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 2011  agosto 14 Domenica calendario

ALAIN DELON, IL BELLO DELLE DONNE

Sono tante, anzi, tutte. Tutte perfette, quasi astratte: da concorso di bellezza, un seriale One Miss Show, bellezze in gara con lui. Ma, stringi stringi, passandolo al setaccio psicoanalitico, il granserraglio d´una vita d´amori si riduce a due. Due donne chiave: la madre e la figlia.
A loro volta risucchiate in uno, uomo: il "figliopadre" Alain Delon. Il figlio assurto a star per «dar soddisfazione» alla madre, dalle sopite aspirazioni d´attrice, ansiosa di vederlo trionfare sul grande schermo, e il padre che ha trovato in Anouchka, da lui avuta a cinquantacinque anni, la staffetta ideale, il Delon 2 di domani.
Les femmes de ma vie (Le donne della mia vita), prima autobiografia ufficiale, uscita in Francia da Didier Carpentier non rivela nulla di nuovo, se non a sua insaputa, sull´ultimo divo del pianeta, lesto nel bloccare biografie non autorizzate come quella di Bernard Violet di dodici anni fa. In 162 pagine e 200 immagini, accompagnate da esclamativi appunti di suo pugno («Duomo di Milano: Rocco e i suoi fratelli, con la mia Annie [Girardot]», «Mia Bri...[Brigitte Bardot], 50 anni d´amore puro e d´amicizia fedele e sincera»), il lussuoso volume appare, insieme, un funereo album di nozze (multiple) e una solare sinossi d´epilogo, come la sequenza finale de L´uomo che amava le donne di Truffaut: anche se Delon si riconferma l´uomo che amava se stesso e il libro potrebbe intitolarsi, non Le donne della mia vita, ma I Delon delle mie donne. Perché, a scandire il foto-défilé di coppie, cronologico e di pedante classificazione - donne del cuore, partner (da Monica Vitti ne L´eclisse a Claudia Cardinale nel Gattopardo), amiche (Edith Piaf, Juliette Gréco...) e, persino, le adorate cagnette, che, a differenza delle donne, gli sono «rimaste fedeli» - c´è sempre lui, in testa a ogni capitolo, con primi piani dal fascino malandrino, specchi d´acqua di clic narcisi.
Ma nello snodo figlio-padre Delon si scrolla di dosso ogni icona, svelando quella sua umanità disarmata, senza carismatiche finzioni, che i più intimi, come la sua "Bri", gli riconoscono: tenerissimo, terso, senza più maschere, quando, finalmente, si fa vivo al telefono da una località misteriosa, dopo settimane d´assiduo assedio, iperprotetto da coorti d´assistenti e uffici stampa. «Quando Nathalie e io abbiamo divorziato, dopo le riprese di Frank Costello faccia d´angelo - risuona la sua bella voce, appena grattata dall´età - nostro figlio Anthony aveva quattro anni. La mia stessa età il giorno del divorzio dei miei genitori, quando "Mounette", mia madre, mi ha messo in un collegio cattolico. Ero angosciato: mai avrei voluto far rivivere a mio figlio quel che avevo provato io da bambino». Ora Anthony ha quarantotto anni, la nuova emergenza si chiama Alain-Fabien, diciassette anni (difficilmente controllabile, come al recente "revolver party" nella villa svizzera del padre), di cui ha ottenuto lo scorso settembre l´affidamento dopo una lunga battaglia legale contro l´ultima ex, Rosalie Van Breemen, che nel 1990 gli aveva dato Anouchka, oggi unica scintilla in un universo di bellezze al passato.
«Uno dei più grandi momenti della mia vita» è stato per lui il tapis rouge percorso insieme a Cannes, una simbiosi che l´attore ha voluto replicare in teatro, nei mesi scorsi, in Une journée ordinaire, sullo struggente distacco tra figlia e padre. Altra autobiografia, che stavolta pesca nel profondo, nel suicidio simbolico e spavaldo dell´arruolamento tra i paracadutisti, a diciassette anni, per la guerra in Indocina, riscatto da un´infanzia dolorosa lontano dalla madre, e nel suicidio annunciato, sei anni fa, dopo l´abbandono di Rosalie e l´allontanamento dei due figli. Ma "Mounette" e Anouchka, la madre e la figlia di Delon, si sono date, a distanza, una complicità d´amore, risollevando l´attore da solitudini stremate. «È stata mia figlia a rimettermi in piedi, quando, ancora ragazzina, mi ha detto: "Papà, non voglio che te ne vada, desidero essere al tuo braccio il giorno del mio matrimonio". Sono parole che valgono tonnellate di antidepressivi». Sua figlia. Sua madre. Gli unici amori perduti e ritrovati. Gli altri sono tutti perduti, specie i primissimi. Lui ancora anonimo, dinoccolato nella facile bohème di Pigalle anni Cinquanta, loro già dive e più adulte, come Brigitte Auber di Hitchcock o Michèle Cordoue, sposa e musa di Yves Allégret, che spingerà il marito a farlo esordire nel premonitore Quando s´immischia la donna.
