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 2011  agosto 13 Sabato calendario

«SCRIVO PERCHÈ HO DECISO DI NON MORIRE»

«Guaglio’, statte attento, hai letto troppi libri», così rimproverava il piccolo Raffaele La Capria il dolcissimo e affettuoso padre che di prima mattina, sulla terrazza di palazzo Donn’Anna affacciato sul golfo di Posillipo, faceva uno spuntino con ostriche, cannolicchi e altri frutti di mare. Dudù, come lo chiamavano i genitori, si sentiva libero di non seguire quei consigli. Fortunatamente. Se avesse dato retta, successivamente Anna Maria Ortese non lo avrebbe definito «giovane Swann», alludendo al suo piglio colto ed elegante. Né si sarebbe conquistato un Meridiano mondadoriano dedicato alla sua opera omnia a «soli» 80 anni.
«Vede quella libreria là di fronte?»: lo scrittore napoletano indica una parete della sua bella casa romana, nel centro storico, interamente ricoperta di dorsi scuri con i nomi degli scrittori in oro. «Ma dove sono finito? in un cimitero!, mi sono detto quando mi sono reso conto che anch’io ero diventato un autore incluso nei prestigiosi volumi. Che ospitavano tutti morti salvo il sottoscritto. Così ho deciso di tornare nel mondo dei vivi pubblicando nuove opere».
A partire da quel compleanno con cifra tonda, ai libri già sfornati, l’89enne narratore, marito della bravissima attrice Ilaria Occhini, ne sommava molti altri: da L’estro quotidiano al recente A cuore aperto (Mondadori). A cui si aggiungono quelli in uscita proprio in questi giorni, come il racconto Quando la mattina scendevo in Piazzetta (La Conchiglia) e Confidenziale (Il notes magico editore), la silloge di lettere inviategli dagli amici che include un prezioso biglietto in cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ex compagno di scuola al Regio Liceo Ginnasio Umberto I di Napoli, gli chiede di verificare se un suo testo non mostri troppo «la ruggine del linguaggio e dell’universo politico». Sempre in queste settimane sbarcano in libreria le ristampe dei saggi letterari, False partenze. Letteratura e salti mortali. Il sentimento della letteratura (Oscar Mondadori), e di quelli civili Lo stile dell’anatra e La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune (entrambi per la Bur).
Scrive moltissimo il romanziere di cui Pietro Citati ha detto che gli appartiene il segreto della «vera arte di vivere… non diventare mai maturi». E che si è mantenuto giovane andando spesso controcorrente, non accettando troppo facili stereotipi, da quelli sulla amata Napoli a quelli letterari (famosa una sua polemica sui vezzi e le manie degli avanguardisti italiani, in particolare degli joyciani) ai tanti riti e miti della cultura di casa nostra.
La sua avidità-attività di lettore ha avuto l’incipit a palazzo Donn’Anna, quel suggestivo e tenebroso maniero che l’architetto Fanzago non riuscì mai a portare a termine, che fu devastato da un incendio e saccheggiato dai seguaci di Masaniello e dove La Capria ambienterà Ferito a morte , premio Strega 1961. Tra tende e divani damascati vi aveva risieduto il soprano Gemma Bellincioni che aveva avuto una liaison amorosa con D’Annunzio. Per amore del Vate vi campeggiavano scritte dannunziane: «Ars est Vita», «Lux est vita» e così via.
