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 2011  agosto 14 Domenica calendario

L’UOMO CHE HA INSEGUITO TUTTE LE GUERRE DEL MONDO

Per ogni gior­nalista l’incu­bo peggiore è il lead , l’at­tacco del pezzo. In­dro Montanelli dice­va: «Se conquisto il lettore nelle prime ri­ghe, riesco a portar­melo appresso sino alla fine ». Lucio Lami, che all’ombra del gigante di Fucecchio ha lavorato per vent’anni qui al Giornale , mi spiega che inizierebbe questo articolo su sé stesso come se fosse un libro di fiabe per ragazzi: «E cammina, cammina...». Lami era inviato speciale di guerra e per una vi­ta ha camminato in mezzo ai cadaveri. Adesso ha finalmente ritrovato la pace nel cenobio della Madonna del Faggio, una chiesetta costruita fra i boschi di Compia­no (Parma), borgo appenninico della Val di Taro. L’oratorio fu edificato nel 1485, dopo che in quel luogo la Vergine era ap­parsa a una pastorella muta dalla nascita e le aveva restituito il dono della parola.
Lami cercava un posto dove ricompor­re il corpo e lo spirito, stremati sui fronti della Cambogia, del Laos, della prima e della seconda guerra del Golfo, del Liba­no, dell’Afghanistan, del Ciad, dell’Eri­trea, tra le guerriglie del Fronte Polisario, dell’Irlanda, dell’Etiopia, della Somalia, dell’Angola, del Mozambico, del Nicara­gua, del Perù. Ha ottenuto in affitto dal parroco il complesso monumentale ab­bandonato e l’ha restaurato a sue spese. «Quando arrivo da Milano, la prima cosa che faccio è chiedere al prete di portarmi il Santissimo: lo metto nel tabernacolo e riapro al pubblico la chiesetta». Accade nella bella stagione, perché d’inverno sa­rebbe impossibile vivere qui. Ha abbelli­to il tempio con le opere d’arte donate dai suoi amici artisti: un Giovanni XXIII scol­pito da Mario Donizetti, il pittore berga­masco che ha firmato ritratti per la coper­tina di Time; un San Pietro e una Deposi­zione di Claudio Sacchi, l’allievo predilet­to di Pietro Annigoni; una Madonna di Bruno Grassi. Nella foresteria, adattata a studio, ha appena finito di scrivere Giorni di guerra, pubblicato da Mursia, che rac­coglie i suoi reportage. E sulla collina di fronte, nel castello di Compiano, il prossi­mo 27 agosto consegnerà come ogni an­no il premio letterario Pen club di cui è fondatore e presidente ( acronimo di poe­­ts , essaysts , novelists , poeti, saggisti, romanzieri, per­ché nacque a Londra nel 1921), l’unico dove il vinci­tore viene scelto da 350 so­ci scrittori.
Lami, classe 1936, è nato per sbaglio a Varedo (Milano): il padre vi era giunto come funzionario della Montecatini. La sua fami­glia è originaria di Santa Croce sull’Arno: «Un Meo Lami nel 1240 consegnò la Valdarno a Firenze». A 24 anni, con l’ultimo stipendio da sottote­nente di cavalleria, abbandonò Vicenza, dove il papà era stato nel frattempo trasfe­rito. Lasciò alle 4 di notte un biglietto per i genitori sul tavolo di cucina: «Vado a Mila­no a fare il giornalista».
Sceso dal treno all’alba, vide l’insegna luminosa della Notte , il quotidiano del po­meriggio fondato da Nino Nutrizio, che aveva sede in piazza Duca d’Aosta, di fian­co alla stazione Centrale. «Pensai: toh,che combinazione, un giornale! Salii in reda­zione e chiesi al fattorino di parlare col di­rettore. “Ha un appuntamento?”. Certo. “Il suo cognome?”. Lami. “Attenda qui”. L’ometto tornò poco dopo: “Il direttore la aspetta”. Nutrizio, che manco sapeva chi fossi, non fece una piega: “In che cosa pos­so esservi utile?”. Dava del voi a tutti. E io: vorrei fare il giornalista o anche l’addetto delle pulizie, se necessario, basta che mi mettiate alla prova. Il direttore alzò la cor­netta del telefono e compose l’interno del capocronista Camillo Brambilla: “C’è qui un altro pazzo. Vedete che cosa sa fare”». Qualche tempo dopo Nutrizio annun­ciò a Lami: «Voi sarete il primo novizio ad avere una rubrica firmata», e tirò fuori da un cassetto il cliché bell’e pronto della te­statina: Il ficcanaso al mercatino . «Fui mandato in giro per i rioni a intervistare le massaie che facevano la spesa. Ho impa­rato così a scarpinare. Primo titolo: “Per­ché aumenta la passagrassana”. È un tipo di pera». La rubrica piacque a Oreste Del Buono, vicedirettore di Quattrosoldi , il periodico gemello di Quattroruote inven­tato da Gianni Mazzocchi, che lo convo­cò e lo assunse.
