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 2011  agosto 11 Giovedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 153 - IL MISTERO NAPOLEONE

Le posso dire che l’alleanza tra Inghilterra e Austria, in base a quello che ha raccontato fino ad ora, non mi stupisce troppo? In fondo gli inglesi ammettevano tutto, ma non la guerra. E gli austriaci volevano che i confini restassero quelli stabiliti dal congresso di Vienna. Gli unici interessati a cambiare la carta geografica erano Napoleone III in Occidente e lo zar in Oriente.

Per Cavour, che voleva stare sia con gli inglesi che con i francesi, questa divisione del mondo era fonte continua di tormenti. Gli capitava oltre tutto di essere chiamato troppo spesso a scegliere tra una tesi francese e una tesi inglese contrapposta, e questo non poteva essere. Per esempio, durante il congresso s’era stabilito che la frontiera della Bessarabia sarebbe passata a sud di Bolgrad, ma quando s’andò a vedere sulla carta si scoprì che esistevano due Bolgrad (anche se una delle due era, a rigore, Bolgrad Tabak). Subito i russi presero come punto di riferimento la Bolgrad che conveniva loro e i francesi li appoggiarono. Inglesi e austriaci erano invece per l’altra Bolgrad. Guaio grandissimo, chiesero a Cavour di far da giudice. Cavour: «Ma è questione complicata, non ha poi molto a che vedere con i problemi della Sardegna». Sostenne che sulle carte che aveva lui c’era una sola Bolgrad (quale però?). Ne uscì perché Napoleone gli suggerì di votare contro di lui: per certe ragioni sue gli conveniva perdere su quel punto. Quanto a quello che lei dice, sì, qualunque modifica dei confini sarebbe andata a danno dell’impero asburgico, che era troppo grande e conteneva troppe nazionalità. Nessuna modifica dei confini, d’altra parte, sarebbe stata possibile senza un conflitto probabilmente generale, con conseguente paralisi dei traffici, fuga dei capitali, deprezzamento delle rendite e crolli in Borsa, cioè tutti gli incubi del mondo finanziario londinese. Contro questo blocco che voleva mantenere le cose come stavano, manovrava un’alleanza espansionista costituita da Francia e Russia. Francia e Russia volevano allargarsi, una in Occidente e l’altra in Oriente, proprio come ha detto lei. Oggi lo vediamo forse con chiarezza, anche se il cervello di Napoleone III resta per tanti aspetti un mistero. Ma allora parecchi analisti dubitavano delle mire espansioniste dell’imperatore, senza badare al fatto che era un Bonaparte, e che dunque non avrebbe potuto accettare le decisioni del ‘15, prese contro suo zio. La linea di espansione naturale francese era verso il Reno, un confine tremendo, che incrociava il nazionalismo tedesco. L’Italia rientrava nella buona tradizione napoleonica.

Che cosa immaginava l’imperatore?

Un Regno del Nord, mettendo Lombardia e Veneto sotto i Savoia. Un Bonaparte in Toscana. Murat al Sud. Il papa ridotto a Roma o poco più, un fatto grosso, dato che si trattava di metter fine al potere temporale. Un’Italia fatta così sarebbe stata alle sue dipendenze. Queste mire, in quel momento, andavano decifrate. Persino Walewski non ne aveva la minima idea.

Gli inglesi?

Sospettavano, diffidavano, oscillavano nel giudizio sul signore di Parigi. Ma metterlo a fuoco era complicato, dato che lo stesso Napoleone sembrava negare oggi quello che aveva detto o fatto ieri. Gli inglesi lavoravano soprattutto a mediare tra Torino e Vienna. Che Cavour moderasse i toni (quel discorso alla Camera dopo il congresso di Parigi era inaccettabile), che Vienna allentasse un po’ la stretta sul Lombardo-Veneto, ridotto da Radetzky a uno stato di polizia, dove era impossibile respirare. A causa della vigilanza inglese, Cavour sapeva che le eventuali provocazioni contro Vienna dovevano risultare inattaccabili. Siccome gli austriaci s’erano messi a fortificare Piacenza, lui preparò la legge che autorizzava la fortificazione di Alessandria. I patrioti, quando lo seppero, lanciarono una sottoscrizione per l’acquisto di cento cannoni. Il fatto di Piacenza impediva agli inglesi di protestare. Oltre tutto Piacenza non era - formalmente parlando - neanche austriaca. Sull’altro lato, Cavour prese subito le distanze dagli atti di terrore, un moto in Sicilia finito con fucilazioni, l’esplosione di una nave nella baia di Napoli, Agesilao Milano che, baionetta in pugno, aveva tentato di ammazzare Ferdinando II, senza contare le pugnalate a Carlo III di Parma e l’impresa di Giovanni Pianori - un italiano - che nel ‘55 aveva sparato a Napoleone III, lo aveva mancato ed era finito sulla ghigliottina. Cavour andò a dire alla Camera « finché saremo in pace cogli altri potentati d’Italia, mai non impiegheremo mezzi rivoluzionari, non mai cercheremo di eccitare tumulti o ribellioni », parole tanto più indispensabili perché, come sappiamo, stava effettivamente eccitando in quel momento tumulti e ribellioni, « fatti dolorosissimi », « io li ripudio, li ripudio altamente, e ciò nell’interesse stesso dell’Italia ». Bugie, bugie assolute.