Claudio Plazzotta, ItaliaOggi 13/8/2011, 13 agosto 2011
IL FATTO FA RICCHI PADELLARO
& CO -
In questi giorni di débâcle della finanza e di crescita della tassazione delle rendite ci si interroga su come investire al meglio i propri risparmi. Un buon consiglio potrebbe darlo Antonio Padellaro. Giornalista che, nell’estate del 2008, a 62 anni, era stato cacciato dalla direzione dell’Unità, poiché il nuovo editore, Renato Soru, voleva aria fresca e aveva chiamato Concita De Gregorio a guidare il quotidiano di area Pd.
Perciò il buon Padellaro, con la sua liquidazione e tanti anni di onorata carriera tra Ansa, Corriere della Sera, Espresso e l’Unità, si avviava verso una serena pensione. Poi, nella primavera del 2009, ecco l’illuminazione: metto 100 mila euro nell’avventura della Editoriale Il Fatto. Come direbbe Cesare Ragazzi, un’idea meravigliosa: Padellaro, che è direttore del quotidiano lanciato in edicola il 23 settembre del 2009, controlla il 16,26% della società, e per i tre mesi di esercizio 2009 e i dodici del 2010, oltre al suo ricco stipendio, ha incassato già 690 mila euro lordi di dividendi. Niente male, per un investimento iniziale di 100 mila euro. C’è da dire, poi, che il Fatto a differenza dell’Unità che reca sotto testata la scritta «Fondata da Antonio Gramsci nel 1924», non riceve contributi pubblici.
Per quanto riguarda Marco Travaglio in fase di start up ha scommesso 30 mila euro sull’avventura del quotidiano.
Ora possiede il 4,87% della società, e, comunque, si è già messo in tasca, oltre allo stipendio da vicedirettore, quasi 235 mila euro di dividendi.
Peter Gomez, che è direttore del Fatto On line, edizione che nel 2010 ha raccolto 40 mila euro di pubblicità, forte del suo 3,25% di quota della casa editrice ha ricevuto 110.400 euro di dividendi lordi. Un po’ meno Marco Lillo, che si ferma a quota 82.800 euro: comunque una bella cifra, rispetto ai 15 mila euro di investimento iniziale per il 2,43% del capitale.
D’altronde l’esercizio 2010 della Editoriale Il Fatto, il primo completo, si è chiuso con ricavi per 29,6 milioni, e un utile di 5,8 milioni di euro, di cui 3,1 mln sono stati destinati a dividendi. E tutti i soci (vedere tabella in pagina) si sono tolti belle soddisfazioni: i titolari di azioni B (Padellaro, Travaglio, Lillo, Gomez e l’ex magistrato Bruno Tinti) hanno avuto 1,38 euro per azione nel 2009 e 2,76 euro per azione nel 2010; mentre i titolari di azioni di tipo A si sono dovuti accontentare, si fa per dire, di 1,20 euro per azione nel 2009 e di 2,40 euro nel 2010. Pure ai dipendenti non è andata male: a ciascuno un bonus di 8 mila euro.
La Editoriale Il Fatto appare un’impresa solida, con un margine operativo lordo di 11,4 milioni e una redditività che l’amministratore delegato Giorgio Poidomani prevede ai livelli 2010 pure per l’anno in corso. Ci sono, tuttavia, anche alcuni elementi di criticità, che sembra corretto analizzare.
Il primo è la raccolta pubblicitaria. Un quotidiano che, tra copie cartacee (oltre 70 mila) e abbonamenti online supera le 100 mila copie al giorno, e che ha incassi da vendite per 23,5 milioni di euro, non può raccogliere appena 846 mila euro all’anno di inserzioni commerciali. È un dato insoddisfacente per gli stessi amministratori, tenuto conto che solo 805 mila euro arrivano in pubblicità per l’edizione cartacea, mentre 40 mila premiano quella online. Ci sono, certamente, i problemi legati alla linea editoriale del quotidiano, poco amata da molte aziende. Ma è sicuro che si può fare meglio e di più.
La seconda criticità è collegata proprio alla linea editoriale, e fa riferimento alle cause civili e penali che pendono a mo’ di spada di Damocle sui conti del giornale. Come sottolineano gli amministratori del Fatto quotidiano, ci sono più di 60 cause aperte, con richieste molto rilevanti, e un accantonamento fondo rischi piuttosto importante, a quota 1.450.000 euro, per tutelarsi da eventuali sconfitte in aula. L’impegno dei consiglieri di amministrazione è per un aumento «dei controlli soprattutto a livello preventivo». Travaglio & co, quindi, si dovranno contenere, come direbbe il premier Silvio Berlusconi.
Infine, la pirateria informatica e la tutela del copyright: Il Fatto quotidiano vende oltre 30 mila copie al giorno in abbonamento, e di queste circa 22 mila in edizione online in versione pdf. Ma si è riscontrato che «molti abbonati in pdf non rinnovano l’abbonamento perché è piuttosto facile scaricare il file senza pagare nulla. Esistono siti che offrono l’accesso gratuito al pdf del Fatto quotidiano, e sono allo studio interventi per eliminare o ridurre questo spiacevole fenomeno».
L’online, quindi, anche per un’impresa moderna e leggera come quella del Fatto, si rivela uno straordinario strumento di promozione e di affermazione della testata, ma, quanto a business e utili, meno male che c’è la carta.