Guia Soncini, D - la Repubblica 6/8/2011, 6 agosto 2011
QUELL’AGOSTO IN COSTA AZZURRA
È stata una luna di miele a distanza, molto prima di quella di Alberto di Monaco. È stato il crudele e inarrivabile parametro per le foto delle vacanze di tutti noi, che mai siamo stati o saremo così belli, e dire che facciamo vita molto più sana. È stata la prova che il bianco e nero può far sembrar figo quasi tutto, ma una genetica superiore fa la sua figura anche nelle foto a colori. L’estate di quarant’anni fa a villa Nellcôte è stata quasi tutto, tranne che la lavorazione di un disco. Il 12 maggio del 1971, a Saint Tropez, Bianca Pérez Morena de Macias, incinta e con uno scandalosissimo tailleur pantalone di Yves Saint Laurent, sposa Mick Jagger. Esattamente un anno dopo, il 12 maggio del 1972, esce Exile on Main Street, uno degli album fondamentali della storia del rock. È per quello, che le foto della sua lavorazione sono diventate un pezzo della storia iconografica dello scorso secolo? Perché sono la prova visiva della nascita di un capolavoro? In realtà no: quando i Rolling Stones si trasferirono in una villa in Costa Azzurra che era stata quartier generale della Gestapo, molte delle canzoni più rilevanti di quel doppio album erano già state scritte, tra cui "Shine a Light" (che molti anni dopo, nel 2008, avrebbe anche dato il titolo al documentario di Martin Scorsese sulla band) e "Tumbling Dice", seppure in una versione diversa da quella poi incisa. Si possono fare mille considerazioni, ma alla fine le spiegazioni semplici sono le più sensate: le foto di Dominique Tarlé (già raccolte, nel trentennale del disco, in un volume per collezionisti della Genesis publications), le immagini di Keith Richards e Anita Pallenberg che sembrano una pubblicità dei biscotti, mica due tossicodipendenti di lusso, di Mick Jagger che è tutto labbra e narcisismo, degli ospiti che vanno e vengono, dei bambini biondi che sembrano noleggiati tanto sono perfetti, quelle immagini lì, queste immagini qui, be’, sono di una bellezza tale che non ci si stanca mai di riguardarle e ripubblicarle. L’estate del discontento dei Rolling Stones è la latitanza più fotogenica di sempre. Si erano stabiliti in Francia perché in Inghilterra il regime fiscale per la fascia di reddito più alta era del 98 per cento per le rendite, e - tra tasse da pagare e varie cause legali con conseguente congelamento di beni - Jagger e Richards dovevano scegliere tra la bancarotta e l’espatrio (un bootleg dei pezzi incisi quell’estate, uscito successivamente ma prima della riedizione ufficiale e ampliata dello scorso anno, si intitolava, appropriatamente, Taxile on Main Street). Ma le signore non andavano affatto d’accordo: Bianca e Anita non si potevano vedere, Nellcôte - prima di diventare studio di registrazione e versione lussuosa di una comune hippy - era stata affittata come residenza di Keith e Anita, e perciò Bianca si rifiutava di andarci (forse per gelosia: la Pallenberg aveva avuto anche un flirt con Mick, oltre che una storia ufficiale con Brian Jones; i Rolling Stones avevano fatto dello scambio di mogli uno stile di vita molto prima di quelli di Beautiful). Mick faceva avanti e indietro da Parigi, dove a ottobre sarebbe nata Jade e dove al Plaza risiedeva Bianca, femmina alfa che si rifiutava di dividere la scena; a Nellcôte c’era il gruppo, c’era il regno di Keith, e c’era Anita che restava incinta della secondogenita, Dandelion (che sarebbe nata nell’aprile successivo, un mese prima dell’uscita di Exile). Soprattutto, a Nellcôte c’era moltissima droga. Se c’è uno spot efficace a favore della tossicodipendenza, se c’è una smentita a tutte le iconografie alla Cristiana F. e i ragazzi dello zoo di Berlino o alla Trainspotting, se c’è una prova che non è vero che la droga rende brutti e poco lucidi e socialmente disastrosi e professionalmente falliti, sono queste foto. Dovrebbero vietarle per legge. Sono diseducative. C’era più eroina in circolo in quelle sorridenti madri con un sacco di capelli biondi, più eroina in quella casa così da vacanza alto borghese, più