Osman Kibar, D - la Repubblica 6/8/2011, 6 agosto 2011
50MILA RETI SOTTO GLI HACKER
Credete che i vostri account Facebook, Google Mail e Skype siano al sicuro? Chi vi dice che in questo preciso istante qualcuno non ci si stia aggirando silenziosamente?". Appena qualche mese fa, il gruppo di hacker che ha postato questa dichiarazione, LulzSec, era totalmente sconosciuto. Oggi, dopo una serie di attacchi contro il Senato americano, l’Fbi, la Cia, Fox News, Pbs e Sega, si è ritagliato un posto nella storia dell’hacking per poi dissolversi nel mistero dopo appena cinquanta giorni. Non prima di aver rubato oltre un milione di account alla Sony, che negli ultimi mesi se n’era vista sottrarre cento volte tanto. Quasi contemporaneamente, il mondo dei media è stato scosso dallo scandalo intercettazioni del News of the World, alcune star guidate da Hugh Grant hanno lanciato "Hacked Off", campagna contro i metodi utilizzati dai tabloid inglesi e, mentre le rivelazioni di Wikileaks cambiavano il volto della politica internazionale, il mondo ha seguito le vicissitudini relative all’estradizione di Julian Assange. Ultimamente numerosi hacktivisti sospettati di appartenere al gruppo "Anonymous" sono stati arrestati in Italia e in altri paesi e il Pentagono ha rivelato di aver subìto uno dei più grandi furti informatici della sua storia: 24mila file della Difesa, poche settimane dopo che Obama aveva annunciato leggi più severe e una nuova strategia di cyber-tutela. Mai prima d’ora gli hacker sono riusciti con tanta intensità e su così larga scala a far tremare tante superpotenze e gruppi mediatici. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, negli anni 80, il pirata smanettone entrava a far parte della cultura pop con il film War Games: oggi il campo di battaglia è sia il web sia il mondo reale e tra le nuove generazioni di nativi digitali l’hacktivismo sta acquisendo una capacità di impatto politico senza precedenti. Berlino, Alexanderplatz Una bandiera nera con tanto di teschio sventola davanti a un centro congressi che risale ai tempi della Guerra Fredda. Dentro, alcuni degli hacktivisti più accaniti del mondo sono riuniti nell’annuale convegno del "Chaos Computer Club", il più grande gruppo europeo. Individui concentratissimi fissano monitor pieni di minuscole lettere bianche o verdi, ovunque si vedono adesivi con la scritta "Free Julian", preservativi con il logo di Wikileaks e cartoline "Free Bradley Manning". Qui gli hacker hanno allestito le loro reti wireless e telefonica e se uno non cancella in anticipo i contenuti del suo iPhone è probabile che se lo ritrovi hackerato. Ma quelli del "Chaos" si cimentano con obiettivi molto più grossi: attaccare una grande banca tedesca o la rete informatica della Nasa. Dalla sua fondazione, ormai 30 anni fa, in Germania il club si è guadagnato un’influenza crescente. Quando si è trattato di protestare contro l’uso dei dati biometrici nei sistemi di identificazione, i membri si sono limitati a rubare da un bicchiere le impronte digitali del precedente ministro degli Interni e a diffonderle in rete a disposizione di tutti. Ora il club viene regolarmente consultato dalla Corte Suprema per le sue competenze tecniche. Piotr, un 18enne polacco, è arrivato appositamente dalla California. Violando il software di un velivolo senza pilota che può essere utilizzato a scopi bellici è riuscito a conquistarsi un lavoro nella Silicon Valley: "Se poi qualcuno lo usa per scopi sbagliati non è certo colpa mia". Per Jesse Zbikowski, di San Francisco, l’hacking ha una dimensione esistenziale: "Un tempo per sopravvivere dovevi essere in grado di tagliare la legna e accendere un fuoco. Oggi per esistere devi saper controllare le infrastrutture tecnologiche". Julian Assange ha tenuto due interventi per il club, l’ultimo insieme all’ex collaboratore Daniel Domscheit-Berg, che ha da poco pubblicato il libro Inside Wikileaks. Ma stavolta qui a Berlino parlerà di come l’Islanda può diventare una sorta di zona franca per gli attivisti dell’informazione, oltre a illustrare gli ultimi sviluppi di "Openleaks", un sito ispirato al cugino maggiore. "Qualcuno ha detto che abbiamo preso accordi con le autorità israeliane: un perfetto esempio della disinformazione che va diffondendosi. Quella a cui stiamo assistendo è la prima vera guerra dell’informazione", dice Domscheit-Berg. Poche settimane dopo aver incontrato il sottobosco dell’hacking a Berlino, è andato a tenere una conferenza per l’élite del potere globale al World Economic Forum di Davos: mai prima d’ora gli attivisti della rete avevano goduto di una simile autorevolezza. Ricostruire l’opposizione Non esistono leader né membri nel collettivo di hacktivisti "We Rebuild", che si raduna nei forum e concorda abitualmente le azioni da intraprendere con un chiaro obiettivo politico: quando a gennaio le autorità egiziane hanno oscurato la rete, il gruppo ha lavorato per restituire agli egiziani l’accesso, creando canali appositi per far