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 2011  agosto 15 Lunedì calendario

MAMET: GLI ARROGANTI PALADINI DELLE BUONE CAUSE

Stavo tenendo un seminario sulla struttura del dramma teatrale all’università. Tutto procedeva per il meglio finché non ho pro­posto che l’eroina della storia che stavamo inventando venisse rapita da terroristi arabi non me­glio identificati. Uno studente mi ha chiesto: «Gli ara­bi non sono stati presi in giro a sufficienza? Perché ha specificato che i terroristi sono arabi?» Io ho detto: «Non lo so. Forse, mi sono venuti in mente perché qualche terrorista arabo ha bombardato New York». Una studentessa ha suggerito che i cattivi della no­stra pièce fossero pachistani e un terzo studente ha detto: «Non è per niente buffo». Ma,santo cielo,ho detto,nella pièce non può esser­ci un cattivo? Dobbiamo forse consigliare, dato che ogni attore deve avere di per sé una serie di caratteri­stiche, di sforzarci a creare un cattivo scialbo, alla cui scelta da parte nostra non può essere ascritto il mini­mo tentativo di esprimere un commento spregiativo razziale o sociale? Da quel momento, la lezione è de­generata in un modo che, almeno è così che mi è par­so, deve essere piuttosto consueto, visto che gli stu­denti sono scaduti in una ripetizione alquanto artifi­ciosa e stereotipata di asserzioni. Sembrava che tutto fosse politico e che il loro com­pito consistesse nell’informarne chi ne era ignaro. Chi ne era ignaro, in quella classe, erano il sottoscrit­to e la giovane donna che aveva proposto i pachista­ni. Un giovane ideologo ha ampliato la sua tesi: non era responsabilità del drammaturgo, ha sancito, evi­tare di incappare negli stereotipi, bensì utilizzare qualsiasi aspetto del dramma per imporre sul pubbli­co una visione umanitaria del mondo. Per esempio, ha detto, sarebbe stato il caso che si vedessero degli omosessuali baciarsi sul palco quanto più frequente­mente possibile: non era uno scandalo che la parte di Blanche nella pièce Un tram che si chiama desiderio fosse sempre stata recitata da una donna? Perché non avrebbe potuto recitarla un uomo?
«Beh», ho detto, «potrebbe effettivamente recitar­la un uomo.
Un tram che si chiama desiderio è fonda­mentalmente un sogno gay scritto da uno scrittore gay e ammantato di una veste eterosessuale». Il che ha momentaneamente chetato il giovane, che non sapeva bene se il mio commento fosse favorevole o contrario alla sua tesi.
Infatti, non era sicuro della sua stessa tesi, ma cre­do che tutto si potesse ridurre a quanto segue: qualsi­asi discorso sarebbe dovuto essere soggetto a scruti­nio sulla base di una serie di precetti impossibili da enumerare uno a uno ma riassumibili nel seguente precetto universale: tutte le persone sono uguali. Con una postilla: se qualcuno agisce senza dimostra­re una costante dedizione a questo principio è un por­co subumano.
«Bene, allora», ho chiesto, «gli omosessuali sono umani?». La sua risposta è stata che ovviamente so­no umani. «In quanto umani», ho chiesto, «a loro spettano gli stessi diritti di qualsiasi altro essere uma­no? ». «Certo», ha risposto. «Bene, in tal caso», ho det­to, «se uno di quei diritti è il diritto di intrattenere il prossimo, non possiamo insegnargli a intrattenere facendogli vedere come si struttura una pièce?».
La lezione stava segnando il passo; qualcuno ave­va assunto una posizione privilegiata e si era messo a gridare «razzista» e «omofobo», con più forza di chiunque altro, e chi non aspirava a ricevere quel marchio era stato costretto a sottomettersi: in fondo non strillavano in nome del bene?
«D’accordo», ho detto. «Eccovi la mia barzelletta preferita: cos’ha detto Custer quando ha visto arri­vare gli indiani?» (PAUSA) «Arrivano gli indiani». La barzelletta è stata accolta dalla pausa che tutti co­nosciamo, nel corso della quale i giusti cercano un indizio che gli dica qualcosa sulla accettabilità o me­no della battuta. Si era trattato di una critica dei nati­vi americani? Come poteva non esserlo? D’altro canto, quei tizi non venivano effettivamente chia­mati indiani? «Arrivano i nativi americani», natural­mente, non si può scandire. E così si è protratta la pausa triste e brutalmente sciocca che ha rappre­sentato la fine della lezione e che rappresenta la fine dell’Istruzione Progressista.