eroina tra una dentatura perfetta e un’abbronzatura dorata, di quanta ce ne sia in tutta l’iconografia di capelli sporchi e denti marci e sociopatia con cui ci è stata raccontata per decenni l’eroina. A voler usare delle metafore, si può prendere in prestito, per descrivere l’estetica della situazione, quella usata da Richards per descrivere Nellcôte: "Al piano di sopra era Versailles, e sotto era l’Inferno di Dante" (dice la leggenda che la villa avesse un seminterrato di tre piani, e che per questo la Gestapo l’avesse scelta decenni prima; forse nelle cantine in cui registravano c’erano stati dei prigionieri, negli anni Quaranta; di sicuro, negli anni Settanta, c’erano ancora svastiche a decorare le pareti). Subito prima di Nellcôte, Pallenberg e Richards si erano disintossicati a turno: uno dei due restava fuori per badare a Marlon; quando quello non in clinica era Keith, Anita lo chiamava per farsi portare l’eroina di nascosto. Subito dopo Nellcôte, andarono a disintossicarsi in Svizzera: Dandelion nacque lì, e l’avrebbe poi cresciuta la nonna paterna, essendo mamma e papà troppo strafatti per occuparsene. In mezzo, c’era stata la mafia còrsa, dosi non pagate, le basi per molti sensi di colpa a venire: il cantante country Gram Parsons, presenza pressoché costante a Nellcôte - adorato da Richards, inviso a Jagger e infine cacciato da Pallenberg - morì di overdose nel ’73, e qualcuno bisogna pur colpevolizzare, per averlo attirato nell’oscuro vortice della tossicodipendenza. Poi c’è Fat Jack, che nel labile confine tra storiografia e leggenda non si capisce se stesse lì per cucinare (Anita era stufa di mettere a tavola tutti quei perdigiorno, e aveva chiesto che se ne occupasse qualcuno di retribuito) o per fornire droga al padrone di casa: quali che fossero le sue mansioni in casa, accuserà poi Anita di averne iniziato all’eroina la figlia. Lo racconta Robert Greenfield, che era lì per intervistare Keith Richards e sui cascami di quell’estate ha campato a lungo, scrivendoci anche un libro (Exile on Main St. - A Season in Hell with the Rolling Stones). Racconta della prole della servitù iniziata alla droga ma anche di un ripescaggio tra Anita e Mick avvenuto mentre Keith era troppo strafatto per accorgersene, e di pranzi da quattro ore e di gente che andava e veniva e nessuno sapeva neanche come si chiamasse di cognome. Soprattutto, come tutti quelli che c’erano, racconta ritardi. Mick passò l’estate ad aspettare Keith, che diceva "Metto a letto Marlon" e tornava dopo quattro ore; quando gli altri volevano registrare, e sollecitavano Jagger ad andare a chiamare Richards, Mick faceva i capricci di una diva costretta a giocare fuori casa e si rifiutava di salire al piano di sopra, quello delle camere da letto, regno di Keith ancor più che il resto della villa (non stupisce che, quarant’anni dopo, Jagger ancora dica che insomma, Exile non è poi un gran disco: sembra quelle madri che prendono le distanze dalla prole irrispettosa dicendo al padre "tuo figlio"). Era in ritardo anche coi pagamenti, Keith: a un certo punto i ladri saccheggiarono la casa, rubando gli strumenti. Pare fosse il loro modo di redarguire Richards per la mancata puntualità con cui saldava l’eroina acquistata. È stata un’occasione unica, che è il solo modo per non farci venire mai a noia foto di quarant’anni fa meravigliose ma sempre uguali: i proprietari della villa si sono rifiutati di farne riprendere gli interni all’autore di Stones in Exile, documentario della Bbc su quell’estate, passato a Cannes l’anno scorso. In fondo è meglio così. Ricordarla com’era. Nell’estate in cui "se i bambini non dormivano, si andava a fare l’aperitivo a Montecarlo, così si addormentavano in macchina". Nell’estate in cui ci hanno illuso esistessero i capolavori senza sforzo, bastava essere molto tossici e molto fotogenici e molto pigri. Quarant’anni dopo, Keith Richards fa i film di pirati, Anita Pallenberg dipinge acquarelli ed è vegetariana. Ricordiamoli quando non avevano neanche trent’anni, e l’aria di quelli che sarebbero morti giovani e splendenti.