fluire le informazioni. Per aiutare l’opposizione pubblicano manuali "di primo soccorso" per i manifestanti, si servono di vecchi modem analogici e apparecchiature per radioamatori, inviano fax e messaggi su Twitter. "Mettiamo le persone in condizione di comunicare senza che i regimi possano intercettarle", dice il portavoce Martin Löwdin. Quando, la scorsa primavera, nel mondo arabo ha cominciato a diffondersi la protesta sono stati attivisti come lui ad aiutare le opposizioni e ora stanno estendendo la zona di combattimento a tutto il Medioriente e il Nord Africa. Non solo negli stati con regimi autoritari: gli hacktivisti sono scatenati anche in molti altri paesi occidentali in cui i governi tentano di esercitare un maggior controllo delle informazioni. Tendenza contro la quale la comunità degli hacker sta facendo muro. L’underground informatico "Ora che il web è diventato il principale crocevia dell’informazione e la vita online parte integrante di ciò che siamo, i governi cominciano a cercare di incrementare il loro controllo sulla rete": Rop Gonggrijp, hacker e imprenditore tecnologico olandese (è stato lui a portare internet nei Paesi Bassi), è convinto che gli inquietanti scenari futuri della fantascienza siano già divenuti realtà: uno stato che conosce ogni dettaglio delle vite dei suoi cittadini, coadiuvato da grandi aziende multinazionali che lo aiutano a controllare, monitorare e censurare le loro attività online. "Se io mi mettessi a pedinarti tutti i giorni o a parlare con tutti i tuoi amici non scoprirei mai la quantità di informazioni che posso ricavare entrando nel tuo computer e sorvegliando ogni tua attività", dice Gonggrijp. Quando Wikileaks stava rischiando la chiusura, ha deciso di contribuire in prima persona ed è andato in Islanda, dove lui, Julian Assange e un manipolo di attivisti si sono rinchiusi in una casetta di legno con le tende tirate e ha decrittato un video top secret di 38 minuti in cui si vedeva un elicottero Apache statunitense che uccideva 18 civili a Baghdad. All’indomani della pubblicazione del video, la vita di Rop Gonggrijp è cambiata per sempre. A gennaio ha ricevuto una mail da Twitter: lo avvisavano che un tribunale della Virginia aveva richiesto l’accesso a tutti i messaggi che lui, Julian Assange, la presunta "gola profonda" Bradley Manning e un paio di altre persone si erano scambiati dalla fine del 2009. Gonggrijp si è chiesto chi altro potesse aver fornito informazioni al tribunale senza però avvertirlo come aveva fatto Twitter. Facebook? Google? Libertà in rete I laptop di Assange sono spesso decorati da un simbolo di pi greco su sfondo azzurro: è il logo di "La Quadrature du Net", un’organizzazione francese di attivisti. "Creare un software ha implicazioni politiche, perché può essere usato sia per controllare il sapere, sia per condividerlo", sostiene il leader, Jérémie Zimmermann. "Le reazioni provocate da Wikileaks sono la prova di ciò che i governi possono fare quando trovano qualcosa che li infastidisce". Di fatto, internet si basa su un principio molto semplice ma vulnerabile: chiunque si colleghi a una delle 50mila reti che la formano oggi può accedere alla stessa internet. I provider vorrebbero però modificare questa struttura introducendo tariffe più elevate a seconda dell’utilizzo che se ne fa, per esempio, per i video: una misura che Zimmermann e altri attivisti stanno cercando di bloccare. Una nuova Internet "I governi tentando di chiudere un sito? Noi ne facciamo altri. Che possono fare? Smantellare tutto? E allora noi creiamo una nuova rete da zero. Non possono fermarci", dice Mitch Altman. Questo signore di mezz’età dai capelli tricolore sembra appena sceso da una nave spaziale. Hacker di San Francisco, è noto per aver inventato TvBGone, un pulsantino in grado di spegnere tutti i televisori nelle vicinanze. "Perché la democrazia funzioni serve un elettorato informato. Se governi e grandi aziende nascondono le cose come si fa a informare? Che lo vogliano o meno, alla fine le informazioni emergono sempre", dice Altman. Di recente ha fondato un hackerspace nella sua città con Jacob Appelbaum, noto hacktivista americano che lotta per poter restare anonimi online, tra le principali battaglie della comunità hacker. I tunnel segreti "Possono tentare di smantellarci, ma non ci fermeranno. Saremo sempre di più. Siamo incensurabili." Sono le parole con cui Jacob Appelbaum presenta Tor, un software che permette di nascondere tutte le proprie attività online in tunnel informatici segreti. Quando viaggia fuori dagli Stati Uniti viene regolarmente fermato alle dogane e paga solo in contanti. Se deve rimanere lontano dal computer per un po’ di tempo, lo distrugge e ne compra uno nuovo. Nei paesi i cui governi tentano di limitare il libero accesso a internet, Tor è l’unica via d’uscita per i cittadini digitali. Solo l’anno scorso il software è stato scaricato 36 milioni di volte e fa anche parte dell’infrastruttura alla base di Wikileaks. Stasi 