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 2011  agosto 11 Giovedì calendario

QUINDICI ANNI FA, VALENTINO "E VINSI SENZA LA PATENTE"

«Misi a tacere tutti quelli che andavano in giro dicendo che stessi in piedi per miracolo». Chi l´ha detto? Quando? Perché? Altri indizi. Era un ossuto ragazzino di 17 anni che talvolta, per spezzare in due la gioia di essere giovane, si concedeva quattro salti in moto spingendo dove necessario, frenando secondo prudenza, immaginando senza ritegno. E da quel giorno vincendo. Era il 18 agosto 1996. Già allora, ereditato, si portava dietro il numero 46. Ora sappiamo chi è. Chi era. Chi sarà. Sul circuito di Brno, dove si corre domenica, quindici anni fa Valentino vinse la sua prima gara mondiale. In 125. La coda di amici era lunga uguale. I genitori non sapevano se spellarsi le mani o tenersi il cuore perché era chiaro che ad entrambi stava per uscire fuori dal petto. Appena tolto il casco, mamma Stefania gli sussurrò in un orecchio: «Adesso voglio vedere come ti comporti sul podio». Temevano lo strip. «Ma fui bravo». Si travestì da Robin Hood ma somigliava a Peter Pan. Bravo e paradossalmente prudente lo era anche fuori: «Non avevo ancora la patente». C´era di più: per strada non guidava mai la 125 perché «era troppo pericoloso». A distanza, papà Graziano ripropone la vicenda con un´inversione nella cronologia delle emozioni: «A dir la verità ricordo più lo spavento che la felicità». Perché? «Appena tagliato il traguardo mollai il manubrio», ricorda Vale. Il risultato è ancora impresso nella retina degli astanti. Per festeggiare a braccia alzate stava per finire contro il muretto dei box, sopra il quale stavano impazzendo, o erano già impazziti, i meccanici dell´Aprilia (che un´ora dopo avrebbe vinto anche con Max Biaggi in 250).
Altri tempi. Nove titoli mondiali prima. In pratica non era ancora successo niente. Altri nomi: «Mi presi la rivincita su Goi». Ivan Goi, altra promessa, aveva vinto in Austria 15 giorni prima (e Valentino aveva ottenuto il suo primo podio). Erano in tre a far parlare di sé nella 125: Vale, Goi e Stefano Perugini. L´Aprilia era come la Ducati di oggi. Combatteva le giapponesi con le armi che aveva a disposizione: le mani dei suoi "niños maravilla" e le bielle venete. E i suoi sogni facevano un rumore diverso, più rustico. Non come i sogni giapponesi, che erano già clangori industriali e già producevano milioni di modelli l´anno. Stesso linguaggio ma cognomi diversi. C´era anche un´Aprilia "clienti" (come sono Ducati "clienti" quelle attuali di Capirossi e Barbera): la guidava "Aspar" Martinez, già quattro volte iridato e ora boss del suo team: «Me gusta esto chico...!». Fu lui a giocarsi la vittoria quel giorno. Fu lui quello cui sfuggì per 246 millesimi di secondo. Fu lui il primo a interpretare la parte del rivale. Che sarebbe stata poi di tanti altri, con fortune più scarse che alterne. Sino allo spettacolo messo in scena e affinato nella barrique di Laguna Seca da lui e Stoner nel 2008 (forse l´apice agonistico di questi 15 anni). Valentino aveva capito: «Ora posso guardare con più fiducia al futuro». Quella sera, dopo aver vinto per la prima volta fra i grandi, lui e Uccio, lui e gli inseparabili, non sarebbero tornato a casa. Aveva cominciato a inseguire le vittorie di Agostini (123): «Lo lasciammo andare - ricorda Graziano - potevo dirgli torna a casa presto?». Dopo ben trenta partenze il ragazzino aveva scoperto l´errore e andava premiato con una notte di libero casino: «Allo start tenevo il motore a 12 mila giri anziché a 13 mila». Risolta la bazzecola, svoltata la carriera. Giacomo Agostini si mise il cuore in pace: «Può diventare un fenomeno». Goi, Perugini e Valentino facevano (insieme) la sua età: 54 anni. «Non mi ci fate pensare...». Ci pensò. Ci pensa ancora forse.
Quell´anno Valentino non vinse più e finì nono in classifica generale: «Sono convinto che l´anno prossimo ci darà grandi soddisfazioni», ammise Gino Amisano, "Ginetto", il 75enne con gli occhi giovani fondatore del team Agv (guardate cosa c´è scritto sul casco attuale di Valentino...), scomparso due anni fa. L´Aprilia di Sacchi aveva Biaggi (ce l´ha ancora...) e adesso aveva anche Valentino. «Faremo il possibile per fargli vincere il titolo». Non era una promessa: era una visione. Nel ‘97 Valentino scomparve all´orizzonte. Bip Bip. Vinse undici gare su quindici. Nel ‘98 sale in 250. Nel ‘99 è campione pure lì. Ed è solo l´inizio. Sbarca in Honda per la 500. Un anno di ambientamento poi diventa devastante. In MotoGp non ha neppure bisogno di un anno. Poi Robin Hood diventa leggenda perché ogni pista gli ricorda la foresta di Nottingham. Sempre.
«Ma Brno rimane casa mia». Per i motivi sopra elencati.