Tiziana Sabbadini, Vanity Fair 17 agosto 2011, 17 agosto 2011
INTERVISTA A PAOLA CONCIA
Venerdì 5 agosto, 9 e un quarto del mattino. Sul tram che pattina per Francoforte verso il Municipio, Paola Concia non si tiene: «Non è che abbiamo superato la nostra fermata… E gli anelli ce li hai?». Ricarda Trautmann, sul seggiolino di fronte, la guarda con amore e ironia. No, sì, lo dice con gli occhi. Una in gonna, l’altra in pantaloni, l’abito in fondo è lo stesso, uguali colori e fantasia, su disegno dello stilista Angelo Di Nepi. «Questo è un matrimonio normale. Le persone si amano e si sposano o convivono. Se abbiamo accettato di rendere pubblico un momento privato, è per rompere ipocrisie e freni, per spalancare una porta alla nostra normalità». La parlamentare si scalda e agita per aria il suo bouquet di rose e peperoncini, fotocopia di quello che la sua compagna tiene fermo sulle ginocchia.
Il tram frena, si ferma davanti al Municipio e le porte si aprono su un drappello di donne molto alte, molto bionde. Sono le amiche tedesche. Una di loro, Dani, ride, si piega, fa un gran casino: è l’ex di Ricarda e, adesso, sua testimone. Accanto a lei, la fidanzata Angie, una stanga. «Tutte loro sono la mia famiglia, quella allargata», si lascia andare la Trautmann. «E hanno istituito un fondo pensione insieme, per reciproco soccorso. Qui si può fare», invidia Paola mentre arrivano i suoi tre fratelli, Maria Rosaria, Pierluigi e Lorenzo, che nei giorni scorsi hanno regalato una lavastoviglie alle future spose. Abbracci, qualche occhio rosso. «Paola è la più piccola di tutti noi», confida la sorella. «L’abbiamo sempre protetta, con amore. Anche quando viveva, ad Avezzano, le sue storie». Come quella con Giulia: esile, sorriso enorme, non poteva mancare qui a Francoforte. «La nostra era e rimane un’intesa profonda, per la vita», si commuove.
Intanto arrivano il vicepresidente Pd Ivan Scalfarotto e il suo compagno Alberto, due deputati del Pd, Susanna Cenni e Sandro Gozi, gli unici del Parlamento ad aver preso l’aereo per essere qui. «Però io e Ricarda abbiamo al polso due bracciali d’oro che ci ha regalato Barbara Pollastrini. Belli, eh?». Si aggiungono ancora amici. Marco Palillo, portavoce della Concia, vuole farsi notare come la Pippa Middleton della situazione. Tra i big, una sobria Maria Teresa Meli del Corriere della Sera, testimone per la Concia, Rita De Santis, presidente di Agedo, l’associazione genitori di omosessuali: si sente vicemamma della Concia «visto che la sua non c’è più» e parla di Paola e Ricarda come di due emigranti dell’amore.
Dal portone del Municipio esce una coppia appena sposata: lei in abito da Biancaneve, lui in tight. Matrimonio «classico», sorridono le nostre. Che entrano seguite dal loro centinaio di amici e parenti. Ed eccoci tutti nella grande sala foderata di legno. Paola si fa seria quasi quanto Ricarda. La cerimoniera, Natasha Keck, fa un lungo discorso in tedesco, tradotto da Cristina Lipp, anche lei ex di qualcuno. L’argomento è il tempo che le due spose hanno deciso di dedicarsi. Tutti i tedeschi ridono alle sue battute, tra l’invidia degli italiani che, per capire, devono aspettare. Arriva il clou, alle 10. La domanda così attesa. La Concia risponde per prima un «Sì» congestionato dai sentimenti. Poi arriva l’altro, chiaro, «Ja» e nessuno lo traduce. Scambio degli anelli, disegnati da Valeria Versace. Un lunghissimo bacio, gli applausi.