2.0 "Sarebbe stato il sogno della Stasi", dice Peter Sunde, cofondatore del controverso sito di file sharing The Pirate Bay. Nel suo ufficio di Malmö, sopra un bar e un negozio di arredamento, il 32enne parla del Data Retention Directive, la direttiva europea che prevede la conservazione da parte delle società di telecomunicazioni dei dati sul traffico dell’intera popolazione: chi chiama, chi riceve una telefonata e quando, i messaggi di testo, gli accessi e gli indirizzi di posta elettronica. "La Stasi cercava di scoprire e controllare le informazioni di tutti. Ora è molto peggio: informazioni che la Stasi poteva solo sognarsi di ottenere saranno raccolte e conservate in modo legale", dice Sunde. "Se sei del settore, capisci subito che una tale massa di dati è impossibile da vagliare", conclude. Secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology, i dati sul traffico sono in grado di rivelare l’identità di amici, colleghi e conoscenti nell’80-90% dei casi, ma anche se incontri una persona, dove ti trovi e cosa fai nell’arco di 12 ore. Nelle società moderne la possibilità di rimanere anonimi o non lasciare tracce sta per svanire per sempre. Il click sbagliato Per Joe Sullivan, responsabile sicurezza di Facebook, contrastare gli hacker è la routine. Ogni giorno si presentano nuove minacce e gli account vengono violati. Il più delle volte avviene quando un utente poco avveduto clicca sul link sbagliato, scaricando qualche malware ed entrando a far parte di una rete zombie di computer infetti. "Se una cosa te la manda un tuo amico, tu ti fidi e la clicchi. Ecco perché Facebook è diventato il luogo ideale per questo tipo di attacchi", dice Sullivan. "Negli anni Novanta i cattivi delle rete queste cose non le facevano per soldi, nel 2011 la maggior parte delle attività online illegali si è trasformata in un business sofisticato". Il club degli hacker Quando non insegna informatica all’università Humboldt, Constanze Kurz lavora come portavoce del più importante collettivo di hacker europeo. "Nella società di oggi non esistono più aree che non dipendano dai computer. Noi hacker abbiamo il dovere di istruire le persone sui sistemi informatici, le falle nella sicurezza e gli effetti delle nuove leggi", dice Kurz. Wau Holland, lo scomparso fondatore del Chaos Computer Club, ha creato un codice etico per gli hacker, affermando che il loro dovere è quello di lavorare per la libertà dell’informazione, diffidare dell’autorità e proteggere i dati personali. Oggi la fondazione che porta il suo nome è anche il principale finanziatore di Wikileaks. "Molti vedono la tecnologia come qualcosa di deterministico. Noi sappiamo che la si può orientare nella direzione voluta", dice Kurz. "Troveremo sempre il modo di aggirare il sistema". Guerrieri anonimi Lo scorso luglio la polizia ha compiuto una retata ai danni della cellula italiana di "Anonymous", una rete fluida di attivisti che utilizza immagini incisive come quella di un uomo in giacca e cravatta senza testa o la maschera del film e fumetto di culto V per Vendetta. La sua potente arma è un programmino denominato Loic, che permette di bombardare di traffico un obiettivo internet. Quando a partecipare è un numero sufficiente di persone, l’attacco può provocare il crollo di un server. "Anonymous" si è già scagliata contro Scientology e contro l’industria cinematografica e musicale. Adesso sta prendendo una piega ancor più politica. Gabriella Coleman, docente di Comunicazione alla New York University, studia Anonymous da tre anni. Ritiene che negli ultimi tempi gli hacktivisti abbiano assunto una connotazione più politica e ampliato la gamma dei loro strumenti. "Anonymous non si limita più agli attacchi online", dice Coleman, "ma si è trasformata in un movimento politico". Quando lo scorso mese la cellula è stata bandita da Google+, il social network di Google, ne ha creato uno suo, naturalmente anonimo: "Anonplus". Crisi militare "Vi invitiamo a unirvi alla ribellione": a giugno, proprio mentre LulZSec veniva ufficialmente smantellato, il nuovo movimento "AntiSec" ha fatto la sua apparizione online con una missione precisa. "La nostra priorità è rubare e diffondere qualsiasi informazione governativa riservata, comprese le email e i documenti che transitano sui server. Obiettivi principali, le banche e le istituzioni di alto livello". Un paio di settimane dopo, gli hacker sono entrati in un server della Booze Allen Hamilton, una compagnia militare privata multimilionaria, rubando 90mila indirizzi e relative password per poi diffonderli in rete, a disposizione di tutti. In seguito la compagnia ha involontariamente confermato l’attacco. "Probabilmente ora tutto il personale militare degli Stati Uniti dovrà cambiare password", hanno scritto divertiti quelli di "AntiSec", aggiungendo che altre azioni sarebbero seguite: "Siamo anonimi. Siamo legione. Siamo "Antisec". Non perdoniamo. Non dimentichiamo. Stiamo arrivando". Prossimamente, nel computer di chi?