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 2011  agosto 15 Lunedì calendario

UN MONDO SOFFOCATO DAI DEBITI

Il debito pubblico sarà la prossima bolla a esplodere nei travagliati mercati finanziari? Anche se mancano risposte ultimative e le migliori risorse umane e finanziarie del pianeta sono impegnate affinché ciò non avvenga, l’ipotesi è considerata con attenzione a causa di alcuni punti fermi poco promettenti. Il primo è che il fenomeno, ormai di enormi dimensioni, negli ultimi anni ha accelerato drasticamente la velocità di crescita. In presenza di una congiuntura debole e di un’eccessiva concentrazione nelle aree economiche meno dinamiche, questo crea molti dubbi sulla sua sostenibilità.

Si spiega così il nervosismo degli investitori (e l’attivismo degli speculatori) che non risparmia gli emittenti fino a ieri considerati il benchmark della sicurezza. Il caso più evidente è quello degli Stati Uniti, il cui debito pubblico ha subìto il primo downgrading (da parte di Standard&Poor’s) degli ultimi 70 anni (l’argomento è approfondito nell’articolo in basso).

Il debito sovrano rappresenta allo stesso tempo la pesante eredità della crisi e una gravosa ipoteca sulla ripresa. Le cifre in gioco – elaborate con eloquente efficacia dal Fondo monetario internazionale - giustificano ampiamente i timori: considerando le economie sviluppate, quest’anno la media dei debiti pubblici supererà il 100% del Pil (per la precisione, dovrebbe toccare il 101,6%). Al di là del valore psicologico, si tratta di un livello che ha un solo precedente, ai tempi del tutto particolari della fine della Seconda Guerra Mondiale.

A preoccupare, inoltre, è il trend previsto per i prossimi anni. Considerando le consistenti necessità di finanziamento e i programmi di spesa dei governi, il rapporto debito/Pil probabilmente continuerà la sua ascesa raggiungendo il 107,3% nel 2016. Per avere un riferimento, la distanza rispetto al 2007 raggiungerebbe in tal caso i 34 punti percentuali.

Se si passa dalle percentuali alle cifre in valore assoluto il senso di vertigine aumenta. Nell’ultimo decennio il debito pubblico mondiale è raddoppiato. Sempre secondo valutazioni dell’Fmi, ha oltrepassato i 40mila miliardi di dollari Usa. Ancora superiori – e quasi equivalenti – le quantificazioni dell’Intelligence Unit dell’Economist e della Cia (World Factbook): rispettivamente a 42.850 e a 44.200 miliardi di dollari Usa. Nel 2000 l’ammontare complessivo si aggirava intorno ai 18mila miliardi di dollari. L’Economist prevede inoltre che a fine 2012 si arriverà a doppiare quota 46.200 miliardi. Si tratta, in tutti i casi, di valori soggetti a un continuo aggiornamento. Per farsi un’idea del ritmo di crescita basta dare uno sguardo al monitor sul debito statunitense con i contatori riferiti alle diverse partite che girano vorticosamente.

Debiti poco sani

Ma non è solo questione di quantità. Il debito pubblico, infatti, non è tutto uguale. In ordine di decrescente "salubrità", può essere contratto per finanziare lo sviluppo dell’economia, come avviene quasi sempre nei Paesi emergenti. Oppure, seguendo un’impostazione keynesiana, può agire da tonico in caso di gravi crisi. O, infine, si può accendere per finanziare spese non produttive; cioè, con una semplificazione un po’ brutale, per vivere al di sopra delle proprie possibilità scaricando l’onere su spalle altrui (per esempio quelle delle generazioni future o di altri Stati più virtuosi).

Si tratta di una tendenza che negli ultimi anni è andata progressivamente diffondendosi in quasi tutti i Paesi ricchi, ma che arriva da lontano. Il caso-Italia è significativo: la nostra nazione nacque infatti con questo peccato originale: tra i regnanti, già nel 1861 Casa Savoia poteva infatti vantare (si fa per dire) il debito più alto d’Europa. La storia insegna che con il tempo la tolleranza agli squilibri delle spese statali non ha fatto che aumentare, con effetti deleteri che solo a momenti sono stati attenuati dai periodi di boom.

Nella fase attuale, invece, gli effetti negativi sono ben visibili. Uno dei più temuti è rappresentato dal crowding out, da molti economisti definito "effetto spiazzamento": in pratica, il settore pubblico si accaparra la maggior parte delle risorse finanziarie disponibili, lasciando le imprese private a corto di approvvigionamenti. È quanto sta effettivamente verificandosi, anche a causa della crescente avversione al rischio degli investitori.

La pericolosità del debito sovrano mondiale è confermata dalla sua concentrazione – molto superiore al 50% – nei Paesi avanzati (caratterizzati da tassi di crescita modesti o addirittura piatti e da una popolazione con età media elevata), dagli Usa all’Europa, dal Giappone alla Scandinavia. Il carico debitorio grava così sulle spalle meno adatte a sostenerlo: sempre considerando le valutazioni dell’Economist aggiornate al 2011, l’indebitamento pubblico procapite ammonta a 37mila dollari in Italia e a 46.700 dollari negli Usa (in questo caso i dati sono di Us Treasury e Us Census), mentre scende a poco più di 5.700 dollari procapite in Brasile e precipita a circa 800 dollari in India e in Cina.

Connotati strutturali

Un altro punto fermo sull’esplosione mondiale del debito sovrano è rappresentato dal fatto che questo fenomeno ha connotati strutturali più che contingenti. Naturalmente la lunga crisi che ancora blocca l’economia ha fatto da acceleratore, ma è inutile illudersi che la corsa degli Stati a indebitarsi si esaurisca con un eventuale miglioramento congiunturale. Gli economisti più accorti, che non limitano l’analisi alla stretta attualità, individuano infatti un fattore di rischio ben più insidioso e di lungo corso presente in quasi tutto il pianeta: la necessità di finanziare una spesa sanitaria in continuo incremento, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.

In tutto ciò, con un po’ di buona volontà e per non deprimersi troppo, si riesce a trovare almeno un aspetto positivo. È la leggera riduzione dei deficit di bilancio che, secondo il Fondo monetario internazionale, porterà il dato medio delle economie avanzate dal 7,7% del 2010 al 7,1% del 2011. Una riduzione che non sembra però sufficiente a stabilizzare il debito.

Situazioni contingenti e fattori strutturali sembrano dunque spingere i governi mondiali a reiterare le scelte compiute finora: continuare ad agire con generosità sulla leva del debito pubblico accrescendo ulteriormente il pericolo di gonfiare la "bolla". L’hanno appena fatto gli Usa, applicando una volta di più il famoso slogan di Obama: «Yes, we can». Ma siamo sicuri di poterci ancora permettere questa linea di condotta?