Piergiorgio Odifreddi, l’Espresso 18/8/2011, 18 agosto 2011
QUANTO FA MALE FANTASYLAND
Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un interessante incrocio di penne tra Umberto Eco ed Eugenio Scalfari. Ha cominciato il primo con "Mentire e far finta", notando come spesso i lettori di opere di fantasia tendono da un lato a considerarle come vere, dall’altro a non distinguere tra le opinioni dell’autore e quelle dei suoi personaggi.
È seguito Scalfari con "Anche se finto è tutto vero", ribattendo che la distinzione tra verità fattuale e finzione letteraria non è netta. Anzi, si tratta di due facce della stessa luna, come dimostrano gli influssi che hanno avuto sulla vita reale le opere immaginarie di Manzoni o Goethe.
Ha concluso Eco con "Credulità e identificazione", ricordando come il potere della finzione derivi dalla sua verosimiglianza, indipendentemente dalla sua verità. In altre parole, benché siano letteralmente falsi, i romanzi ci danno una lezione letteraria sulla vita in genere, e su noi stessi in particolare.
Se mi permetto, da scienziato, di intromettermi nel dibattito come "terzo fra cotanto senno", è solo perché mi sembra che sia Eco che Scalfari, da umanisti, tendano a sottovalutare l’effetto deleterio che dosi massicce di finzioni finiscono per avere sul principio di realtà.
Proviamo a ripercorrere brevemente le tappe della formazione della psicosi universale, creata dal pervasivo e invasivo mercato dell’illusione. Non appena i bambini acquistano l’uso della parola, e incominciano a fare domande su come sono nati, vengono loro fornite risposte idiote che vanno dai cavoli alle cicogne.
Quand’essi approdano all’asilo, incominciano a ricevere i rudimenti di una visione magica del mondo popolata di angeli e demoni, miracoli e castighi divini, roveti ardenti e nubi parlanti, ciechi guariti e morti risorti, che continuerà a essere contrabbandata nell’ora di religione di tutte le scuole.
In quelle stesse scuole, verranno anche sistematicamente impartiti insegnamenti letterari e filosofici dello stesso genere, dagli dèi omerici dell’Iliade e dell’Odissea, alla schizofrenica voce del daimon socratico, ai regni dell’aldilà della Commedia dantesca, ai deliri idealisti di Hegel e Croce, al motto nietzschiano che "non ci sono fatti, solo interpretazioni".
Parallelamente all’indottrinamento scolastico, il trinitario mercato letterario, cinematografico e televisivo sommerge il pubblico di storie irreali o magiche, dalle saghe del Signore degli Anelli e di Harry Potter a quelle delle "Guerre Stellari" o del Robert Langdon di Dan Brown. Per non parlare delle fiction televisive, sacre e profane, che intasano il piccolo schermo.
Questo mercato è sostenuto da un battage di recensioni, interventi, dibattiti e interviste che satura le terze pagine della carta stampata e della televisione. Questo martellante tam tam viene gabellato come informazione culturale, ma costituisce in realtà un parallelo mercato pubblicitario, che vive del precedente e lo aiuta a diffondersi capillarmente.
Il primo risultato di questa manovra a tenaglia è una società che non vive della e nella realtà, appunto, ma è immersa nella finzione generalizzata. C’è forse da stupirsi se, ormai assuefatta alle storie dei cantastorie, quella società finisca poi col diventare facile preda dei contastorie, politici o religiosi che siano? I quali, in fondo, perseguono i propri fini con gli stessi mezzi, spesso raccontando addirittura le stesse storie.
Il secondo risultato è una società che non conosce la realtà e se ne disinteressa. Oggi qualunque scrittore o attore da quattro soldi, per non parlare di uno da milioni, riceve più attenzione ed esposizione di qualunque premio Nobel. E le contingenti e superficiali invenzioni del primo sommergono le necessarie e profonde scoperte del secondo.
Bisognerebbe fruire dei romanzi, dei film e della tv cum grano salis. Cioè, a pizzichi da spargere sul piatto forte della scienza per insaporire la vita. Chi invece pretende di cibarsi di solo sale, non rimane sano a lungo e presto muore di fame intellettuale. Come stiamo appunto facendo noi.