Francesco Grignetti, La Stampa 15/8/2011, 15 agosto 2011
TASSE ALL’ITALIANA: QUANDO DA TEMPORANEE DIVENTANO ETERNE
Dato che in Italia nulla è più stabile del provvisorio, c’è una lunga e poco gloriosa storia di balzelli che sono nati per tamponare esigenze straordinarie e stanno ancora lì. L’elenco delle accise (un elegante modo per non dire tasse) sulla benzina è un esempio illuminante. Si cominciò con una imposta straordinaria e «temporanea» imposta da Benito Mussolini per finanziare la guerra di Etiopia: 1,90 lire su ogni litro di carburante. Si pagano tuttora. Le accise straordinarie e «temporanee» sono ben dodici: si va dal contributo Suez (1956) al pro Vajont (1963), e poi alluvione di Firenze (1966), Belice (1968), Friuli (1976), Irpinia (1980), Libano (1983), Bosnia (1996), contratto degli autoferrotranvieri (2004). Le ultime due sono recentissime e legate alla crisi dello spettacolo e alla guerra in Libia.
Per raccontare solo l’ultima nata, il 28 giugno 2011 l’Agenzia delle Dogane ha stabilito che, «per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011» le imposte sulla produzione siano portate ad euro 0,6132/litro per quanto riguarda la benzina ed euro 0,4722 per quanto riguarda il diesel, «a partire dall’1 luglio 2011 fino al 31 dicembre 2011». Ma c’è qualcuno che crede seriamente che il 31 dicembre si tornerà indietro? «Ogni volta che le ragioni che avevano portato all’introduzione di una nuova tassa si sono “estinte”, l’aumento s’è trasformato in una entrata ordinaria», ricorda amaramente Primo Mastrantoni, segretario dell’associazione di consumatori Aduc.
Così è andata anche per un’altra famosissima tassa «straordinaria», quella sugli immobili. Un colpo basso che risale al 1992: si era nel pieno di un’altra crisi finanziaria dello Stato e il governo Amato varò la famigerata patrimoniale che prelevava il 6 per mille dai depositi bancari e postali. Con l’occasione fu introdotta una nuova tassa anche sulla casa, pari al 2 per mille delle rendite catastali. Il ministro delle Finanze Giovanni Goria, per indorare la pillola, la chiamò Isi, ovvero Imposta straordinaria sugli immobili. Già, davvero straordinaria. Nemmeno qualche mese dopo l’ineffabile Goria annunciava: «Bisogna consolidare il gettito delle entrate straordinarie». E appunto per «consolidarla», la nuova tassa, che da straordinaria diveniva ordinaria, gli cambiarono nome. Fu chiamata Ici, Imposta comunale sugli immobili. La paghiamo ancora oggi.
Sempre lo stesso Goria dieci anni prima si era inventato la Tassa sulla salute, ovvero un contributo che nacque come «straordinario» (e dagli!). A scorrere i ritagli dei giornali del 1983 sembra di rivedere il film di questi giorni: maggioranze sull’orlo della crisi di nervi, ministri indisposti, fronde parlamentari, vertici tra partiti. C’erano i liberali, in particolare, che ogni tanto s’impuntavano. La tassa rimase in vita finché nel 1998 non arrivò l’Irap, Imposta regionale sulle attività produttive, che l’assorbì assieme ad altri balzelli.
«Ai cittadini che non credono alla durata triennale del contributo di solidarietà - riconosce Osvaldo Napoli, vicepresidente del Pdl alla Camera - il governo deve proporre il versamento in due o tre tranches e chiudere la pratica. E’ il modo migliore per fugare il sospetto, per non dire la certezza, che quel prelievo possa continuare “provvisoriamente” per sempre».