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 2011  agosto 13 Sabato calendario

MALAPARTE, IL FASCIOCOMUNISTA

Nell’incipit del suo ponderoso tomo su Curzio Malaparte, uscito in francese (Malaparte. Vie et légendes, Grasset; l’edizione italiana è prevista per l’anno prossimo), Maurizio Serra, diplomatico con il fruttuoso vizio della storia, scrive che sono molte le ragioni per non amare quel personaggio. E ne fa egli stesso un regesto: mitomane, esibizionista, avido di denaro e di piaceri, “camaleonte” pronto a servire ogni potere, Cagliostro dei nostri tempi… Lodevolmente, Serra vuole porsi in posizione critica tanto verso il suo personaggio, quanto verso le tonnellate di accuse da lui ricevute nel corso dei decenni, da vivo e poi da morto (morì nel 1957, era nato nel 1898). Nondimeno, Serra confessa di voler “mostrare la coerenza intima e la modernità” del letterato toscano di padre tedesco (Kurt Eric Suckert, era il suo nome all’anagrafe). Ma si capisce bene che più che “mostrare”, Serra, intende “dimostrare” , e assolve dunque in partenza il suo personaggio, anzi lo interpreta addirittura come profeta del moderno. Dico subito che non condivido, eppure Malaparte, a cominciare dal suo nom de plume, geniale, è figura notevole, e per tanti versi emblematica.
PRESCINDENDO dalle ondate di vituperio cadute sul suo capo, l’autore di questo libro tende, correttamente, a contestualizzare i difetti e le magagne del suo uomo, mentre ne esalta le (indubbie) virtù. Ne esce, anche al di là delle intenzioni, un quadro sfaccettato, in cui luci e ombre si mescolano, ma in un netto prevalere della luce del genio, al quale, a ben guardare, si può perdonare molto, se non proprio tutto. Non nasconde, Serra, la capacità dell’uomo di voltare tutto a proprio tornaconto, anche se lo dichiara esente da venalità; ma lo perdona in quanto coglie in questo “maledetto toscano” la capacità di parlare agli italiani (e agli europei) e degli italiani (e degli europei): arcitaliano e anti-italiano, in sintesi; ma anche “selvaggio” nel fascismo, eppure teorico del moderno; giornalista efficace, ma pronto a servire ogni padrone, sia pure con ostentati gesti di irriverenza. Cartina di tornasole dei nostri vizi, insomma, ma anche delle nostre virtù.
EPPURE il personaggio non può essere confinato entro una patria che, benché amatissima, in fondo non era del tutto sua, considerata l’origine germanica di suo padre: con un po’ di esagerazione si può parlare di cosmopolitismo, che vide Malaparte non soltanto viaggiare, ma pubblicare fuori d’Italia, incontrare intellettuali di varie nazioni, stabilire contatti e relazioni, provare curiosità per mondi lontani, dalla Russia degli anni venti-trenta, alla Cina conquistata da Mao nel 1949, e diventata di colpo il più popoloso paese del mondo a issare la bandiera rossa. Dalle oltre seicento pagine del volume emergono non soltanto i rapporti effettivamente intessuti, ma le connessioni di idee e di umori con numerosi esponenti della società colta del tempo, da Ernst Jünger a Ezra Pound.
Uomo francamente di destra, Suckert-Malaparte fu scrittore, giornalista e organizzatore di cultura, che riuscì a incarnare contemporaneamente il fascismo di Strapaese e quello di Stracittà: diresse, in uno dei momenti più alti della sua carriera, La Stampa, ma ne fu cacciato dal proprietario, il senatore Agnelli – il fondatore della Fiat – con diverse motivazioni, la principale delle quali fu la liaison dangereuse di quel giornalista scavezzacollo, forse a caccia di una “sistemazione”, con Virginia, la moglie di Edoardo, destinato al comando dell’impresa, ma strappato alla vita da un incidente aereo. Serra, temerariamente, tiene nel suo registro narrativo, tanto i fatti pubblici quanto quelli privati, sempre guardando con una sorta di bonomìa, il suo personaggio. Il quale, a dire il vero, si presta magnificamente al gossip: ma l’autore sfugge alla tentazione, e riesce a mantenere il racconto su una base storica. Malaparte è un animatore, in ogni senso; ama la conversazione, ma ha una passione per chi sa menar le mani (e si fa apologeta dello squadrismo); adora le interminabili riunioni di redazione, ma anche gli incontri amorosi; gli piace scrivere e altrettanto viaggiare; è un uomo di lettere, che ama la guerra (in uno dei suoi testi più celebri, Kaputt, la seconda guerra mondiale costituisce il basso continuo di un racconto spezzato: Blaise Cendras, scrivendo all’autore, lo definì: “disgustoso e geniale”); vive nella carta e di carta, ma la carnalità è il suo terreno: un romanzo come La pelle – disgustoso quanto efficace ritratto di una Napoli sotto l’occupazione alleata – lo esprime completamente.
ALL’EPOCA il fascismo è quasi alle spalle, e il grande salto verso sinistra è pronto, ed egli lo compie funambolo dell’ideologia, provocatore professionale, ma in fondo anche uomo curioso di realtà da scoprire, particolarmente aperto sui versanti dell’innovazione politica: innamoratosi di Mussolini, e di Lenin, scopre Mao nel dopoguerra, prende (direttamente da Togliatti ) la tessera del Pci, ma, stando alla (dubbia) testimonianza del celebre padre Rotondi, in articulo mortis la straccia, e prende la comunione… Probabilmente, una diceria utile nel 1957, ma rappresentativa del camaleonte Malaparte. Che, purtroppo, al di là delle sue qualità, ci appare oggi un alfiere del trasformismo cinico dell’intellettuale.