Alberto Arbasino, la Repubblica 15/8/2011, 15 agosto 2011
DIVINO GIACOMETTI
Lo squisito Museo dei Grigioni a Coira (Chur, sede vescovile illustre) espone molti dipinti dei Giacometti. Soprattutto di Giovanni e Augusto: paesaggi e ritratti dolorosi, fiori dai colori violenti, montagne e vallate con nevicate e slitte. Parecchi vaghi ruscelli. Progetti di vetrate per chiese. E nelle sale attigue, volentieri Angelika Kauffmann, e pregevoli artisti alpigiani quali F. Hodler ed E. L. Kirchner. E naturalmente Segantini.
Ma nel padiglione vicino, una quantità di foto di Alberto Giacometti, soprattutto con la moglie Annette, negli atelier di Parigi e di Stampa, può suscitare un flusso di memorie. Nella sala video, infatti, ecco una bella intervista di Giorgio Soavi, giovanile ed allegro. E accanto alle foto storiche di Cartier-Bresson e Man Ray, ecco il fondamentale gallerista Pierre Matisse, a New York, ma non a quattro zampe come lo si vide, per festeggiare un piccolo bulldog dalle cui scrollate di coda procedevano ingenti acquisti di un padrone miliardario, ai bei tempi della voga di Tribeca. Ed ecco le foto di Cecil Beaton, che riprendeva lo studio caotico dall´alto.
Ecco poi Alexander Liberman, nei primi anni Cinquanta. Direttore di "Vogue" e Conde-Nast (e quindi responsabile della cacciata di Diana Vreeland, quando l´alta moda cedette le armi alla moda pronta), lo si vedeva a fior di pranzi romani, con la moglie, tradizionale gran dama russa. La si udì esclamare, a un tratto: «... E lo posso ben dire io, quale ultima fidanzata di Majakovskij!». Nello sbigottimento, mi venne spontaneo dirle: «Per fortuna abbiamo ancora un grande specialista, il professor Ripellino». «Chiamatelo immediatamente al telefono!», intimò indicandomi la stanza da letto della padrona di casa, sempre più atterrita. Ubbidii, e udimmo dalle porte aperte uno scatenamento telefonico di «pajarska» e «spassibo». So che si videro il giorno dopo al Grand Hotel, e tutti furono felici. A partire dai padroni di casa: «quella famosa sera che a pranzo da noi...».
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A Stampa, giù nella Val Bregaglia, ai piedi del Maloja e presso la frontiera italiana, sulla strada, la grande casa familiare dei Giacometti non sembra affascinante come in fotografia. L´interno tipo vecchia baita, accanto a un museo che ospita i parecchi Giacometti oltre ad Alberto, indubbiamente corrisponde agli antichi ideali per cui la montagna dev´essere rustica, contrariamente alle sdolcinatezze del mare. Anche a Parigi, tuttavia, sembra riprodursi la baita, sotto gli occhietti ridenti e furbetti di Annette. Mentre a Stampa una quasi omonima mamma Annetta presiede novantenne una tavolata di famiglia rurale e dabbene, nel 1961. Lungi da galleristi illustri quali Beyeler e Maeght.
Ma quanto virtuosismo automatico, nei grovigli e garbugli ossessionali e sferoidali di Alberto Giacometti; sopra scritti e immagini di Sartre, Picasso, Mascolo, Kahnweiler, pagine del Monde o delle Lettres Françaises... Qui, Robert Doisneau lo riprende a tavolini di caffè poveri, fra caratteristici portaceneri con réclame di aperitivi. Così ricordo bene Guttuso, affetto dalla medesima smania tattile e grafica, e attentissimo nel distruggere ai ristoranti ogni suo schizzo malamente utilizzabile. In caso di regalo, firmava e datava.
...Ma per Giacometti, sempre abiti vecchi e paltoncini smandrappati, anche da giovane... «Vecchia zimarra» si usava una volta. Ma adesso, in qualunque festival operistico di pretesa, le vecchie zimarre costosissime sembravano diventate un noioso "must". Un valore in più.
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Segantini ovviamente colpisce ancora i turisti soprattutto nel suo museo tra Sankt Moritz e il Suvretta. Ora vi si ritrova anche (dagli Stati Uniti) una imponente «Primavera sulle Alpi» che corrisponde appieno alla cifra del successo: una valligiana con due cavalli in contesto assai rustico e agreste. Fierissimo.
La sua «Mamma cattiva» impigliata nelle sgrinfie dei rami secchi su un nevaio spietato, se ne sta a Vienna. Qui, nella spettacolare trilogia segantiniana buonista e vastissima della «Vita» fra una nascita e un funerale, nuvoloni solidi come lumaconi di sasso incombono davanti alle mirabili albe divisioniste. E il lieto evento iniziale si presenta sotto un cielo assai coperto.
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Ancora sotto il Maloja, visse e lavorò a Bondo l´eccellente pittore Varlin, che da noi veniva pochissimo conosciuto malgrado i tanti sforzi critici di Gianni Testori. Mentre invece a Zurigo - ove dopo l´Opera è di prammatica cenare alla Kronenhalle, in devote file - il ritratto della defunta padrona è da sempre una sua meraviglia. Forse Varlin ritrasse anche il figlio, imprenditore di tessuti artistici volentieri griffati da eleganti italiani...
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E ora, a Soglio. Luogo mitico tuttora stupendo, invisibile dallo stradone e praticabile mediante una carrozzabile non estrema però piena di curve e tornanti. Con la solita domanda: come facevano, con carri e carrozze a cavalli, nei secoli andati?
Infatti, là in cima, l´illustre famiglia Salis ha edificato un immenso palazzo, in parte (da tempo) adibito a locanda; con memoriali della casata. E vasti dubbi sulla locazione: giacché trovasi davanti a un paesaggio davvero mozzafiato. Ma risulta immerso fra le casette borghigiane soprattutto ai piani cosiddetti nobili.
Qui soggiornò Rilke, ospite di un conte von Salis, un po´ come spesso visse - quale "ospite" - in ville e castelli di aristocratici generosi. Ma quando venne qui con gli adolescenti Pierre Klossowski e Balthus, rampolli della sua affettuosa e scioperata amica Baladine? Nel primo dopoguerra, dopo aver dedicato all´amica Hertha Koenig (nel cui appartamento passò la Grande Guerra a Monaco) la quinta elegia di Duino (castello della principessa Turn und Taxis) circa «I saltimbanchi» di Picasso allora nella stanza da letto? (Torna in mente Mimise Guttuso, che dai Giovanelli veneziani dormiva sotto un Giorgione...).
Ma allora, come mai gli esperti non ritrovano qualche notizia su eventuali visite di Rilke con Balthus e Pierre ai vicinissimi Segantini e Giacometti?