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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

FOLLIE DA FETICISTI

Il collezionismo può avere scopi di ricerca, oppure essere semplicemente fonte di piacere estetico. Linneo, Darwin e Alfred Russel Wallace collezionarono in maniera sistematica piante, animali ed altro. Linneo nel diciottesimo secolo viaggiò moltissimo e inviò i suoi studenti in ogni parte del mondo. Alla sua morte, nel 1778, Joseph Banks provò ad acquistarne la collezione, venduta infine a James Edward Smith nel 1783 ed oggi ospitata presso la Linnaean Society a Burlington House, Londra. Essa comprendeva 14.000 esemplari di piante, 3.198 di insetti e 1.564 di conchiglie. Pare che l´intera raccolta di reperti geologici, pioniera del genere, sia stata gettata via dai trasportatori, convinti che i sacchi contenessero solo vecchie pietre. Il collezionismo ha i suoi spauracchi e le sue tragedie. Wallace trascorse quattro anni in Amazzonia, raccogliendo e preparando migliaia di esemplari vegetali ed animali, per poi perderli in un incendio nell´Oceano Atlantico.
Ma si collezionano anche le opere dell´uomo. Balzac, nell´introduzione a La commedia umana, dice che il mondo è costituito da «uomini, donne e cose – ossia da persone e dalla rappresentazione materiale dei loro pensieri – ovvero, l´uomo e la vita». Per Balzac la fabbricazione degli oggetti è intesa come una sorta di evoluzione, un elemento di differenziazione tra singoli individui e singole società, una specie di Dna. Ne La commedia umana si combatte per acquisire oggetti e collezioni, esteti e mercanti voraci arrivano a distruggere vite. E Balzac descrive con maestria sculture e orologi, piatti e dipinti.
Anche Freud, come ci rammenta Jacqueline Yallop nel suo saggio Magpies, Squirrels & Thieves - How the Victorians collected the world (Atlantic Books), era interessato al collezionismo e collezionista egli stesso. Raccoglieva oggetti di antiquariato e definiva il collezionismo intensivo una forma di feticismo.
Oggigiorno programmi televisivi come The Antiques Roadshow e Flog It! hanno alimentato l´interesse del pubblico per gli oggetti d´arte e artigianato, arricchendo il nostro vocabolario di un nuovo termine: "collezionabile".
La Yallop si interessa al collezionismo come espressione dell´età vittoriana – «un bisogno compulsivo di ampliare e migliorare la realtà, di includere il maggior numero di elementi possibili sotto un ombrello protettivo, per esercitare un controllo su di essi, regimentarli ed estenderli». Il saggio narra le vicende di cinque collezionisti assai diversi tra loro, sullo sfondo della Esposizione Universale del 1851 e della nascita del Victoria & Albert Museum. Era l´epoca in cui il buon gusto aristocratico cedeva il passo alla forte curiosità della classe media circa l´artigianato e le arti domestiche. Si collezionavano porcellane e ventagli, argenti e tessuti, non solo grandi dipinti e sculture.
Si parte da John Charles Robinson, un esteta che raccolse, in Francia e in Italia, oggetti andati dispersi nel caos successivo alla Rivoluzione francese. Robinson era sovrintendente alle collezioni artistiche presso il South Kensington Museum, divenuto poi V&A, ed era costantemente in contrasto con l´allora direttore, Henry Cole. Tra i due non correva buon sangue ma i loro dissidi rientravano nella più ampia polemica tra bellezza e utilità in atto all´epoca nei musei del mondo e nelle accademie delle belle arti. Cole e il principe Alberto credevano nella funzione educativa dei musei, che a loro avviso dovevano includere un catalogo di opere, valide e non valide, a beneficio della formazione degli artisti e degli artigiani britannici. Cole aveva creato la cosiddetta Camera degli Orrori – in cui erano custoditi oggetti di pessimo gusto, «Una stanza lugubre, contenente un´orribile campionatura di tendaggi, tappeti, abiti, lampadari e quant´altro». Robinson invece collezionava in nome dell´arte e ammirava i musei del continente, in cui gli oggetti erano esposti in ambientazioni storiche. Nello stesso museo un´altra scuola proponeva esposizioni ordinate di coltelli e recipienti di ogni genere.
