Maria Pia Fusco, la Repubblica 14/8/2011, 14 agosto 2011
GIANNI DI GREGORIO, REGISTA OPERAIO
La sua fortuna è stata che nessun produttore e nessun regista volevano fare un film in cui la più giovane delle protagoniste doveva avere 84 anni e le altre dai novanta in su. «Ci provavo a vendere la sceneggiatura, la caldeggiavo con tutte le mie forze, chiedevo duemila, tremila euro, datemi quello che vi pare. Macché. Allora ho deciso. Nessuno vuole fare il film? Lo faccio io». Così nel 2008, a quasi sessant´anni, Gianni Di Gregorio esordisce felicemente come regista e attore con Pranzo di Ferragosto. È subito un caso, un successo e non solo in Italia, qualcosa di sconvolgente per uno che raramente era uscito da Trastevere, il quartiere romano dove è nato nel 1949.
Se dividesse la sua vita in capitoli, questo sarebbe l´inizio del terzo, il più imprevisto. «Già mi stupiva la popolarità che avevo raggiunto a Roma, ma quando a Berlino, Parigi o Londra qualcuno mi riconosceva per strada ho avuto attimi di vero panico, oddio che sta succedendo, mi sono messo quasi paura. E quando proiettarono il film a New York, al Moma, l´idea che il mio lavoro fosse a pochi passi da Picasso e da altri grandi dell´arte mi faceva sentire un extraterrestre caduto in un mondo meraviglioso». Gianni Di Gregorio nella vita è esattamente come nei suoi film. Simpatico, gentile, disponibile, lo sguardo diretto, la timidezza sfumata nella tendenza a ridere soprattutto di se stesso, un´incredibile capacità di stupirsi, sottolinea il racconto della sua vita con costante ironia. Soprattutto quando ricorda il primo periodo. «Una noia mortale. Il periodo dell´infanzia e dell´adolescenza è stato difficile. Ho avuto un´educazione formale, mio padre era uno di quegli uomini con la mentalità dell´Ottocento, mi comprava tanti libri. Figlio unico, me ne stavo lì a leggere, solo. La mia tendenza a ridere, lo sviluppo del lato comico è nato lì, per difendermi dalla solitudine, da ´sta casa tenebrosa, con la carta da parati, i tappeti, le tende pesanti».
Roma negli anni Cinquanta era ancora una città sicura, un bambino di sei, sette anni poteva passeggiare tranquillamente con i compagni di scuola e Gianni, che veniva dalla parte alta di Trastevere, considerata più borghese, scoprì l´altra faccia del quartiere, quella popolare. «Mi piaceva sentire la gente nei bar e nelle botteghe, passavo molto tempo con loro. Fu un altro modo per uscire dalla solitudine, la scoperta di un´altra vita. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia voglia di comunicare». Sarà anche per via di Trastevere e della sua doppia anima che Di Gregorio è arrivato a una constatazione: «Io sono diviso in due. Sono in parte un intellettuale, tra virgolette, uno che lavora con la testa, ma sono anche un operaio. Ho fatto una lunga gavetta sui set come ultimo degli assistenti, facevo l´autista, portavo i caffè, spostavo gli arredi».
Più "intellettuale" forse la passione giovanile per il teatro e la scelta di iscriversi all´Accademia Alessandro Fersen, una scuola importante in quegli anni. Scelta accolta con orrore in famiglia. «Mio padre non si rassegnava. Poi ho cominciato a lavorare come aiuto in teatro e nel cinema. Erano gli anni Settanta, si faceva tanto cinema d´autore ma anche western, polizieschi, commedie. Lavoravo tantissimo, guadagnavo bene e portavo i soldi a casa, e mio padre si è un po´ pacificato».
Il cinema ha prevalso sul teatro, soprattutto quando, sul set de Il diario di un maestro di Vittorio De Seta, ha capito che un film poteva raccontare la realtà e avvicinarsi alla verità della vita. A trent´anni Gianni decide di tentare un lavoro "con il cervello". «Mi sono seduto alla scrivania e ho cominciato a scrivere sceneggiature. È il secondo capitolo della mia vita, durato anni. Ho collaborato con tanti, ho scritto di tutto, anche piccoli film. Fino al 2000, all´incontro con Matteo Garrone, importantissimo». Non è stato il regista a rivolgersi allo sceneggiatore, ma il contrario, perché dopo aver visto il cortometraggio di Garrone Terra di mezzo Di Gregorio ricorda di non aver resistito all´impulso di cercarlo. «Ho capito che il ragazzo aveva un talento particolare. Io ero già grandino, Matteo ha vent´anni meno di me, eppure gli ho chiesto di lavorare con lui e ho collaborato a tutte le sue sceneggiature ma ho anche seguito le riprese, sono tornato a respirare la polvere del set, ho riunito le due anime. Matteo è stato determinante, solo un pazzo come lui poteva convincermi a fare la regia».