Da lì in avanti ha lavorato per tutti i grandi editori: con Edilio Rusconi a Gente ; con Angelo Rizzoli da direttore di Bella; con Arnoldo Mon­dadori da caporedattore di
Epoca. Poi inviato del Gior­nale e direttore, in succes­sione, dell’ Indipendente , dell’ Uomo Qualunque e di
Commentari , dove chiamò a collaborare i filosofi Karl Popper e Jean-François Re­vel. Quest’ultimo, che fu di­­rettore dell’ Express , ha collocato Lami nel pantheon dei grandi inviati del XX secolo. «Sono in pensione dal 2002 e da allora ho fatto voto di non scrivere più sui giornali. Non li identifico con la professione che ho svolto per 42 anni. Troppe livree».
Perché ha fatto il giornalista?
«Potrà sembrare una banalità: per voca­zione. Già alle elementari le maestre anno­tavano sui miei temi: “ Non è farina del suo sacco”. In classe leggevo di nascosto i libri di Emilio Salgari. Ho cominciato a viaggia­re da bambino, con la fantasia. Mia mo­gl­ie aveva suddiviso il guardaroba per sta­gioni e per continenti. Tornavo a casa una volta al mese. Mi chiedeva: “Adesso dove vai?”. Mi preparava la valigia e ripartivo».
Che differenza c’è fra l’ultima guerra
mondiale, che lei vide con gli occhi di bambino, e quelle che ha seguito per
Il Giornale ?
«L’informazione.Prima i giornalisti anda­vano e raccontavano. Adesso sono em­bedded , vengono intruppati e portati a ve­dere solo ciò che interessa a una della par­ti belligeranti. Durante la guerra Iran-Irak mi feci fregare anch’io. Gli iracheni mi portarono con Ettore Mo del Corriere della Sera in prima linea, dove si sparava. “State giù!”,ci urlavano.La faccenda puz­zava parecchio. Perciò l’indomani noleg­giai con Mo una jeep e tornai sul luogo: il fronte era 50 chilometri più avanti. Gli uffi­ciali di Saddam Hussein avevano organiz­zato un bel presepio solo per noi due».
Da non embedded come agiva?
«Sono entrato da clandestino in Vietnam e in Siria. Ho attraversato a piedi, senza documenti, l’Afghanistan occupato dai russi.Sono stato l’unico al mondo a rivela­re che Fidel Castro aveva le basi militari in Cile durante la dittatura di Augusto Pino­chet. Il quale Pinochet mi concesse dopo molte insistenze l’unica intervista rila­sciata a un italiano, giustificando così la sua riluttanza: “Los periodistas son todos mentirosos como la señora Fallaci”».
Ha mai incrociato la Fallaci sui fronti di guerra?
«In Libano e in Cile. Apparteneva alla ge­nerazione ormai estinta degli inviati “che non fanno sveltine”, come mi diceva. A Beirut alloggiavamo al Bristol hotel, in zo­na araba, mentre il truppone dei colleghi stava al Cavalier. Nutrivo per lei un misto di ammirazione e di riprovazione».
Per quale motivo?
«Era stata la gran sacerdotessa della guer­ra nel Vietnam e non mostrava segni di ravvedimento. La sinistra ha sempre chiu­so non uno ma entrambi gli occhi per i ma­cellai della propria parte. Quante litigate ho fatto nelle fumerie cambogiane con Ti­ziano Terzani, persuaso che Pol Pot fosse un benefattore dell’umanità. Però Oria­na era tanto brava, aveva una scrittura classica. La fraternità toscana mi portava a perdonarle certe piccole vanità. Quan­do il contingente italiano lasciò il Libano, all’alba andammo insieme ad aspettare i nostri soldati nel porto di Beirut. E lei, sa­pendo che sarebbero arrivati i fotografi, si agghindò con elmetto e tuta mimetica».
Perché si dichiarano le guerre?
«Quelle di ieri per motivi territoriali, espansionistici. Quelle di oggi per interes­se: petrolio, gas, giacimenti. I tecnocrati della guerra, disposti a commettere sba­gli coscientemente per aiutare la politica, studiano come farle e non s’interrogano mai sul dopo. Gli americani sono autenti­ci specialisti in materia».
I soldati più valorosi che ha visto com­battere?
«Valorosi? Mah, non mi pare più il tempo del dulce et decorum est pro patria mori di Orazio. Resta l’ardimento, e su quello gli israeliani non li frega nessuno».
Ha mai rischiato di morire in guerra?
«Almeno tre volte. In Cambogia arrivò un colpo di mortaio durante il funerale di al­cuni bonzi uccisi in batta­glia. Scappando, sentivo un piede caldo e uno fred­do. Mi fermai, tolsi lo scar­pone: avevo una scheggia infilata nel metatarso de­stro. A Beirut un cecchino mi sparò mentre andavo a intervistare un capo maro­nita: il proiettile strisciò sul­la panci­a aprendomi il der­ma come se fosse lardo, per fortuna senza che fuoriu­scissero le budella. Tacqui col Giornale perché non vo­levo spaventare la mia famiglia.