Cos’è l’istruzione progressista? È un indottrina­mento in idee politiche aggressive identitarie basa­te su accuse, esclusione e disprezzo. Tutte cose che contraddicono la dichiarazione d’Umanità Univer­sale sulla quale poggia la sua intera «ideologia» edu­cativa.
Ma la mia domanda era questa: una volta lasciata l’università, questi giovani stalinisti cosa avrebbe­ro fatto? Chi avrebbe finanziato la loro capacità di proclamare, baldanzosi, «Non è buffo»? In quale so­cietà avrebbero potuto vivere? Erano e sono i figli del privilegio. Per alcuni di loro, si tratta di un privi­legio ereditato e il costo dell’università è insignifi­cante, in altri il costo è enorme e le famiglie ne soffro­no; ma, in tutti i casi, il privilegio insegnato, appreso e assimilato nell’ambito di «un’istruzione nelle arti liberali» è il privilegio di accusare. Questi giovani, di massima, non hanno mai lavorato, imparato a ob­bedire, comandare, costruire, correggere o comple­tare, dare un reale contributo alla società. Hanno imparato a essere petulanti e sono convinti che una loro accusa sul tema della società, del sesso, della razza o dell’ambiente, per quanto fondata solo sul sentito dire, debba avere la meglio su qualunque di­­scorso, per non dire su qualsiasi opposizione. Que­sto comportamento mi è parso di averlo visto altro­ve, in una sede in cui veniva definito difficoltà di svi­luppo. Un bambino di nove anni è scalmanato, ha bisogno di correre, ribellarsi, arrampicarsi, maltrat­tare il prossimo, dare fondo alle proprie energie ed esplorare il mondo. La nostra civiltà, incapace di af­frontare questo fenomeno naturale attraverso mez­zi antichi (disciplina, ordine, sport, punizioni im­partite dai genitori, servizio militare), ritiene patolo­gico tale comportamento e somministra diagnosi, sanzioni e farmaci a profusione.

Ibambini sono bambini e hanno bisogno di sca­ricarsi e di imparare a scaricarsi nel modo giu­sto e a sviluppare pulsioni adeguate a questa e a tutte le altre fasi dello sviluppo.L’insegnante o il ge­nitore forte, saggio e capace deve sapere quando di­re, «Siediti» e quando «Va’ fuori a giocare», quando «Ora chiamo la polizia» e «Piantala». Però, abbiamo perso la capacità di discernere. Una donna nel cor­so di un volo transcontinentale stava incontrando qualche difficoltà con i suoi gemelli di tre anni e così li ha sculacciati. La hostess si è presentata dalla mamma per correggerla e lei e la madre hanno avu­to uno scambio di vedute. Una volta atterrate, la mamma è stata portata via dall’aereo, accusata e condannata per terrorismo, e ha scontato tre mesi di reclusione perché aveva turbato il regolare svolgi­mento del volo e aveva usato espressioni irriguar­dose nei confronti di un’attendente di volo, cosa che, a quanto sembra, ora rappresenta un crimine federale.
La società saggia deve affrontare periodi tran­sitori di giovinezza. I giovani sono confusi, spaventati, pieni di energia, e non richiedo­no rigore né lassismo, bensì una guida, che talvolta consiste nell’una e talvolta nell’altra cosa. La guida richiesta dai ragazzini scalmanati di nove anni è ri­chiesta anche dagli studenti universitari: sono pie­ni di idealismo, ma difettano di esperienza. Rischia­no, inoltre, di venire incitati a coniare slogan, per­ché è una cosa che gratifica l’ego e, fatto più impor­tante, esorcizza la paura dell’ignoto (l’età adulta). Se tutto ciò che bisogna sapere lo si sa subito, non c’è alcun bisogno di apprendere la capacità di di­scernere o di scegliere:non c’è saggezza più grande dell’espressione «la gente è la gente». E, se bisogna fermare qualsiasi oppressione e non c’è nient’altro da apprendere, allora tu sei la persona che può far­lo. Questo atteggiamento demagogico libera lo stu­dente dai vincoli stessi della sollecitudine, della cor­tesia, del rispetto, della cautela e della pazienza che, all’età di ventun anni, ha l’ultima possibilità di apprendere. Queste abitudini, per giunta in assen­za di una competenza spendibile sul mercato, po­trebbero dargli una mano per iniziare a guadagnar­si da vivere. Ma declamando slogan aggressivi e of­fensivi, volti a umiliare, ha scarsissime possibilità di riuscirvi. Non è che questo studente delle arti libe­rali abbia troppo tempo libero: non ha altro che tem­po libero. Ho passato quarant’anni seduto per con­to mio davanti a una macchina da scrivere e posso dire che ci vogliono tempo, impegno ed esperimen­ti anche infruttuo­si per imparare a strutturare la pro­pria giornata in maniera produttiva quando stai per conto tuo.