Ma l´elemento che ha segnato la vita di Di Gregorio è un altro: la mamma. Sullo schermo, in Pranzo di Ferragosto e in Gianni e le donne, è impersonata da Valeria De Franciscis Bendoni, scelta senza esitazioni. «Quando l´ho conosciuta, dopo dieci minuti era come mia madre. "Visto che sei lì, prendimi quello, fammi questo favore…" Come con mia madre. Era una donna bellissima, rompicoglioni stratosferica». In Pranzo di Ferragosto la mamma, e non solo quella di Gianni, è decisamente protagonista. In Gianni e le donne la mamma ritorna, anche se il film «viene da una riflessione che avevo dentro da tempo sul fatto che, con gli anni, le donne non ti guardano più, sull´autobus diventi trasparente, devi darti fuoco per attirare l´attenzione di una bella ragazza. Non è stato facile, dopo il successo di Pranzo di Ferragosto, fare il secondo film. Mi sentivo responsabilizzato, la paura "e adesso che faccio" è durata mesi. Alla fine la riflessione sul tempo che passa mi è sembrata così naturale che ho deciso di raccontarla».
Gianni e le donne è uscito dopo che da mesi sui media si parlava di settantenni ben diversi da Gianni, uomini che non avevano nessun problema a circondarsi di giovani fanciulle, tanto che il film è sembrato quasi una provocazione. «Giuro che quando l´ho scritto il caso delle escort non era esploso. So che oggi, con i mezzi e le pillole a disposizione, tutto si può fare. Ma un uomo dovrebbe fare i conti con se stesso, con i propri limiti, pacificarsi. L´anomalia sono i settantenni in cerca di ragazze giovani, mi auguro siano pochi. La normalità dovrebbe essere quella che raccontiamo nel film. E il fatto che sia piaciuto a tanti è un buon segno, almeno c´è un´Italia che vede le donne in modo diverso, più sano». Gianni e le donne sarà anche «un atto d´amore» per le donne in genere, ma la mamma c´è ed è piuttosto ingombrante. «Credevo di averla esorcizzata, di essermi liberato di certi complessi nei suoi confronti con il primo film sulle mamme multiple. Invece, durante le riprese un mio amico, Gianni Tabet, è venuto sul set e ho visto che rideva. Gli ho chiesto perché. "Tua madre è morta quindici anni fa, ma la sua presenza riemerge di continuo. Per te non è morta". Sono rimasto malissimo, ma ha ragione lui».
E nel secondo film riemerge con la solita petulanza ma anche con sublimi momenti di perfidia, come quando comunica di aver venduto la nuda proprietà della casa sottraendola al figlio. «Ho un po´ esagerato nella finzione, ma è vero che mia madre mi ripeteva spesso "lascio tutto ai preti!". Mi terrorizzava, conoscendola sapevo che sarebbe stata capace di farlo». E dopo un silenzio: «Se cerco nella memoria trovo l´immagine di mio padre che mi prendeva per la manina ed era spesso affettuoso. Mia madre no, lei era sempre dominante. È vero, nel secondo film l´ho resa ancora più cattiva. Se tornasse in un terzo chissà che mostro ne farei!», conclude ridendo e sorseggiando vino bianco, una costante, con la sigaretta, nella vita e sullo schermo. «Magari ero portato al bere, è diventata un´abitudine nel periodo in cui accudivo mia madre, mi occupavo delle sue amiche e, avendo già la mia famiglia, non era facile, bevevo sempre di più. Oggi è il mio sostentamento».
È naturale che una presenza materna così forte abbia influenzato il suo rapporto con le donne. «Amo moltissimo le donne, ma ne sono succube. Penso che casi come il mio siano frequenti nella cultura mediterranea, soprattutto per i figli unici. Sono sposato, ho due figlie, e anche nel matrimonio sono succube, mi piace provare una sorta di devozione. Mia moglie ride, sopporta le mie crisi. È un´artista, dipinge, è stata lei a fare la scenografia dei miei due film, ha seguito le disavventure sentimentali del personaggio con divertimento, senza gelosia».
In Gianni e le donne c´è una specie di coro di commento. Sono gli avventori del bar di Trastevere, «quelli veri, più autentici di qualunque attore. Mi hanno fatto impazzire, "domani non vengo", "oggi non mi va", mi facevano i dispetti, ma li trovo fantastici. Uno di loro, quello che interpreta l´elegantone che ha la storia con la tabaccaia, è rimasto fregato. Mi chiede sempre di lei, si è innamorato: il cinema è entrato nella vita».
Preso dall´impegno di accompagnare il film nel mondo e godersi il successo, Gianni Di Gregorio rinvia il pensiero di un possibile terzo film. Ma c´è una riflessione che gli gira per la testa. «Gianni e le donne è piaciuto di più al pubblico femminile che agli uomini, forse si sono sentiti toccati sul problema dell´età. "Io non sono così", mi dicono. L´età avanza, ma c´è un lato molto bello. Per come sono fatto io, che ho due figlie, mi viene da ridere a pensare alle ragazze: se mai ci sono le signore di mezza età. Lo dico ai miei amici che idealizzano le donne giovani, cerco di spiegare che c´è un mondo che si apre proprio adesso, un´infinità di donne bellissime di cinquanta, sessant´anni, spesso sole, disponibili. Su quelle bisogna puntare, sono più vicine a noi, la comunicazione è molto più facile e piacevole. L´età non è una chiusura, è un´apertura a tanti possibili, nuovi incontri importanti». E se fosse questa la riflessione per un altro film?