Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 13 Sabato calendario

IL BOOMERANG DEGLI HOOLIGANS

In Inghilterra il calcio rischia di fermarsi a causa dei disordini che incendiano il paese. E la circostanza assume significati che vanno ben al di là della mera dimensione d’ordine pubblico, per assumere una potente rilevanza simbolica e offrire una chiave di lettura non ortodossa. La quale, proprio attraverso il calcio, confuta tutte le narrazioni compiacenti su un ventennio di storia nazionale che, al di là dei cambi di direzione politica, non ha mai messo in discussione il mood neoliberista, passando dal thatcherismo alla Big Society di Cameron attraverso la Cool Britannia e la Third Way blairiste. Di questo lungo ventennio il calcio è stato uno dei più efficaci e propagandati banchi di prova per l’adozione d’un modello sociale spietato, d’un conservatorismo bipartisan e in-compassionevole.
UN AMBITO IN CUI la ricetta vincente è stata un mix di politiche law and order e di misure improntate al più cieco darwinismo economico. Esattamente ciò che in modo meno spettacolare è stato portato a compimento negli altri settori della società, così realizzando un equilibrio sociale instabile e generatore di ampie sacche di esclusione e risentimento. Nel calcio, il risultato è stato quello di aver raggiunto la pace sociale negli stadi. Un esito che è stato motore d’una narrazione autocompiacente, nonché falsificante per il suo omettere una parte delle verità. Fra esse, due di quelle che oggi tornano prepotentemente al centro della discussione, e fanno dello stop pendente sul calcio un fatto di profonda portata simbolica: una riguarda l’effettiva repressione dell’hooliganismo come problema sociale inglese; l’altra fa riferimento al forzoso cambiamento di un modello di consumo, che ha esteso a dismisura i ranghi dell’esclusione sociale.
Riguardo al primo aspetto, è una verità condivisa dagli osservatori non allineati quella che rifiuta l’equazione “stadi più sicuri = eliminazione dell’hooliganismo” . L’aver liberato gli impianti dalle frange più violente del tifo ha avuto come unico effetto quello di spostarle altrove. Le violenze fra gruppi di supporters calcistici non sono mai cessate. Esse sono state semplicemente “delocalizzate”. Adesso gli impianti sono dei salotti nei quali vigono delle regole severissime, fatte valere dai club attraverso le loro security. Un modello di autogestione, anche in materia di sicurezza, che però i fatti recenti hanno mandato in frantumi.
L’ONDA dei disordini ha portato all’annullamento dell’amichevole fra le nazionali di Inghilterra e Olanda prevista mercoledì scorso a Wembley (70.000 biglietti già venduti) e al possibile rinvio della prima giornata di Premier League. Di certo, la partita fra il Tottenham Hotspurs (il club del quartiere da cui sono partiti gli incidenti) e l’Everton si disputerà in altra data. Dunque, il calcio inglese eretto a modello vincente di politiche sicuritarie si mostra bisognoso di tutela in materia d’ordine pubblico. Un boomerang propagandistico dagli effetti incalcolabili, sia per chi governa il pallone che per chi governa il paese. Riguardo al modello di consumo, esso è stato plasmato a partire dagli anni Novanta da un deciso taglio lineare, che ha espulso dagli stadi e dalle platee televisive le fasce meno abbienti della società inglese. I biglietti d’ingresso allo stadio sono diventati carissimi, e continuano ad aumentare a dispetto d’una crisi economica generalizzata che consiglierebbe di calmierare i prezzi. Né i costi degli abbonamenti alla pay-tv permettono un’alternativa a buon mercato. Di fatto, in Inghilterra il calcio ha generato esclusione sociale. E questo non è privo di qualche significato, nei giorni in cui una generazione di adolescenti (già perduta prima ancora di affacciarsi in società) esprime la propria ribellione al modello di consumo che li esclude, dando corso nichilisticamente al saccheggio di beni voluttuari eppur indispensabili perché conferiscono riconoscimento sociale.
In considerazione di tutto ciò, uno stop al campionato avrebbe un impatto simbolicamente e culturalmente destabilizzante per l’auto-narrazione del paese. Il calcio è da sempre la politica proseguita con altri mezzi. Di questi tempi, più che mai.