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 2011  agosto 11 Giovedì calendario

QUANDO IL ROCK CANTA LA RABBIA

NON è assolutamente un caso che Londra sia ancora una volta la prateria selvaggia incendiata dalla disperazione. E dal furore criminale dei rivoltosi. C’è qualcosa, in questa città bellissima, nobile e multietnica, che va oltre gli hoodies e il terrore propagato nelle persone assalite e asseragliate. C’è una predisposizione genetica a essere la prima in tutto. Specie nei cambiamenti più inaspettati.

Non per tornare al beat e ai Beatles, ma tutto è cominciato qui. Anche la guerra fra rockers e mods, le battaglie su due ruote, la trasferta di sangue a Brighton, la spiaggia stravolta dalle sprangate. C’è un propulsore che quasi non va a tempo con l’aristocrazia di Londra: quando l’ex impero è franato sotto il costo della II Guerra Mondiale e gli inglesi si sono trovati a razionare tutto mentre noi avevamo già tutto, è cominciata una spirale di insoddisfazione che è entrata e uscita dal tempo. Ma non si è mai fermata.

E la musica l’ha sempre intercettata. Poi raccontata. Qualche volta l’ha pure esaltata. Una volta Malcom McLaren, manager dei Sex Pistols, ha detto: «Non era una vera guerra, quella dei ragazzi. Non erano veri anarchici, ma ha funzionato benissimo». Guarda il caso: sua moglie era Vivienne Westwood, la musa del Punk. Tutto torna, a Londra. Moda e beat, “arrabbiati” in letteratura e al cinema, i Pink Floyd che vanno nelle scuole migliori, Jagger che studia economia e, dall’altra parte, i punkers che appartengono al mondo capovolto delle periferie, tutto è un blob frenetico che oggi delimita la palude degli hoodies.

Sì, i ragazzi con la felpetta e il cappuccio ascoltano rap, non amano il pop, anzi sono loro stessi estensori di appelli alla rivolta come un tempo si faceva in America. Ma qui è ancora diverso. Qui le strade hanno sempre suggerito e ispirato due cose: uno stile borghese, che poi dà arte contemporanea e ottimi sarti e stilisti, e una rabbia che viene dal basso, non necessariamente dal mondo operaio. Quando nel 1968 i Rolling Stones hanno inciso “Street Fighting Man”, molti li avrebbero presi volentieri e sul serio a pietrate. Come si permettevano dei damerini ricchissimi di saltare sul bus della rivoluzione? Molto più sinceri, allora, The Who, quelli di “My Generation”, perché solo l’idea di portare il loro rock all’università suonava più blasfemo, all’epoca, di scontrarsi con la gendarmerie sulla Rive Gauche. Sì, c’è un filo che lega insieme le crisi ricorrenti dell’ex Impero, le periferie che a Londra non sono tutte nella cintura esterna, ma tagliano idealmente la città, e la rabbia pulsante che il rock infila come un chiodo arruginito nelle coscienze.

Puntualmente, c’è una rivolta, a Brixton, un posto incantevole, addirittura tre. E ogni volta, lo scontro sociale, memorabile quello con la lady di ferro Margaret Thatcher, è segnato dalle canzoni. The Clash ne hanno scritto le più belle:”White Riot”,”Guns of Brixton”,”London Calling”, ma vale anche per Billy Bragg, per The Smiths con ”Panic”. Certo, Robespierre e Marat potevano segnare la Storia solo a Parigi, che pure è così romantica. E allo stesso tempo un film come “L’odio” poteva nascere solo nelle sue banlieu arabe e africane. Lo stesso vale per Londra.

Ci si è sempre chiesti perché Alexander McQueen, morto suicida, sia stato uno stilista così ribelle, anarchico, lacerato da tensioni e pulsioni che andavano da sentimenti socialisti a ossessioni terzomondiste. Basterebbe andare, un giorno o l’altro, nella East London dov’è nato. E lo stesso per capire Amy Winehouse, che non ha mai dimenticato la Londra a due marce della propria infanzia. Così la musica è stato e rimane il collante di tutto.

Sì, oggi lo è anche uno smartphone per intercettare la polizia. Ma il pulsare di canzoni come “Revolution” dei Beatles, per dirne una insospettabile nella galleria degli inni da strada, è sempre sotto traccia. Un gruppo come Tha Stranglers, i più bravi nel punk durante la fine degli anni Settanta, amava dire: «Non è un fatto di lotta di classe. Il comunismo o la giustizia sociale non c’entrano nulla. Noi parliamo di disprezzo, di odio per chi ci ha spinto in un budello, fatto di privazioni. Non faremo mai nessuna rivoluzione, ma sicuramente daremo filo da torcere ai borghesi». Il rock si è prestato spesso a fare da sponda, da alimentatore a queste tensioni. E artisticamente le ha comprese e rimbalzate come nessuna altra arte. Nessuno canta più “Street Fighting Man”, ma fa ancora la sua parte.