Chiaria Maffioletti, Corriere della Sera 15/8/2011, 15 agosto 2011
IL TALENTO DIMENTICATO DELL’ALTRA MARILYN. «GRANDE VOCE JAZZ»
«Ho un debole per i suonatori di sassofono, specialmente i sax tenori. Non so che cosa sia ma mi fanno impazzire. Non hanno che da suonare otto battute di "Mia malinconica bambina" e la mia spina dorsale si affloscia mi viene la pelle d’oca e gli casco tra le braccia». Sussurrando questo suo segreto Marilyn Monroe stordiva definitivamente il povero Tony Curtis — sassofonista sciaguratamente travestito da donna in quella scena di A qualcuno piace caldo — e i milioni di spettatori che ancora una volta, anche in quel film, riducevano la voce della diva a inebriante sottofondo di quel capolavoro di sensualità che era il suo corpo.
Eppure la voce di Marilyn non era meno unica di tutto il resto. Non è un caso se tutti, più che negli occhi, abbiamo ben presente nelle orecchie le interpretazioni della divina di brani come «I Wanna Be Loved by You», «Bye Bye, Baby», «Kiss» o «Diamonds Are a Girl’s Best Friends». C’è da credere che ne sarebbe felice. Lei che pur avendo dedicato la metà della sua breve vita a studiare canto, ripeteva: «Non sarò soddisfatta finché le persone vorranno sentirmi cantare senza guardarmi». Per poi affrettarsi ad aggiungere: «Ma non significa che vorrei smettessero del tutto di guardarmi», con la malizia che l’ha resa un’inimitabile icona sexy ma che ha un po’ appannato la sua immagine di cantante. Un’immagine che ora, a quasi 50 anni dalla morte (era il 5 agosto del 1962), si sta rivalutando. Gary Giddins, critico jazz americano, ha confermato all’International Herald Tribune: «Marilyn aveva lo stesso problema di Fred Astaire: erano entrambi meravigliosi cantanti, eppure non penseresti mai a loro come cantanti».
Harry Allen è un sax tenore e lo è diventato dopo aver visto quella scena di A qualcuno piace caldo: «Ero un adolescente: è stato come se Marilyn parlasse a me». Il musicista sta girando l’America con una tournée sulle canzoni dell’attrice, «A qualcuno piace caldo - La musica di Marilyn Monroe». «Ho un disco di Marilyn. Era musica su misura per lei ma il suo modo di interpretarla, ironico e sensuale, l’ha resa unica», conferma il batterista jazz Roberto Gatto. «Aveva una predisposizione per il canto e un talento straordinario per l’arte in genere. Lei come altri grandi era abituata a fare bene tutto. Fred Astaire, ad esempio, era anche un bravissimo batterista. Marilyn era un’artista fuori discussione, e anche la sua voce».
D’accordo il trombettista Fabrizio Bosso: «Era intonata, suadente, e con un timbro che si distingue tra mille. La sua intelligenza è stata inventare uno stile suo. Non so se avrebbe avuto successo se non fosse stata così bella. Di certo la sua voce ancora oggi si riconosce subito». Nella sua carriera, Marilyn cantò in dieci pellicole, da Orchidea bionda del 1948, fino all’ultimo Facciamo l’amore, 1960, e incise tre album con le colonne sonore dei suoi film. Ma la sua vita si intrecciò con la musica anche in modi più insospettabili.
Nel 1953, l’attrice stava preparando Gli uomini preferiscono le bionde, quando il suo insegnante di canto, Hal Schaefer, le disse che per migliorare doveva ascoltare e riascoltare la miglior cantante jazz in assoluto, che all’epoca era una massiccia signora, ancora lontana dall’essere il mito che sarebbe diventata, i cui concerti nei locali in cui si esibiva erano sempre un successo. Lei era Ella Fitzgerald e Marilyn, semplicemente, se ne innamorò. Diventò subito una sua fan, poi una sua amica. E come tutte le persone travolte dall’affetto della diva, anche Fitzgerald non fu più la stessa. «Ho un debito con Marilyn Monroe — confessò —. Grazie a lei cantai al Mocambo, popolarissimo nightclub della Hollywood anni ’50. Chiamò lei il proprietario, che fino ad allora vietava le esibizioni dei cantanti di colore, dicendogli che se mi avesse ingaggiata sarebbe stata presente a ogni mio concerto. Mantenne la promessa. A ogni mia esibizione era lì. E i giornalisti affollavano il locale».
Generosa, passionale ma irrimediabilmente emotiva, come si intuisce ripensando ai trenta secondi della sua performance più indimenticata eppure più distante dalla sua crescita come cantante, al Madison Square Garden, nel 1962. Apparve bellissima, in un abito color carne che brillava nel buio della sala stracolma ma che poteva anche essere vuota perché infondo c’erano solo due persone, Marilyn e John F. Kennedy. E quando lei sussurrò quell’«Happy Birthday Mr. President» che da allora chiunque tentò di imitare, flirtando con il microfono come nella parodia di se stessa, probabilmente fu in quel momento che la diva decise che più che essere considerata una brava cantante voleva essere ammirata. E poco importa se per intonare quelle sedici battute, che furono poi anche la sua ultima interpretazione, aveva provato più di otto ore.