Giovanna Gabrielli, il Fatto Quotidiano 13/8/2011, 13 agosto 2011
IL FATTO DI IERI - 13 AGOSTO 1943
In quella terribile estate di guerra il nome in codice di Milano era “Gudgeon”, versione inglese del nostro ghiozzo, pesce sciocco da acchiappare con le mani. Scelto con irrisione dagli aviatori Alleati tanto per dire che la città, priva di depositi di munizioni, di postazioni antiaeree, di truppe, era un bersaglio facilissimo. Una pesca che, la notte del 13 agosto ’43, il Bomber Command del comandante Arthur Harris aveva deciso di fare a colpi di bombe, sganciate da 500 aerei, con l’obiettivo di radere al suolo la città. Lavoro meticoloso, in sei ondate, con 1.250 tonnellate di esplosivi e 400mila spezzoni incendiari. Tre quarti d’ora d’inferno, con bombe e fiamme che graffiano il Duomo e colpiscono la Galleria, il Palazzo Reale, Santa Maria delle Grazie, l’Arcivescovado. Bruciano il centro e i quartieri vicini, Ticinese, Garibaldi, Sempione, mentre, con pentole e fagotti, chi può fugge verso la campagna, in bicicletta o con mezzi di fortuna. E il martirio di Milano andrà avanti per altri tre giorni. Ultimi obiettivi, la Rinascente e la Scala, simboli del commercio e dell’arte. Fine dell’operazione Gudgeon, con 2.000 vittime e, come scriverà Alberto Savinio, “una città insudiciata dalla morte”.