A sera il ca­poredattore Leopoldo Sofisti mi rintrac­ciò al telefono: “ Ma brutto stronzo!Sei feri­to o no?”. L’aveva saputo da un lancio del­l’agenzia Reuters».
Il terzo incontro ravvicinato con la morte?
«In Paraguay, la notte del golpe contro il presidente Alfredo Stroessner. L’amba­sc­iatore italiano mi stava riportando in al­bergo dopo avermi ospitato a cena. L’au­to fu crivellata di colpi da un carro arma­to. Una pallottola mi trapassò la pancia e uscì dalla schiena. Ero ridotto a uno scola­pasta: buchi dappertutto. E io, cretino, mi preoccupavo solo di raccogliere fra le ma­ni il sangue che mi colava dalla bocca per non imbrattare il vestito buono con cui l’indomani avrei dovuto presentarmi da Stroessner per un’intervista. Ho ancora una scheggia incistata nello zigomo e una nella coscia, a quattro dita dalle palle, sa­rà fortuna o no?».
Quanti morti ha visto?
«Eeeh...». (Tace). «È il motivo per cui vivo in convento. Ho cominciato a 11 anni. Un­d­ici partigiani fucilati dai tedeschi a Vara­no Marchesi, nel Parmense,dov’ero sfol­lato. Mio zio arciprete mi consegnò un pacchetto di fazzoletti bianchi: io coprivo i volti e lui impartiva l’assoluzione alle sal­me. Da allora ho un rapporto fraterno con la morte. Non mi fa paura. La considero un momento di transizione».
Ha mai pianto?
«No.Avevo una reazione diversa:m’irrigi­divo come un ulivo».
Il posto più infame dov’è stato?
«La brusse angolana. Mi venne una crosta sulla pelle. Jonas Savimbi, il leader guerri­gliero, diede ordine di bucare un bidone d’acqua perché potessi farmi la doccia. Mentre mi lavavo, uno dei suoi soldati mi urlò: “Don’t move!”, non muoverti. Una vipera del Gabon stava strisciando fra i miei piedi seguendo il rigagnolo».
Dove trovava la forza per resistere?
«Nell’indomabile volontà di arrivare a ve­dere quello che bisognava vedere. In Af­ghanistan ricordo tappe a piedi di 30 chilo­metri sul Karakorum con i mujaheddin».
Non c’erano i cellulari per trasmette­re. Come faceva?
«All’hotel Shatt El Arab, durante il conflit­to Iran- Irak, avevamo un solo telefono per 20 giornalisti. Ettore Mo si metteva dietro la fila a dare gomitate, io davanti. I colleghi ci chiamavano “la bande des italiens”».
Oggi i giornali non hanno più le risor­se per permettersi un inviato in giro per il mondo.
«Anche lo Stato è povero. Poi vai a vedere i capitoli di spesa e scopri cose turche. Nei giornali è accaduto lo stesso da quando i direttori, che prima erano monarchi asso­­luti, hanno cominciato a prendere ordini da manager e pubblicitari».
È stato direttore anche lei.
«Sempre per poco tempo. Arrivai alla gui­da del settimanale Bella dopo il giallista Giorgio Scerbanenco e fui costretto a la­sciarla perché Enzo Biagi, direttore edito­riale, aveva promesso quel posto a una pa­rente del presidente dell’Eni. I giornalisti comandavano e gli editori non metteva­no becco. Tutti i giorni incontravo in ascensore Angelo Rizzoli. “Ma lu chi l’è?”, mi chiedeva il mitico cumenda . Sono La­mi. “ E còssa l’è ch’el fa?”. Sono il direttore di Bella . “Diretùr? Inscì gióvin?”. Eh sì, commendatore.“Voeurdìchel’èbravo”».
In un saggio lei sostiene che la comuni­cazione ha sostituito l’informazione. Sembrerebbero sinonimi.
«Non lo sono.La comunicazione pratica­ta­oggidì è l’informazione privata del rap­porto morale tra chi la fa e chi la riceve. Una mattina a Santiago del Cile feci un gi­ro con l’inviato della Rai. Più tardi ascoltai il suo ser­vizio con la mia radio a 12 bande. Parlava di due mor­ti e quattro feriti. A cena gli chiesi: ma dove accidenti li hai visti, che sei sempre sta­to con me? Mi rispose: “Ahò,la volemo dà ’na ma­no alla democrazia?”».
Vede la possibilità di uno scontro armato fra Occidente e Islam?
«Non ce ne sarà bisogno. Da tempo la prolificazione ha sostituito la scimitarra. I musulmani stanno combattendo una guerra demo­grafica e religiosa, favorita dalla crisi del­la Chiesa cattolica. Il Corano è un ariete che penetra dove il Vangelo ha ceduto il passo alla sociologia».
Molta violenza urbana non dipende­rà dal fatto che le nuove generazioni non hanno conosciuto quegli eventi tragici, ma in qualche modo regolato­ri, che erano le guerre?
«È quello che dico sempre alle mie due fi­glie: a voi è mancata una guerra. L’uomo ha smarrito lo spirito di sacrificio. Il pros­simo passo sarà l’autodistruzione».