È impossibile che il diciottenne ci riesca, con il las­seiz­faire dei corsi di Politica Identitaria. Natural­mente, andrà alla ricerca di certezze, e le troverà nel volgo. Non disponendo né di esperienza né di filoso­­fia, adotterà le banalità di chi gli sta intorno; e le per­sone più vecchie di lui, ben lungi dal correggerlo, so­no pronte ad appoggiarlo e addirittura gliene fanno pagare l’esperienza,chiamandola«tassa di iscrizio­ne universitaria». Ma è un campo socialista e crea non cittadini produttivi, bensì laureati intolleranti, incolti e apatici che,a quel punto,all’età di ventuno o ventidue anni, devono cercarsi un lavoro come l’ultimo dei garzoni di bottega oppure procrastina­re il trauma dell’immatricolazione sottoponendosi a ulteriori corsi di «studio».
«Anche le persone gay sono persone?» ho chiesto allo studente e lui ha detto che naturalmente le era­no. «Ne sono coscienti?» gli ho chiesto. E lui ha rispo­sto in maniera analoga. «E allora per quale motivo», gli ho chiesto, «visto che sono coscienti di tale fatto, troverebbero divertente l’idea di rivedersi sul palco­scenico?
» «Ah, ma», ha detto, «dovrebbero vederlo le perso­ne eterosessuali».
«Ah, ma», ho detto, «alle persone eterosessuali non importa. È possibile che magari si diano un pre­mio per la capacità di farsi annoiare da uno spetta­colo teatrale dotato di un messaggio positivo, ma, al pari delle persone omosessuali, vanno a teatro per divertirsi. La vostra illuminazione non è sufficiente a catturare l’attenzione del pubblico per due ore. Volete qualche suggerimento su come riuscirvi?».
Ma la lezione era finita e io me ne sono andato, sentendomi sciocco e triste. Perché gli studenti di quella classe non erano degli stupidi; erano come dovrebbero essere a quell’età, cioè degli idealisti, e il fatto che all’università non premesse fare di loro,attraverso l’educazione, persone utili alla società aveva trasformato la loro energia naturale e il loro idealismo in una difficoltà di sviluppo. L’indulgen­z­a verso se stessi era la droga che gli veniva sommini­strata. Credo che l’università delle arti liberali ab­bia fatto il suo corso. Al pari dell’acqua in bottiglia, la spesa e l’illusione dell’esclusività continuano ad attrarre compratori, ma cosa comprano e quanto va­le? Le scuole d’élite vendono una certificazione che forse ha un valore teorico in un mercato teorico ma un valore scarso nelle istituzioni reali in seno alle quali confluiscono tali laureati.

Quale famiglia o laureato trarrà vantaggio da una laurea in cinema o studi di genere o, ad­dirittura, letteratura inglese? Che cosa farà questa gente, a parte diffondere il vangelo della loro particolare disciplina, nella speranza di assicurarsi un posto nella continuazione della far­sa? Ci facciamo beffe di qualifiche della Cina dei man­darini come «allacciascarpe» o «disseminatore di petali di rosa nel giardino», ma che dire del «profes­sore associato di studi di genere»? Significa che quellaparticolareistituzioneintendesfoggiaresta-tusmediantelosp­recocospicuodiricchezzeetem-poeintalmodoallettarechinonèsufficie temente curioso (genitori e studenti) a venire, a comprare le sue fesserie e a gonfiarei suoi forzieri. Ma, man ma­no che l’economia implode, saranno sempre meno gli studenti e le famiglie che si lasceranno accecare da quello sfoggio e sempre più numerosi quelli che si accomoderanno al tavolo della cucina con carta e penna e domanderanno: «Cosa do e cosa otten­go? », ovvero l’essenza stessa della responsabilità, nonché un quesito di cui i giovani con problemi di sviluppo sono ignari. Scrooge ha chiesto: «Non ci sono prigioni? E i rico­veri per i poveri? Funzionano ancora?». E io potrei chiedere altrettanto delle scuole aziendali, delle scuole per addestratori della riserva, del servizio mi­­litare, dei boy scout e delle guide, delle sinagoghe e delle chiese che, tradizionalmente, operano per as­sistere i giovani a inserirsi in società e a ottenere ef­fettiva autostima. Ma la tendenza a creare slogan da parte degli atenei specializzati in arti liberali inse­gna ai giovani non l’autostima, ma l’arroganza, e buona parte del rancore che tali officine di slogan proiettano contro oppressori teoricamente incolti è una rabbia fredda contro la generazione adulta che li ha abbandonati alla distruttività turbolenta e fuori luogo dei loro capricci. I bambini desiderano fortemente la disciplina. La sua assenza li spaventa, perché sanno di essere inca­paci di operare in modo indipendente e i proclami e «l’umanesimo rivoluzionario» degli studenti uni­versitari di oggi non sono altro che il capriccio del bambino di quattro anni: fa i capricci di fronte ai ge­nitori e proprio a beneficio dei genitori; esercita la propria aggressività in un ambiente protetto. Il bam­bino i cui genitori sono assenti, il bambino di cui si prende cura qualcun’altro, non farà i capricci per­ché sa che non importa a nessuno e che gli conviene piuttosto darsi da fare per capire come fare in modo che i suoi bisogni vengano soddisfatti in un ambien­te non disposto a tollerare le sue sciocchezze.
