Goffredo Buccini, Corriere della Sera 15/8/2011, 15 agosto 2011
ANNA, LA CRONISTA UCCISA E QUEI SOSPETTI SCONTATI SULLA SUA COLLEGA RIVALE
Quattro mesi prima c’era stato il terremoto. Il Mattino l’aveva raccontato con titoli memorabili («FATE PRESTO»). Mai era stato così radicato nel cuore dei napoletani, mai i suoi cronisti così vicini allo status di autorità cittadine («e’ ggiurnalist r’o Matine...»), quando ammazzarono Anna e, in capo a tre mesi, arrestarono Elena.
Anna Parlato Grimaldi era bella e sfrontata, miliardaria e inappagata, un’arcifemmina che si mangiava il mondo a morsi. Avendo avuto tutto, aveva deciso di concedersi anche l’avventura giornalistica: imparentata con armatori, si faceva inviare dal giornale a Castellammare a raccontare le lotte operaie dei cantieri. Elena Massa era minuta e timida, non più giovanissima, occhialuta e capatosta: s’era faticata la vita e la professione, le era toccato persino di fare lo sciopero della fame per strappare l’assunzione in quel mondo di semidei ma poi l’avevano spedita alla redazione di Salerno, che lei viveva come un esilio. In mezzo a questi due stereotipi di donna, c’era ovviamente un uomo potente.
Quando le spararono 5 colpi di Browning 6.35 sul cancello della sua villa di Posillipo, la sera del 31 marzo 1981, Anna era da mesi l’amante di Ciro Paglia, il capocronista del Mattino. Quando l’arrestarono il 27 giugno con l’accusa di avere assassinato Anna, Elena era stata per dieci anni la convivente di Ciro, per un anno sua moglie, e, nonostante fossero già separati, era nella vulgata redazionale la poveretta tradita, da guardare con compassione. «Avessi dovuto ammazzare per gelosia, mi toccava fare una strage a Napoli», disse, con cupa e deliziosa ironia. Non le credettero, non aveva un alibi plausibile e, peggio, possedeva una 6.35 (che però era scomparsa sei mesi prima) e aveva sparato al poligono la mattina del delitto (inutile dunque il guanto di paraffina...): si fece cento giorni di galera; poi, non fidandosi più fino al processo, due anni di latitanza.
La città impazzì. Non importava un accidente che ci fossero trecento morti di camorra per strada («si sparano tra loro, meglio così», era il pensiero corrente in quel 1981), importava quella morta, quella storia di sesso e quartieri bene, quell’occhio nel buco della serratura del giornale. «I colleghi inviati scrivevano alcova al posto di letto, parevamo tutti un fogliettone dell’Ottocento: essa, Elena, o’ sciupafemmene, io, e a’ malafemmena, la povera Anna», dice adesso Ciro Paglia. Allora disse qualcosa che Elena a lungo non gli perdonò: fu lui a raccontare al pm Martusciello che la moglie aveva una 6.35 (gliel’aveva regalata lui stesso). Martusciello e il suo capo Cetrangolo non amavano Paglia e il suo giornale che spesso lanciava accuse pesanti sulla sottovalutazione della guerra di camorra: «La magistratura faccia la magistratura». E la camorra, come vedremo, in questa storia c’entra molto. Erano camorristi quelli che, il 2 dicembre ’80, avevano sequestrato Luca Grimaldi, nipote di Anna, e chiesto la bellezza di venti miliardi di riscatto alla famiglia. Anna s’era messa in testa di mediare tramite le sue mille conoscenze, e però aveva paura, due giorni prima di morire aveva cercato di assumere una coppia di giardinieri che le facessero anche da vigilantes. Di chi aveva paura?
Per la procura, di una sola persona: Elena Massa. Non si considerò la pista della camorra, che pure Ciro Paglia aveva indicato quando ormai s’era trasformato nel più accanito difensore dell’ex moglie. E nemmeno l’ipotesi che una donna spregiudicata come Anna potesse avere legioni di nemici in città e provincia. Elena era una colpevole perfetta. Aveva un doppio movente, dissero, sentimentale e anche professionale: l’incontenibile Anna aveva cominciato a firmare persino pezzi assieme al suo ex marito. Aveva insultato e minacciato la rivale, anche se i giornalisti del Mattino le stesero attorno una specie di cordone sanitario intessuto di affetto e (forse) di qualche reticenza. Era così gelosa di Ciro che, anni prima, gli s’era nascosta nel bagagliaio della macchina per coglierlo con una delle sue molte fiamme passeggere.
Tuttavia, non era un’assassina. E, dopo un calvario che le apparve interminabile, fu assolta il 22 dicembre 1984 in primo grado: «Ma per me non finirà mai», profetizzò. In qualche misura, ebbe ragione. Le assoluzioni successive, fino alla Cassazione, le lasciarono addosso l’ombra amara dell’insufficienza di prove. Qualcosa cambiò infine nel 1997, quando i pentiti di camorra (e tra loro Loigino Giuliano, O’ rre di Forcella) raccontarono che un killer dei clan aveva sparato ad Anna: «Volevano spaventare la famiglia che non pagava abbastanza per liberare Luca Grimaldi, la signora doveva essere solo ferita, fu un errore». Molti si chiesero come mai un killer avesse scelto una 6.35, arma femminile e imprecisa. «Proprio perché non volevano ucciderla», hanno sempre risposto i molti che a questa storia credono. S’indagò su qualche vecchio guaglione di mano, ma l’assassino di Anna non s’è mai trovato. Elena oggi è una pensionata che vive in provincia di Caserta e tiene per sé rimpianti e amarezze: «È una storia che ho rimosso. La pista della camorra? Non penso niente, era un mondo così lontano dal mio». Ciro non ha mollato il giornalismo («la mia vita»), continua a scrivere tra l’Umbria e la Corsica. Ha una nuova moglie, una nuova famiglia. Con Elena i rapporti sono buoni. Si sono visti da poco, alla comunione di uno dei nipotini, figli del loro figliolo Fausto. Di Anna e di quei giorni non parlano mai.