Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 15/8/2011, 15 agosto 2011
«L’EUROPA SI SBAGLIA SUL DEBITO PUBBLICO»
Da vent’anni, il giurista Giuseppe Guarino, già collaboratore di Guido Carli in Banca d’Italia e ministro delle Finanze e poi dell’Industria verso la fine della Prima Repubblica, ha un chiodo fisso: come allentare il cappio del debito pubblico. A quasi 89 anni, ha appena scritto un saggio sull’Europa imperfetta: 60 pagine per argomentare il dubbio che Bruxelles sbagli, e l’Italia con questa manovra segua a ruota.
Professore, il governo si muove e lei scuote la testa.
«Queste misure fiaccano consumi già modesti, congelano lo sviluppo. L’Italia non può crescere solo con le esportazioni, una frazione di quella frazione del Pil che è l’industria. Parliamo di crescita e facciamo il contrario. Da anni».
Perché?
«Nel ventennio seguito al Trattato di Maastricht, l’Europa ha trascurato i rischi impliciti nel debito pubblico quando supera certe soglie. Non ne ha capito la sua legge ferrea».
Ma tutti sanno che, con il debito pubblico oltre il 90% del Pil, la crescita stenta.
«Questo è l’errore: l’approccio indistinto. Ho ripensato all’Italia degli anni 80. Allora il debito pubblico cresceva, ma era in mano agli italiani che reimpiegavano in patria gli interessi ricevuti. E anche l’economia cresceva. Oggi metà del debito pubblico è in mani estere. Questo è il punto. Se il costo di questa quota del debito in relazione al Pil è inferiore al tasso di crescita del medesimo, tutto bene. Se è pari, avremo una situazione stazionaria, ma con una fuoriuscita di capitali costante. Se infine la dinamica del costo del debito pubblico detenuto all’estero è superiore alla crescita dell’economia, avremo una fuoriuscita di capitali crescente che, cumulandosi, aumenterà il debito. Purtroppo l’Italia si trova nella terza condizione. Il servizio del debito pubblico incide per il 4,8% sul Pil, la quota estera è più o meno la metà, la crescita 1992-2005 è pari all’1,3%, mezzo punto in meno dell’Eurozona. Al ministro Tremonti, ma anche al Governatore Draghi e al premier Berlusconi, chiederei di dirci se, con queste manovre, si ribalta la situazione e chi paga in caso di errore».
La crescita del debito pubblico, ancorché domestico, può generare inflazione.
«L’inflazione ha tante cause: per esempio, la scala mobile. Negli anni 80 era andata calando nonostante la crescita dell’economia e del debito».
Ma ci fu l’emergenza del 1992.
«Frutto di tragici errori come l’annuncio che lo Stato avrebbe rimborsato a metà i debiti dell’Efim».
Alla quota estera di debito pubblico corrispondono attività finanziarie estere detenute da italiani.
«Che nel tempo hanno dato redditi inferiori e variabili. Senza contare che quei redditi vengono spesso reinvestiti all’estero».
La libera circolazione dei capitali fu dunque un errore?
«Italia, Francia e Germania si sono sviluppate per oltre 30 anni grazie al Trattato di Roma, che non liberalizza i mercati finanziari ma stabilisce la concorrenza tra i produttori di merci nel mercato comunitario. L’aggettivo conta. Si dice comunitario perché lascia agli Stati le decisioni senza effetti transfrontalieri. L’Italia della Cee è la stessa delle Partecipazioni statali. Con il Trattato di Maastricht il mercato comunitario diventa unico e interno, salta la libertà d’iniziativa dei governi in patria e si sdoganano i flussi dei capitali dentro il mercato unico e tra questo e il resto del mondo. Di per sé non sarebbe un errore, ma lo diventa se chi liberalizza si lega le mani con schemi fissi in un mondo nel quale tutti gli altri — dagli Usa alla Cina — si tengono le mani libere».
Il suo bilancio di Maastricht non pare positivo.
«In questi vent’anni il rapporto debito-Pil è peggiorato ovunque; in Italia meno che altrove, perché già partiva da livelli record e si è giovato di imponenti privatizzazioni, 191 miliardi di euro a valori 2005. A un tale esito hanno contribuito l’insistenza dell’Europa sul deficit annuale, benché dalle congiunture negative si possa presto rientrare, e la disattenzione sul debito che, come abbiamo visto, è diventato un problema quasi insolubile».
Ma il debito si può ridurre con la crescita, avendo più entrate fiscali e meno spesa pubblica.
«Leggo con grande dolore programmi non realistici. Miriamo al pareggio dei conti pubblici, indicato dal regolamento 1466 del 1997 in violazione dei Trattati che consentono deficit fino al 3%, incuranti dei rischi recessivi».
Servirebbe un prelievo cospicuo una tantum sulla ricchezza finanziaria e immobiliare?
«Una patrimoniale avrebbe anch’essa effetti depressivi. Alziamo invece lo sguardo e completiamo Maastricht. Riscoprendo la vocazione europeista, l’Italia cerchi di convincere la Germania all’ultimo passo: promuovere l’Europa Federale delle Regioni, smantellando le pletoriche burocrazie comunitarie e i governi nazionali. Dovremmo riconoscere volentieri al personale politico del Paese più forte e virtuoso, la Germania, il primato nel governo comune. Nel secolo XIX, non esitammo a lasciare la guida dello Stato unitario ai piemontesi divenuti italiani. Lo stesso fecero i tedeschi con i prussiani. Dopo il primo giro, e magari dopo un secondo giro di francesi, toccherà ad altri. Il governo federale non avrebbe più l’obbligo del pareggio di bilancio che ha oggi l’Unione, organismo burocratico e interstatale. L’Europa userebbe allora la moneta e la politica economica con la stessa libertà degli Usa ma con una flessibilità maggiore. L’Unione infatti partirebbe senza debito e quello consolidato degli Stati sarebbe inferiore al debito americano».
Addio al deficit non superiore al 3% del Pil e al debito non oltre il 60%?
«Sono i vincoli che ci rendono prevedibili e ingessati esponendo la moneta unica alla speculazione. La Germania li aveva imposti vent’anni fa illudendosi di far sopravvivere il marco nell’euro per via amministrativa. Ma il marco aveva alle spalle un governo e una società coesa, l’euro no. Per questo l’attacco ai debiti sovrani e alla moneta unica si respinge solo dando all’Eurozona un governo democratico e unico, capace di agire».
Un programma più ambizioso della manovra.
«È l’unica soluzione. D’altra parte, le autorità europee e il ministro dell’Economia non potranno sottrarsi al dovere di comunicare la loro previsione, ancora mancante, del rapporto debito-Pil a fine 2013, spiegandola e assumendosene la responsabilità. È questo il dato cruciale per valutare la manovra».
Ma lei che cosa prevede?
«Per la legge ferrea del debito pubblico, il bilancio 2013 andrà anche in pareggio, ma il rapporto debito-Pil resterà al 120%, molto probabilmente superiore».
Massimo Mucchetti