E di nuovo tutti in piazzetta per un brindisi. Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, rete trasversale per i diritti civili, scartabella l’iPhone e mostra come le nostre foto del matrimonio inviate all’istante al sito VanityFair.it abbiano cominciato a invadere il Web in modo virale. Ma mentre spose e invitati si godono i frutti freschi della tecnologia, irrompe sulla piazzetta un corteo di eritrei con cartelli di protesta indecifrabili, scritti nella loro lingua. La Concia molla il bicchiere e va a stringere le mani a tutti. «Le manifestazioni sono il mio karma», si gira tutta contenta.
Mezzogiorno, è ora di prendere due shuttle per raggiungere il ristorante a trenta chilometri da lì. E trovare un momento di relax e conversazione.
Allora, Paola, da oggi Ricarda porta il cognome Concia sulla carta d’identità.
Paola: «Sono così orgogliosa...».
Ricarda: «Suona bene, vero? Ricarda Concia. Ho rinunciato al mio cognome tedesco: in Germania si può scegliere. L’ho fatto perché sono l’ultima delle femmine Trautmann e la stirpe sarebbe finita comunque».
P.: «Mentre nei miei documenti non posso essere signora Trautmann perché il matrimonio omosessuale da noi non c’è. Noi due esistiamo come coppia sposata solo in Germania. Qui abbiamo tutti i diritti (come la sanità) e i doveri (come pagare le tasse) delle coppie qualsiasi. Invece Ricarda in Italia non è niente, non è mia moglie e io non sono la sua».
BATTAGLIA ALLA CAMERA
E per questo si batte in Parlamento.
P.: «Da sempre. Ho depositato tre proposte di legge che tutelano per i gay la possibilità di sposarsi, e il matrimonio è equiparato a quello etero. Oppure convivere, con i Pacs, che valgono per tutte le coppie di fatto. Infine solo per i gay, c’è la Partnership, ispirata al modello tedesco e che ci ha fatte sposare oggi, senza possibilità di poter adottare». (vedi box)
Finora le sue battaglie a favore degli omosessuali non sono andate a segno.
P.: «Vero. Questo Parlamento non capisce che il vento è cambiato. Tutta Europa ha approvato leggi sulle unioni gay o quelle di fatto: noi no. Poi c’è la questione della violenza. Quel ragazzo di Cerignola che ha accoltellato il fratello perché gay, è solo l’ultimo degli episodi di intolleranza cieca. E il Parlamento fa finta di niente: il 26 luglio la Camera ha bocciato un mio testo che voleva riconoscere l’aggravante per i reati contro gli omosessuali».
R.: «Da qui ho seguito i risultati della votazione su Internet e non potevo credere che il vostro Paese non si volesse adeguare a una legge che esiste quasi dappertutto. Non è una vergogna?».
Lei e sua moglie, ad aprile, siete state vittime di un attacco omofobo, a Roma.
P.: «Avevamo appena comprato i nostri vestiti da sposa e andavamo per mano al concerto di Carmen Consoli. Ci hanno urlato che dovevamo morire nelle camere a gas».
R.: «La violenza omofoba per strada succede anche da altre parti. La differenza con la Germania, per esempio, è che da noi chi commette queste azioni ha la certezza della pena».
Il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, si è astenuta alla votazione del 26 pur avendo collaborato alla stesura della legge. Paola, si è sentita tradita?
P.: «Sì. Non da Mara in particolare, ma dalla sua mancanza di forza nel trascinare altri del suo gruppo, il Pdl, a fare una scelta contro la violenza sui gay. La Carfagna ce l’ha la delega, ma non l’ascoltano ed è piuttosto disperata».
Sembravate essere unite in Parlamento. Oggi, al suo matrimonio, la Carfagna non c’è. Non l’ha invitata?
P.: «Mi ha appena mandato un sms di auguri. Certo, siamo ancora amiche. Ma forse è compromettente venire qui, no?».
Anche i politici tedeschi hanno problemi nei confronti dei gay?
R.: «Beh, no, visto che hanno votato la legge che ci ha sposate oggi. E, per esempio, l’ex vice cancelliere, Guido Westerwelle, ora agli Esteri, è omosessuale dichiarato».
CHI È GAY IN PARLAMENTO
Invece nel Parlamento italiano, a parte Paola, nessuno sembra essere gay.