Sfioriti e lontani anche gli amori più mediatizzati. Anni Sessanta, Nathalie («l´unica che ho sposato: ha anche conservato il mio cognome, ultima prova d´amore. Merci, Madame Delon!»). Anni Settanta, "Mimì", cioè Mireille Darc («quindici anni di vita di coppia, felicemente ricomposta in teatro nel 2007 in Sur la route de Madison»), suo sostegno incondizionato durante l´affaire Stefan Markovic, amante di Nathalie, trovato ucciso nell´ottobre 1968, «un complotto politico d´oltre cortina, in cui hanno cercato inutilmente di trascinarmi come pedina sporca». E, ancora, Anne Parillaud - poi sposata e lanciata da Luc Besson in Nikita - due stagioni di torrida passione, che inducono Delon «pazzo d´amore», come lui stesso confida, a farsene pigmalione negli unici film da lui diretti, Per la pelle di un poliziotto e Braccato.
In tanta costellazione rimangono ancor oggi in un angolo di pudore due amori, il più famoso e il più segreto, Romy Schneider e Dalida, entrambe morte drammaticamente, le prime a riapparire e tappezzare le pareti del camerino, invidiabile altarino del cuore, quando Delon torna al teatro. Nel libro, Romy e Dalida hanno lo stesso spazio delle altre. Ma non è così nei ricordi e nei sentimenti dell´attore. «Romy è il grande amore della mia vita, l´amore dei miei vent´anni. Io m´affacciavo al cinema, lei era la star internazionale, la Sissi di tutti. Ci siamo conosciuti e innamorati sul set di Christine, nel ´58. Ci siamo scoperti una stessa infanzia solitaria: è come se avessimo ripreso a crescere insieme. Le platee ci sono state immediatamente solidali, ci hanno battezzato gli eterni fidanzati». Fidanzamento ininterrotto, se Romy ha lasciato scritto «Parigi è stata per me, prima di tutto, Alain Delon» e se Delon le dedica il programma di Variations énigmatiques, suo ritorno alle scene nel 1996, con le parole: «Angelo mio bello, ovunque tu sia, stasera come nel passato sono accanto a te». «E alla prima - rivela l´attore - avevo appeso in camerino l´abito, da me recuperato, che indossava Romy al nostro debutto parigino in Peccato che sia una puttana con la regia di Luchino Visconti... come se il tempo fosse cancellato e lei, da un momento all´altro, potesse uscire dalle quinte». Questo non c´è nel suo libro. «Non c´è nemmeno che, al funerale, nel 1982, non mi sono fatto vedere (per non dare in pasto ai paparazzi il mio dolore), ma pochi istanti prima, davanti alla sua bara, ho voluto fissare per l´eternità la sua ultima immagine: in tre polaroid, che da allora conservo nel portafogli, qui, sul mio cuore. Foto che mai nessuno ha visto né vedrà mai». Rimpiange di non averla sposata? «Sì. Ma sarebbe per questo cambiato il suo destino? Non penso nemmeno che avrebbe accettato il passare degli anni. È brutto confessarlo, ma non avrei voluto vederla a settant´anni. Preferisco che sia partita così, che ci abbia lasciato nel pieno della bellezza, restando un mito».
Anche Dalida, idillio furtivo nel 1963 sotto il cielo di Roma, è oggi una leggenda tragica: «Mi è rimasto il rimorso: se mi avesse telefonato, quel 2 maggio 1987, avrei forse trovato le parole per dissuaderla dal suicidio». Vi eravate conosciuti per caso quando non eravate nessuno, lei facchino alle Halles e Dalida, ancora Yolanda Gigliotti, Miss Egitto 1954: all´alba, a due passi dall´Arc de Triomphe, sul pianerottolo delle vostre minuscole mansarde i primi incontri, le confidenze sottovoce, la voglia di futuro. «Parole parole parole. Con la storia tutta nostra alle spalle, ci siamo ritrovati nel 1973 per registrare insieme la canzone: chi ha mai sospettato che, dietro l´ironia del testo, ripetevamo le nostre vere parole d´amore?».
Parole parole... «Les femmes de ma vie sono quelle che ho amato, che mi hanno amato e alle quali devo tutto quel che sono». Una centralità tolemaica, con rotazione di ruoli-satellite? Ad esempio, gli incitamenti di Romy alla lettura di romanzi, teatro, filosofia, di cui poi lei, da brava tedesca, pretendeva il resoconto, primo contatto di Delon con i libri (dai tempi delle funeste, ripetute espulsioni da scuola) davanti al caminetto, la sera, dopo giornate trascorse in campagna, lei a cavallo, lui a esercitarsi alla pistola. «Le donne sono sempre state il centro e la guida della mia vita - ribalta prontamente Delon - È nei loro occhi che ho cercato ogni volta l´approvazione di me stesso». Di qui, storiche guasconerie, come l´approdo in elicottero bianco, da lui pilotato, al Festival du policier di Cognac nel 1995 o le acrobazie senza controfigura in Ventiduesima vittima, nessun testimone per impressionare il flirt di turno, Kiki (Catherine Bleynie). Les femmes de ma vie continua a indorare il guscio di star, anche se lo charme vero del Delon delle donne sta forse altrove: nelle brecce scoperte della sua parabola fotogenicamente intatta, nel difficile coraggio della fragilità, nello strazio fuori copione di tre polaroid.