Particolarmente brillante è il capitolo dedicato alla straordinaria figura di Charlotte Schreiber, un´aristocratica piena di risorse, due matrimoni falliti alle spalle, apparentemente infaticabile. Da ragazza imparò «molte lingue, tra cui l´arabo, l´ebraico e il persiano», lesse Chaucer e Ariosto e «era formidabile a biliardo». Alla morte del primo marito sposò il tutore del figlio, Charles Schreiber, e si dedicò seriamente al collezionismo, oltre a fare da mecenate all´archeologo Layard. La Yallop descrive le peregrinazioni dei coniugi Schreiber per le campagne francesi, con un borsone rosso, a raccogliere materiale prima che Duveen glielo soffiasse. Giunti a Parigi trovarono la città distrutta dalla Comune, le barricate e tutto ciò che ne conseguì. Ciò nonostante riuscirono a concludere qualche affare con un mercante il cui negozio era stato risparmiato dai saccheggi e dagli incendi.
Mi ha anche affascinato il personaggio di Stephen Wootton Bushell, partito per Shanghai nel 1868 come giovane medico, dedicandosi poi per noia e solitudine a studiare e collezionare oggetti d´arte e artigianato cinesi. Finì per diventare un esperto del settore e si recò a Baltimora a studiare la collezione di porcellane cinesi di William Thomas Walters. Nel 1896 pubblicò il ponderoso Oriental Ceramic Art, 10 volumi «sontuosamente rilegati in seta gialla», «zeppi di tavole a colori e illustrazioni in bianco e nero».
La breve biografia di Jacqueline Yallop in quarta di copertina termina con queste parole: «L´autrice non colleziona nulla». L´avrei detto, leggendo il libro. La Yallop colleziona collezionisti ma non sembra interessata agli oggetti. Ne descrive pochissimi e anche il borsone della signora Schreiber resta alla nostra immaginazione una macchia rossa – non sappiamo se sia di tessuto o di pelle, che genere di manici abbia, come si chiuda. L´autrice è interessata alla psicologia dei singoli collezionisti: a ciò che spinge un uomo o una donna alla smania di possesso, a cercare oggetti particolari per tutti i continenti. La stuzzica la rivalità tra collezionisti, il loro desiderio di possedere il primo o il miglior esemplare. La incuriosisce scoprire in che modo collaborassero, le strategie che adottavano nella competizione.
Inoltre le interessano i mercanti – di estrazione sociale assai più bassa rispetto ai grandi collezionisti – i falsi, e i mercanti che li smerciavano. Splendida la parte che riguarda un falso Leonardo da Vinci, un busto di Flora, che ingannò l´ambiente artistico, e i falsari professionisti, spesso abilissimi, le cui opere talvolta restano esposte nei musei per decenni, scambiate per originali.
La Yallop descrive anche molto bene i rapporti tra collezionisti e ambiente esterno. Parecchi dei personaggi descritti nel suo saggio istituirono scuole o biblioteche a scopo educativo. Joseph Mayer fondò una biblioteca pubblica e un museo a Liverpool convinto, scrive la Yallop «di essersi assicurato il ricordo dei posteri». Il desiderio di lasciar memoria di sé è la molla che portò a scelte simili altri collezionisti, ma molto spesso, scrive la Yallop, nei musei le collezioni vengono smembrate, le didascalie che riportavano il nome del donatore vengono sostituite da indicazioni di stampo didattico. La biblioteca di Mayer aveva costi di gestione troppo elevati e la collezione di reperti egizi a Liverpool fu danneggiata dai bombardamenti.
La narrativa dona in genere alle collezioni un´aura sinistra. L´ultima duchessa di Browning è pietrificata sorridente in un dipinto. Ne Il cugino Pons di Balzac le dispute attorno a una collezione portano alla rovina il proprietario. Il mio preferito tra i collezionisti è l´Adam Verver de La coppa d´oro di Henry James. Americano, sorriso innocente, colleziona rarità della vecchia Europa e le espone nel suo museo di American City. Tra i suoi reperti c´è anche Charlotte Stant, la bella amica di sua figlia Maggie, nonché amante del marito italiano di quest´ultima. Charlotte viene "spedita" ad American City. La si vede mostrare con grazia le ghirlande che decorano una porcellana vecchia Sassonia. A Maggie sembra tenuta a una «lunga cavezza di seta», mentre illustra la collezione «forzando il timbro di voce davanti agli espositori nel silenzio della galleria». È diventata un pezzo di squisita fattura.
© Guardian News and Media Limited 2011
Traduzione di Emilia Benghi