La Capria lettore in erba si cimentava in una vera e propria convivenza con motti e citazioni. «Nell’ala incompiuta del palazzo si diceva che passeggiassero gli spettri. Ero terrorizzato dal rumore delle onde che si percepiva ovunque. Però credevo di essere il capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari. Divoravo poi i Tre Moschettieri, un libro meraviglioso che metteva in moto la mia fantasia. Al liceo ebbi come compagni, oltre al presidente Napolitano, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi, Massimo Caprara, Renzo Lapiccirella, Luigi Compagnone, Francesco Rosi. Molti di loro saranno poi iscritti come me alla sezione del Gruppo universitario fascista, dove si faceva un po’ di fronda, si parlava in termini negativi del regime, si discuteva molto di cinema, teatro e letteratura. Un libro segna la mia giovinezza. Fu composto alla vigilia della Grande Guerra, nella quale l’autore, Alain-Fournier, troverà la morte appena ventisettenne: Il grande Meaulnes , romanzo sull’adolescenza e sull’amicizia. Il narratore, l’adulto François Seurel, rievoca il suo incontro con Augustin Meaulnes, che lo condurrà in un mondo di avventure e di sogno, di un amore romantico e idealizzato e di bruschi risvegli. Fu Caprara, futuro segretario di Togliatti, che mi fece conoscere un libro fondamentale, Da Baudelaire al surrealismo di Marcel Raymond. Cominciai ad amare Rimbaud, Valéry, Mallarmé. Intanto maturava la mia coscienza politica, anche attraverso approcci singolari come gli scritti di George Bernard Shaw che aveva aderito alla Fabian Society, un gruppo intellettuale di socialisti attenti più ai problemi dell’ uguaglianza sociale che non a quelli della lotta di classe».
Lei è sempre stato un grande tuffatore. Nelle acque di Posillipo bombardata cercava di dimenticare la catastrofe incombente. In quali libri si tuffava per affrontare la guerra?
«Il conflitto si fece sentire direttamente nella mia vita: a palazzo Donn’Anna abitava anche una famiglia di inglesi i cui figli erano stati i miei migliori amici. Con le sanzioni contro l’Italia e l’ostilità crescente contro le potenze dell’Asse diventammo nemici, ci prendemmo a sputi e a male parole. Mi consolavo con Guerra e pace , Il rosso e il nero , Le illusioni perdute , Moby Dick , i racconti di Cechov e tanti altri. Andavano di moda le paginette di prosa d’arte e sembrava perduto per sempre il romanzo realista alla maniera di Manzoni e Verga o anche di Tozzi, Pirandello e Svevo. Mi accorsi che la tradizione del realismo era di nuovo viva grazie a Gli indifferenti di Moravia. In Michele, il protagonista, riconoscevo il mio ritratto e quello dei miei amici, velleitari e impotenti, figli di una borghesia che tollerava il fascismo. E poi c’erano le traduzioni degli scrittori americani di Elio Vittorini e di Cesare Pavese che erano anche allegoria politica di un mondo libero e non dominato dalla dittatura».
Deposte le armi e siglata la pace inizia una nuova vita?
«Le ragazze, sia quelle borghesi sia quelle dei bassi, erano scatenate. Fino a quel momento avevano canticchiato melodie napoletane, ora ballavano il boogie-woogie. Io ascoltavo Frank Sinatra che intonava Tenderly o Smoke Gets in Your Eyes e intanto traducevo i versi di Dylan Thomas, i Quattro quartetti di Eliot, le poesie di Auden e Spender. Mi appassionavo a L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre, ad Addio a Berlino di Isherwood, ai 49 racconti di Hemingway, Belli e dannati di Fitzgerald, l’ Autobiografia di Alice Toklass , Steinbeck, Caldwell, Faulkner, Sherwood Anderson, Mann, Camus e Gide. Sembrava che quel rinnovamento radicale della società e delle coscienze passasse veramente anche dalle nuove letture. Scoprii nella Recherche proustiana un tono particolare che mi affascinava e pensavo che doveva essere il tono della mia narrativa. A vaccinarmi dalle sirene totalitarie e dalle suggestioni del socialismo reale ci pensava poi Ernesto Rossi del quale ero diventato parente convolando nelle mie prime nozze con una sua nipote. Mi sottoponeva gli articoli che scriveva per il Mondo : “vedi se manca qualche virgola”».
Ai racconti e romanzi lei ha affiancato molti scritti tra letteratura e saggistica. I suoi maestri?
«Non mi convincevano autori à la page per anni, come Lacan, ma ammiravo Roland Barthes. E per la narrativa come riferimenti c’erano i miei amici di sempre, come Soldati, Bassani, Volponi, Parise. Ancora oggi li rileggo».
Per capire una città sofferente come Napoli?
«La Ortese che ne Il mare non bagna Napoli descrive la miseria urbanistica e sociale di una popolazione completamente abbandonata a se stessa. Ermanno Rea che in Mistero napoletano racconta l’intreccio dei rapporti sentimentali e politici dei comunisti napoletani. Uno squarcio meraviglioso di umanità».