine di compaesani, l’uomo è passato tra le sbarre che impediscono al toro di uscire e ha chiamato Ratón. Non si è tenuto a distanza, non ha saputo scappare abbastanza in fretta, non ha fatto finte, non ha cambiato direzione. Era ubriaco.
Infine è scivolato e il toro killer l’ha incornato. Ratón l’ha lanciato in aria e ha continuato a dilaniarlo tra la sabbia. Mors tua vita mea, altri tre anni di foraggio garantiti per la bestia. Anzi il suo proprietario, Gregorio de Jesús, ha confermato che, se qualche scienziato l’aiutasse, vorrebbe volentieri clonare la sua macchina da show. Questa era la terza vittima di Ratón. Ma nel curriculum figurano ben trenta cornate più o meno devastanti.
Come Ratón non ce n’è in circolazione. «Toro toreato, toro bruciato» si dice negli allevamenti: così dopo uno spettacolo taurino, le bestie vengono uccise, perché altrimenti si ricorderebbero i trucchi degli umani e, all’incontro successivo, farebbero a pezzi lo sfidante. Esattamente quel che fa Ratón. Solo che lui, da vitellone, entrò nel circuito minore delle fiere e non in quello delle corride. Era uno scarto, quindi. Ma lì mostrò talento: agilità e capacità di ferire eccezionali. Così ha evitato il macello.
Alle feste di paese, Ratón è la stella indiscussa. Bisogna vederne almeno una per capire. È adrenalina di campagna, alla portata di tutti.
Non ha bisogno di aerei come il paracadutismo, di elastici come il bunjee jumping e neppure di lustrini come la corrida. Basta saper giocare ai quattro cantoni. A guadagnare sui dilettanti allo sbaraglio sono gli organizzatori e il toro.
Roberto Baravalle, scrittore e appassionato di corride (Nero di Spagna il suo ultimo romanzo) condanna senza appello la saga di Ratón.
«Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, la corrida era a cavallo, riservata ai nobili. Col Settecento aumenta il rischio, si torea a piedi, ma possono farlo solo gli iniziati, come un’arte. Oggi sembreremmo al massimo della democrazia: tutti in bermuda davanti al toro. Ma non è così. Gettarsi ubriachi nell’arena resta una stupidaggine, lontana dal valor, il coraggio, perché non ha regole, solo banale scaltrezza. A Pamplona lo fanno in molti, stranieri e no. Ma è solo ansia di protagonismo di chi non vuole più sentirsi pubblico senza averne le qualità».