P.: «Se è vera la statistica che almeno il 10% della gente è omosessuale, allora nel nostro Parlamento composto da 963 persone, ci dovrebbero essere circa cento gay».
Nessuno ha fatto coming out, ma forse qualcuno si è confessato con lei.
P.: «Per carità. Nessuno me l’è venuto a dire. E mi sarei arrabbiata, nel caso: o uno fa coming out o non se ne parla. Meglio essere trasparenti nella vita».
Però immaginate chi lo sia e chi no.
P.: «Certo e sono anche ad alto livello. E ci sono anche quelli che vanno nelle saune a caccia di uomini e poi in Parlamento fanno gli omofobi. Questo è tradimento, ipocrisia».
Ci sono lesbiche?
P.: «Sì, sono molto defilate, si autoproteggono».
Nomi?
P.: «Finché non me lo vengono a dire...».
Lei ha iniziato a lavorare come assistente parlamentare di Franca Chiaromonte nel passaggio dal Pci al Pds, ha costruito con Anna Finocchiaro il ministero delle Pari opportunità. Ha sempre cooperato o scambiato opinioni costruttive con molte donne in politica: nessuna da coming out?
P.: «Nessuna che l’abbia fatto».
Ma c’è una rete di sostegno tra omosessuali in politica?
P.: «Una rete amicale. Ma nessuno s’è sposato come ho fatto io oggi con Ricarda».
QUANDO AVEVA UN MARITO
Lei, Paola, è al secondo matrimonio.
P.: «Sì, la prima volta avevo 23 anni. Lui era un mio allievo di tennis, all’Aquila, dove avevo studiato all’Isef. L’avevo scelto bene: bello, mite, lavoratore, timido. Sono stata io a insistere per sposarci».
Non aveva capito di essere lesbica?
P.: «No, no, c’ero già arrivata. Prima di lui sono stata fidanzata con Giulia, che oggi è qui. Poi era finita e io mi ero impegnata a uccidere la mia omosessualità, proprio sposando il mio allievo di tennis. Ma l’omicidio è fallito e io ho continuato a innamorarmi delle donne».
In casa sua, come l’avevano presa?
P.: «Mia madre è stata più stupita quando mi sono sposata che quando ho divorziato».
Il suo ex, adesso, che cosa fa nella vita?
P.: «Lavora nella sanità, ha un figlio ma non si è più risposato».
Ci sono punti in comune tra i suoi due matrimoni?
P.: «Zero. Allora ero razionale, divisa dentro di me. Ho amato quell’uomo con schizofrenia. Sono stata in analisi otto anni. Ora, se penso a queste nozze con Ricarda, mi viene da piangere dall’emozione. Il mio desiderio è essere qui, adesso, nei miei panni. Dell’altro matrimonio non ho neanche le foto: le ha tutte lui».
Gli ha detto di Ricarda, di queste nozze?
P.: «No, ma sa tutto di me. Quando l’ho lasciato, non gli ho nascosto niente e ha sofferto molto. Del resto, quando hai un disagio che non ti fa vivere il desiderio, fai soffrire l’altro. In questo, ho qualche senso di colpa».
Lei, Ricarda, nessun passato eterosessuale?
R.: «No, mai avuto uomini».
VITA CON RICARDA
Quando vi siete conosciute?
P.: «Tre anni fa a Roma, dopo una manifestazione per i diritti dei gay. Lei è poi ripartita e l’ho spinta a installare Skype nel suo computer. E per molto tempo, ci siamo parlate vedendoci in video. Così è nato e cresciuto il nostro amore. Dobbiamo ringraziare le tecnologie».
R.: «E anche Lufthansa e Alitalia che usiamo tipo taxi per raggiungerci».
P.: «Paghiamo tutto di tasca nostra, eh. Io mica sono della Casta, sia chiaro».
Tanta distanza: nessun tradimento?
P.: «Nooooo».
Dev’essere complicato incontrarvi.
R.: «Basta organizzarsi. Io sono free lance e ho diviso il mio lavoro: quindici giorni in Germania e gli altri a Roma. Paola non si può spostare dal Parlamento».