Negli anni Cinquanta, Camp Kawaga era il campo estivo degli ebrei di Chicago. A Camp Kawaga (nelle estati tra il 1955 e il 1958), tutte le sere suonavano un nastro de Il Silen­zio fuori ordinanza.
Era preceduto da un nastro del­l’-Ave Maria cantata da un operatore dotato di ambi­zioni artistiche. Ma il campo era esclusivamente per ebrei. E, di domenica, c’era la funzione religio­sa, nel corso della quale, in linea con il tentativo da parte degli ebrei di intuire il contenuto dell’Unitari­smo, il direttore del campo leggeva una poesia di Douglas MacArthur.
Il generale, per amore, aveva scritto una poesia non in onore di suo figlio minore Arthur, bensì su di lui e, per qualche motivo, la poesia aveva ottenuto una diffusione più ampia. «Dammi un figlio», reci­tava, «che cresca forte a sufficienza per sapere quando è debole e coraggioso a sufficienza per te­ner testa a se stesso nel momento della paura», ec­cetera, concludendo, dopo la fine della prescrizio­ne, con le parole, «E allora io, suo padre, potrò sus­surrare, “Non ho vissuto invano”». Ricordo di aver pensato- al tempo avevo otto anni- che era roba to­sta.
Dopo oltre cinquant’anni, mi sono nuovamente imbattuto in quella poesia nella biografia di MacAr­thur, American Caesar , scritta da William Manche­ster e mi sono reso conto, dopo averne letto le pri­me parole, di poterla recitare tutta a memoria. Im­magino, dunque, di esserne stato fortemente colpi­to. Ma, riflettendoci sopra, si tratta di una poesia non sul rapporto del generale con il figlio, bensì sul suo rapporto con Dio. È un ordine impartito a Dio dal suo superiore, il generale MacArthur. Forse, se il generale avesse voluto un figlio del genere (e so­no certo che lo volesse), avrebbe potuto metterci del suo, chiedendo a Dio un consiglio e non una consegna rapida.

Molto più tardi, ho scoperto Se di Kipling, non la lettera di un uomo a Dio, bensì di un uomo al figlio. In quanto americano, mi è stata risparmiata la sua rovina da parte di quel­la che, per gli inglesi, è la sua indecente onnipresen­za, considerato il posto da essa occupato nella co­scienza letteraria britannica, al pari di quello dete­nuto da Il Grande Gatsby e Moby Dick , ma non, sfor­tunatamente, da Stopping By Woods on a Snowy Evening . Ho trovato meravigliose le parole di Ki­pling, un’esortazione al figlio a essere forte e corag­gioso, prudente e riguardoso. Si tratta di consigli che do a mio figlio e la mia grande speranza che sia­no recepiti è sfumata dalla mia coscienza delle mie manchevolezze.
Al pari di quel discorso di Polonio, è l’appello di qualsiasi padre che veda il proprio figlio andarsene da casa: «Perdonami, ho sbagliato tutto, non ho fat­to nulla di buono. Come modello, sono stato inade­guato e, come precettore, ipocrita. Ecco cosa rim­piango di non aver detto: il nostro tempo è quasi fi­nito e io ho fatto pesare su di te la mia arroganza e i miei modi logorroici e invadenti, mentre tu con me sei stato pazientissimo. Però, forse, mi ascolterai per l’ultima volta,nella speranza che queste parole possano esserti d’aiuto».

Reprinted by arrangement with Sentinel, a member of Penguin Group (USA) Inc. From THE SECRET KNOWLEDGE by David Mamet.