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 2011  agosto 15 Lunedì calendario

FEDERALISMO FISCALE, IN UN ANNO SI AFFOSSA IL SOGNO LEGHISTA

C’ era una volta il federalismo fiscale, l’approdo quasi esoterico della Seconda Repubblica. Accarezzato ovviamente dalla Lega che ne fa da vent’anni la specialità della casa, ma anche dai campioni del centrodestra nordista (Formigoni e Galan), in gara perenne per apparire più autonomisti dei cugini rivali del Carroccio. E poi l’opposizione di centrosinistra, che nel 2001 vara la riforma del titolo V della Costituzione, fino a prendere così sul serio la sfida federalista che per non perdere il treno con gli elettori padani, quando il provvedimento arriva in Parlamento,si astiene. Tutti federalisti (immaginari) insomma, sull’onda di una Questione settentrionale e di un affanno dei territori produttivi che non conosce sosta. A fine giugno 2010, ad un anno dall’approvazione della Legge delega sul federalismo fiscale (42/2009), il ministro Tremonti, nella relazione solenne alle Camere, parla nientemeno che della necessità storica di «raddrizzare l’albero storto della finanza italiana». Il centralismo, «eliminando le entrate proprie, ha deresponsabilizzato i territori e trasformato gli enti locali in mendicanti di trasferimenti».

Ecco. Di quell’ambizione costituente, dopo l’ultima manovra del governo, resta quasi nulla. Formigoni l’altro giorno ha sbraitato, dati alla mano, che il federalismo fiscale voluto dal «suo» governo è morto, litigando con il collega di coalizione Calderoli.

Ma cosa prevede esattamente la legge 42/2009? All’articolo 2 stabilisce che il meccanismo per l’attivazione del federalismo fiscale consiste nella trasformazione delle risorse annualmente trasferite dallo Stato alle Regioni in una compartecipazione ai tributi con parallela diminuzione delle quote statali. Un principio regolarmente applicato dal decreto legislativo 68/2011 che, da maggio, disciplina i trasferimenti dallo Stato alle Regioni a statuto ordinario (che a loro volta ne girano in quota parte a Comuni e Province). E quanti sono questi trasferimenti? Nel 2009, al momento dell’approvazione della delega, ammontano a quasi 6 miliardi di euro, in parte fissati dalla Legge Bassanini del 1997 per finanziare il trasporto pubblico locale, gli incentivi alle imprese, la viabilità, l’ambiente, le operepubbliche e il mercato del lavoro, in parte per altre poste di bilancio trasferite alle Regioni negli anni successivi: tra queste le politiche sociali e per la famiglia, l’edilizia residenziale agevolata, quella sanitaria e il fondo non autosufficienze.

Tutto bene, non fosse che la manovra 2010 prosciuga questi trasferimenti, lasciando sul piatto 1,1 miliardi per il 2011, una cifra uguale per il 2012 e appena 300 milioni per il 2013. A cui vanno sommati gli ulteriori tagli della doppia manovra 2011 (luglio e agosto) a valere sul prossimo triennio. Ossia altri 6 miliardi (3,6 alle Regioni, 1,7 ai Comuni e 700 milioni alle Province) nel 2012; addirittura 6,4 miliardi (3,6 alle Regioni, 2 ai Comuni e 800 milioni alle Province) nel 2013, e lo stesso nel 2014.

La sostanza, quindi, è che dopo 3 manovre pesantissime in 13 mesi non ci sono più trasferimenti statali trasformabili in compartecipazioni e tributi locali, cioè l’essenza del federalismo. Di cui viene meno il principio: lasciare sul territorio una parte delle risorse prodotte, superando il monopolio della finanza derivata. Per questo l’anticipo in manovra al 2012 della «madre di tutte le riforme» suona come il suo funerale. «Il federalismo è anticipato ma rimane centralista», spiegano gli esperti del Sole 24Ore. «Le entrate che arrivavano dallo Stato, e che nel sistema centralista si chiamavano trasferimenti, ora sono definite compartecipazioni. Le novità, però, finiscono nei nomi, perché quando si tratta di tagliare, sempre da lì si prende…».

Se poi gli enti locali hanno bisogno di risorse, che aumentino le addizionali. Questo produrrà dal 1˚ gennaio 2012 l’effetto tenaglia «nuovi tagli-anticipo del federalismo». E’ un film già visto. Da quando in primavera il decreto attuativo sul fisco municipale ha permesso l’aumento dello 0,2% dell’addizionale Irpef e quello sul fisco regionale e provinciale l’innalzamento dell’Rc auto del 3,5%, è scattata la corsa: 200 comuni e 30 province, senza più soldi in cassa, hanno dovuto alzare le aliquote per oltre 10 milioni di italiani…

Per molti osservatori il de profundis era nell’aria. Gli stessi sindaci leghisti, per un tratto, hanno trangugiato qualsiasi taglio nella convinzione che con l’arrivo del Godot federalista tutto si sarebbe magicamente aggiustato. Ma poi hanno capito il gioco degli equivoci. Già l’estate scorsa il governo conferma che «i trasferimenti che il federalismo fiscalizzerà in tributi locali saranno al netto dei tagli in finanziaria». In sostanza Roma non reintegra il tesoretto da trasformare in autonomia impositiva. Molti governatori protestano: in questo modo la grande riforma rischia di morire in culla e allora tanto vale «restituire le deleghe». Anche i borgomastri maroniani Tosi (Verona) e Fontana (Varese) si fanno sospettosi. Parlano sempre più spesso di federalismo annacquato, che non diminuisce l’imposizione complessiva ma costringerà ad aggiungere nuovi balzelli locali, dall’Imu (la nuova imposta municipale che entrerà in vigore nel 2014), alle addizionali, alla tassa di soggiorno. Un anno dopo, tra tagli e disillusioni, la loro rabbia è su tutti i giornali. Insieme alla fine, probabile, del sogno federalista…