P.: «Ricarda è psicologa e criminologa. Fa un lavoro bellissimo: i condannati per crimini di strada si presentano da lei e Ricarda decide il programma di riabilitazione che devono seguire per guadagnare i diritti che avevano perduto».
Segue, per affinità, anche le storie criminali italiane, come quelle di Sarah Scazzi, Melania Rea?
R.: «Un po’, su Internet. Preferisco, per affinità, vedere le crime story alla Tv. Adoro L’ispettore Barnaby».
Difetti?
P.: «Lei è pacata, silenziosa, quando siamo a Roma, a volte mi dimentico che è in casa, ed è una sensazione bellissima: di un’unione indipendente. Con la sua tranquillità sa calmare il mio caos».
R.: «Paola parla a voce altissima, fa una gran confusione, ma mi piace per questo».
E a casa, chi cucina?
P.: «Io. Lei no, mangia. Poi faccio la spesa, curo la casa. Non ho nessuno che si occupi della mia vita, e ho sposato una che non lo farà mai. Ma mi piace così».
Certo che sposarvi di venerdì quando il proverbio lo vieta...
P.: «Già: né di Venere né di Marte ci si sposa, si parte… Ma io ho consultato l’astrologa e mi ha dato l’ok».
Astrologa?
P.: «Sì, sono una persona come tante».
Alle 13 e 30 la conversazione si interrompe, siamo arrivati al ristorante del pranzo. Ricarda fa un discorso bilingue su come abbia ritrovato il filo della sua vita accanto a Paola. Musica al sax. Arrivano le portate. In mezzo, viene letta la lettera di papà Enzo che, a 83 anni, ha scritto alle spose da Avezzano. «Voi solo potete sapere quanto è stato duro, difficile e anche doloroso arrivare a questo giorno di felicità». E anche «per me, non è stato facile capire e accettare fino in fondo». Però, «benvenuta tra noi Ricarda. Per me sarai una figlia, sorella degli altri miei figli e come loro ti amerò. Paola, voglio ringraziarti per avermi donato ancora a questa mia tarda età la voglia di ribellarmi all’ingiustizia». Arrivano i singhiozzi di Paola, seguiti da una discussione tra i fratelli Concia sul carattere di papà: chiuso o aperto? Comunque cambiato. Poi la torta. E l’arrivo all’ultimo minuto, in taxi e dalla Svizzera, di mamma Sylvia Trautmann. Mentre Internet offre le prime reazioni alle nozze: in generale tanto entusiasmo e auguri alla coppia. Solo la Cei sull’Avvenire, la Santanchè e Giovanardi del Pdl definiscono le nozze una provocazione strumentale.
Paola, stupita da questa posizione?
P.: «Nessuno si sposa per provocare. Ricarda e io siamo molto offese per questi attacchi. Mio padre, un cattolico che ha formato persone come Gianni Letta, ha saputo capire. Loro no. Proseguono una strada che fa male ai cattolici più aperti, e sono tantissimi. E può portare a una querela se continuano a parlare di matrimonio addirittura commercializzato. È falso. Ma a questo ci penso in seguito».
Prima il viaggio di nozze?
R.: «A Schwerin, vicino ad Amburgo».
Dopo, vorrete adottare bambini?
P.: «Neanche nel mio primo matrimonio li ho mai desiderati. E poi, questa legge tedesca non ci offre questa opportunità».
Poi, a settembre, di nuovo in Parlamento.
P.: «A dare battaglia. È mai possibile che Casini o Fini e tutti gli altri possano dare l’assistenza sanitaria alle signore che hanno sposato in seconde nozze o alle loro compagne? Mentre rifiutano di passare a Ricarda la mia di assistenza? Tutto perché lo Stato italiano non riconosce il mio matrimonio. È una cosa pazzesca. Voglio l’equiparazione dei diritti tra parlamentari. Porterò la questione davanti alla Corte di Giustizia Europea».
La accuseranno di essere della Casta, di battersi per privilegi solo suoi.
P.: «È l’unico ragionamento che finora mi ha fermata. Ma, in fondo, ho pensato che posso fare da apripista in Parlamento. E poi, lo sanno tutti che mi batto perché questi diritti siano universali».